Il Colosseo di Termini Imerese dall'età imperiale al Settecento

Il fascino che a distanza di millenni, suscitano le rovine di: piloni, parte delle gradinate cornici e modanature, accomodati nella parte di Piano Barlaci e nella spianata, a ridosso dell'ex Liceo Classico e al convento delle Clarisse, in Termini Imerese, non finiscono mai di rievocare nella nostra memoria, la fulgida epopea della Termini classica romana, Colonia Augustea. Le vestigia ricordano ancora, l'epiteto, di quella che fu la "Civitas Splendidissima", a conferma della straordinaria macchina organizzativa romana: amministrativa, sociale e militare che, trova espressione, non ultima, nell'assetto planimetrico di molti insediamenti urbani dell'Isola e del resto d'Italia. Il Colosseo di Termini Imerese dall'età imperiale al Settecento Gli elementi costruttivi salienti dell'anfiteatro di Termini Imerese, riferibile al I sec. d.C., comunemente chiamato "Lu Coliseu" nel Cinquecento , si trovano per buona parte occultati dalle attuali abitazioni, edificate sconsideratamente a partire dal XVI sec. L'area archeologica viene a collocarsi storicamente nella zona della Giudecca, il quartiere ebraico per eccellenza. Purtroppo rimane ben poca cosa della grandiosa costruzione, capace di contenere circa quattromila spettatori, che vide, verosimilmente, nel suo interno, lo svolgersi di rappresentazioni, come i munera e i venationes, ovvero le lotte con i gladiatori e le rappresentazioni di caccia; gli spettacoli con gli animali addomesticati e le esecuzioni: i noxii, a cui si aggiunsero, più tardi, anche le commedie e le tragedie. In questo scenario immaginifico in cui ogni singola pietra racconta la vetusta civiltà romana e l'orgogliosa grande edificazione; molti geografi, eruditi, storici, pittori e vedutisti, nel medioevo e nell'età moderna hanno celebrato questo "grande vecchio", deteriorato dal tempo e dalla sciatteria umana, quasi ad evidenziare simbolicamente, l'anima di ciascun frammento di costruzione lapidea. Il geografo arabo Edrisi, nella sua opera intitolata "Il libro di Re Ruggero", lo richiamò alla memoria nel 1140, definendolo un edificio degno d'ammirazione. Egli scrisse che a Tirmah vi erano "avanzi di antichità", ed è molto probabile che nell'atto della sua segnalazione, l'anfiteatro fosse già in rovina, sia per incuria, sia per essere stato utilizzato come cava di materiale lapideo o per eventi bellici, in coincidenza delle incursioni dei Vandali, all'epoca delle loro ripetute scorrerie nelle principali città costiere dell'Isola. E pure plausibile ritenere che il monumento abbia subito gravi danni in concomitanza dell'assedio angioino del 1338, che portò alla quasi totale distruzione la città di Termini. Lo storico Claudio Mario Arezzo, intorno al 1537, nella sua opera De situ insulae Siciliae, lo annoverò tra i resti delle antichità esistenti a Termini a quel tempo. E' probabile che l'anfiteatro da lui citato, fosse quasi in completa rovina. L'opera, inoltre, fu segnalata dallo storico Tommaso Fazello da Sciacca, frate domenicano che percorse in lungo ed in largo l'Isola e che condensò le sue ricerche nell'opera De rebus siculis, edita nel 1558. Il Fazello, indicò il monumento in questione con il nome Theatrum semidirutum e ciò fa pensare alla presenza di avanzi architettonici ancora abbastanza imponenti. Anton Filoteo degli Omodei, da Castiglione, erudito quasi contemporaneo al grande studioso Saccense, nella sua Descrizione della Sicilia", ci ha lasciato una descrizione abbastanza simile a quella del del Fazello. Nel secolo XVII, il pittore manierista termitano Vincenzo La Barbera, raffigurò l'edificio nel 1609-10, e ce ne ha lasciato una ricostruzione ideale in alcuni quadroni a fresco dell'aula Consiliare del Palazzo Senatorio di Termini Imerese, dove sono rappresentate scene ispirate alla storia della cittadina. Nel 1669, lo storico termitano Vincenzo Solito nella sua opera "Termini Himerese" così descrisse la costruzione: "… Insino a' nostri giorni si vede nella città di Termini Imerese il Teatro termitano mezzo dirupato, nel quale a tempo dè Romani i Terminesi facevano i loro giuochi…". Un'altra segnalazione dell'Anfiteatro ci pervenne nel XVIII sec. dall'abate Vito Amico, che lo richiamò nel suo Lexicon topographicum Siculum (1757). Secondo una notizia riportata in Viaggio per tutte le antichità della Sicilia (1781), opera di Ignazio Paternò Castello, principe di Biscari, l'Anfiteatro sarebbe stato utilizzato come cava di materiale per integrare la costruzione dei bastioni del Castello. Stessa sorte sarebbe toccata anche ad una parte del quartiere ebraico in cui l'anfiteatro per buona parte ricadeva; la demolizione fu infatti compiuta anche per liberare il lato occidentale del quartiere al tiro delle unità d'artiglieria della fortezza.