Gli scavi dell'Anfiteatro romano di Termini Imerese tra Ottocento e primo Novecento
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- Giuseppe Longo
L'anfiteatro romano di Termini Imerese, nel corso del XVIII secolo, si era ridotto ad un cumulo di macerie, ma grazie ai primi scavi effettuati in situ nel 1840, sotto la direzione del poligrafo termitano Baldassare Romano (1794-1857), il monumento fu riportato alla luce. Il Romano, nel suo saggio Antichità termitane, edito a Palermo nel 1838, così scriveva sull'anfiteatro: "Nel piano di S. Giovanni s'offrono oggi allo sguardo pochi vestigj i quali veduti senza molta attenzione e solerzia da chi non n'è prima avvertito, appena potrebbero dar sospetto che siano avanzi d'un Anfiteatro. Ma osservato da me una volta tutto accuratamente fuori e dentro le casette che or vi esistono, riconobbi chiaro le rovine dell'Anfiteatro e le mostrai a varj dotti archeologi siciliani e stranieri, i quali mi esortavano tutti a far più sicure ricerche per via di scavi, e scriverne una memoria prima che questi stessi vestigi si distruggessero… Gli scavi e la pubblicazione analitica dei risultati furono il primo passo verso una ricostruzione dell'edificio, sia pure ipotetica, ma basata su dati rilevati sul terreno. Il Romano rilevò gli elementi architettonici principali dai quali trasse un'ideale disposizione delle parti costruttive e il suo lavoro servì come richiamo agli studiosi e archeologi del XX secolo. Nella campagna di scavo degli anni 1909-1911, sotto la direzione di Antonino Salinas Gargotta, furono rinvenuti tre settori del monumento, situati rispettivamente: sul lato occidentale del giardino delle Clarisse, ex Monastero di S. Marco, sul suo lato orientale e sul lato nord di piano Barlaci. Successivamente furono eseguiti due trinceramenti: il primo, nel giardino del chiostro, per individuare l'ingresso sull'asse maggiore, speculare a quello scoperto nel piano Barlaci e il secondo in Via Anfiteatro e proprio in quest'ultimo scavo che fu rinvenuto uno dei piloni dell'edificio. Nella ben nota collana Notizie di scavi e Antichità, il Salinas pubblicò un primo resoconto dei suoi scavi: …Sono ritornate all'aperto due fila di piloni piantate su fosse ellittiche di accuratissima muratura, ed attualmente si lavora allo sgombero del primo "Maenianum" e del "Podium… …Nella parte inferiore, le fabbriche hanno filari di massi squadrati con grande precisione, ai quali si sovrappone la muratura ad "opera incerta"; un pilone ha per base un blocco enorme di mt. 1,76 di lunghezza, per mt. 1,26 di altezza, per mt. 1,00 di profondità. Nell'interno di un pilone è addossata una colonna composta di dischi di pietra… . Quindi molto importanti furono gli scavi del 1909: essi permisero di mettere in luce una piccola parte della cavea e di un tratto dell'arena posta sul lato nord dell'edificio antico nell'attuale piano Barlaci (toponimo quest'ultimo che deriva dal greco "perilasion", ossia "anfiteatro"). Nonostante la presenza di fabbricati nell'area di scavo e probabilmente anche per le ricerche non eseguite secondo i piani prestabiliti, gli studi del Salinas ci forniscono gli elementi necessari per ricostruire l'edificio. Pertanto il Salinas dedusse che il perimetro era di forma ellittica sia nel suo interno che all'esterno, il diametro massimo era stimabile in metri ottantasette mentre quello minimo di metri cinquantotto; che l'edificio presentava due ordini di elevazioni e superava l'altezza di venti metri. La costruzione conteneva quattordici ordini di gradini degradanti verso l'arena, i cui diametri misuravano rispettivamente metri cinquantuno per il maggiore e metri ventisette per il minore, terminanti in un pendio. L'anfiteatro, inoltre, era delimitato da un portico sorretto da trentasei colonne ed aveva una capienza di circa quattromila persone.