La riscoperta dell'Anfiteatro romano di Termini Imerese
- Termini Imerese,
- Attualità,
- Giuseppe Longo
Negli Ottanta del XX secolo furono iniziati nuovi scavi, del prof. Oscar Belvedere, nell'area dell'Anfiteatro romano di Termini Imerese che portarono ad un aggiornamento delle conoscenze superando i limiti del lavoro pioneristico di Baldassare Romano (XIX sec) e dell'indagine effettuata da Antonino Salinas (1909) Ulteriori indagini furono effettuati nel 1983 dalla Soprintendenza di Palermo e portarono al rinvenimento di altri resti dell'anfiteatro, aggiungendo così nuove informazioni a quelle già conosciute e di conseguenza furono smentite alcune supposizioni fatte da Baldassare Romano, in base a scavi non sistematici, il quale asseriva che l'anfiteatro fosse composto di due ordini più l'attico. Il nuovo studio sull'edificio presuppose che l'anfiteatro avesse un solo ordine più l'ultimo piano, raggiungibile per mezzo di scale esterne, come del resto già nel 1868 il prof. Saverio Ciofalo, locale ispettore alle antichità, aveva compreso ed immaginato in un suo rilievo. Una caratteristica peculiare del manufatto è il fatto che l'arena e la prima serie di gradinate, iniziando dal basso, fu scavata nel sottostante deposito alluvionale, mentre le gradinate del secondo ordine furono costruite interamente come elevazione fuoriterra: tecnica questa inconsueta. La presenza di gradinate in parte scavate nel deposito alluvionale, induce a far ritenere che la direzione dei lavori dell'anfiteatro romano di Termini possa essere stata affidata ad un architetto cosmopolita, conoscitore di modelli già esperimentati in Italia. Ma il bisogno di notizie certe, per un quadro di lettura più chiaro portò gli archeologi del XX sec. ad esaminare attentamente l'area, andando oltre la zona studiata da Baldassare Romano, cioè la cavea e l'arena. Nel 1986 iniziarono gli ultimi scavi sistematici a cura del Belvedere; egli volle evidenziare i vari sviluppi intrapresi nel 1840 dal predecessore, arrivando a questa conclusione: che i resti individuati da Baldassare Romano furono: i "parecchi piloni", cioè le loro basi, individuate a ridosso o all'interno delle abitazioni, "un avanzo d'arco de' piloni", incorporato in una cantonata, "l'antico suolo dell'edifizio", vale a dire la pavimentazione a lastroni dell'ambulacro dell'anfiteatro, "le rovine di alcune delle scale esterne" realizzate con blocchi di pietra. Gli scavi sistematici hanno confermato che i dati di ricostruzione dell'anfiteatro proposti dal Romano sono degni di attendibilità e cioè l'estensione (palmi 366 x 244 = metri 87 x 58 circa); l'altezza dei piloni (palmi 16 = metri 4 circa) e il numero complessivo dei piloni dell'ambulacro esterno, che ammontavano a trentasei elementi. Al contrario, sono da ritenere ipotetici i calcoli che il Romano eseguì sulla base dell'affinità con altri edifici somiglianti, quali le misure dell'arena (palmi 196 x 104 = metri 51 x 27 circa), la quantità dei gradini della cavea (quattordici). Per quanto riguarda l'ipotesi del Romano della presenza di due ordini di arcate, questa è basata principalmente sulla ricostruzione ideale fatta negli affreschi del pittore manierista Vincenzo La Barbera, tuttora visibili in una sala del Palazzo Civico di Termini Imerese, probabilmente frutto della fantasia dell'artista. Sulla base degli avanzi che si conservano, e sulle risultanze degli scavi, il Belvedere ha effettuato una nuova ricostruzione delle misure dell'anfiteatro: l'ampiezza dell'ellissi esterna con il suo asse maggiore doveva superare esiguamente metri 98, mentre l'asse minore doveva essere appena più lungo di metri 75. Mentre, per quanto riguarda le misurazioni della cavea e degli ambulacri le misure furono: 22,50 metri circa, corrispondenti a circa 75 piedi. Se ne deduce che l'asse maggiore dell'arena era lungo all'incirca metri 53, che corrispondono all'incirca a 180 piedi. Le dimensioni dell'anfiteatro risultano, quindi, di 330 x 250 piedi, con un rapporto di 1,32; mentre quelle dell'arena di 180 x 100 piedi (metri 53 x 30 circa). Da quanto si può osservare, dopo gli scavi effettuati dal Belvedere, la cavea, realizzata in opus caementicium (composta di spezzoni di pietra calcarea, formati da elementi di natura diversa: frammenti di mattoni, terra e sassi, uniti da malta), risulta essere divisa in due parti, di cui la prima rialzata ed originariamente sorretta all'esterno da un muro; e proprio da questo che, probabilmente, si ricavarono gli ingressi alle gradinate, quasi certamente tre, mentre l'altra parte della cavea era appoggiata direttamente sul terreno di fondazione. Riguardo l'altezza dell'edificio, sono attendibili le ricostruzioni proposte dal Romano, riguardo la quota dell'ordine inferiore delle arcate, stimata a quattro metri circa; invece risulta non suffragata da elementi probanti l'ipotesi di una seconda serie di arcate, coronata da un attico. Infine, è emerso un particolare interessante: l'ambulacro periferico doppio, presume la conoscenza di un modello già stabilito e di una planimetria particolare che potrebbe identificarsi con un altro monumento già noto, cioè l'anfiteatro Flavio. Secondo Belvedere, la tecnica utilizzata per la costruzione dell'anfiteatro termitano non fu un tentativo di un'evoluzione tipologica, bensì un adeguamento alle necessità peculiari del luogo e l'edificio si collocherebbe cronologicamente alla tarda età Flavia o ad un periodo di poco successivo. Certamente l'anfiteatro fu uno dei pochi monumenti esistenti nelle colonie romane dell'Italia meridionale, tre soltanto documentati nella Sicilia romana: Siracusa, Catania e Termini Imerese; ed oggi come allora, gli avanzi del "Colosseo" termitano, continuano ad evocare i ricordi del lontano passato, guardiani silenziosi della Città.