Un ciabattino può anche salvarsi...
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Giovanni Failla è nato il 4 settembre 1916 a Collesano. Vive sempre lì nella casa paterna, dov′è nato e cresciuto. VEDI FILMATO. Era il piccolo di cinque fratelli, due ora morti e una sorella della tenera età di 105 anni che non vive più in Sicilia. Lo incontro per strada che passeggia agile come un coniglietto. Mi dirà che ama camminare. A casa mi mostra i suoi attestati, i suoi ricordi (vedi le foto in allegato), le sue lacrime e la sua saggia gioia di vivere che senti nell′aria e che vedi dagli occhi. Da tre anni è vedovo e vive solo, curando con attenzione sia la casa che se stesso. È stato il prigioniero 40790, internato in un campo di lavoro a Berlino. Era riuscito a scrivere ai suoi dopo quattro mesi di prigionia del fatto che fosse ancora in vita.
Quando parte militare?
Partii il 26 maggio 1938 , andai a Gorizia nel XXIII Reparto Fanteria. Sono stato un anno a Gorizia, poi un anno ad Udine e allo scoppio della guerra andammo in Jugoslavia, per tre anni e mezzo. Ho trascorso gli anni della guerra per i campi e poi una prigionia di due anni in Germania. Sono passati circa sette anni prima di ritornare in Italia. Ce l′ho fatta a superare e a resistere alle mille difficoltà che ho incontrato allora e ho fatto ritorno a casa il 6 settembre 1945, dopo sette anni e mezzo. Il 9 giugno del 1941 rimasi ferito alla mano, esattamente al dito. Ho anche i documenti che lo attestano. Mi avevano riconosciuto l′invalidità dandomi una piccola pensione di sette mila lire, all′epoca. Ma dopo qualche anno me l′hanno tolta.
Mi racconti la guerra.
Camminammo a piedi per giorni. I comandanti a cavallo e noi a piedi. Dormivamo a terra. Per sette anni non conobbi il letto. Anche durante la prigionia dormivo nelle baracche, con delle tavole sul pavimento, come se fossi a terra. A quei tempi non c′erano i telefonini. C′era una sorta di cassetta che trasmetteva. Mangiavamo poco e non c′era possibilità di reclamare. Si doveva ubbidire al Partito unico! Diciamo che per un anno c′era una certa calma, in fondo noi poveri soldati eravamo lì per la Pace! Combattevamo pensando di difendere la pace e la patria. L′8 settembre del 1943 ci fu l′Armistizio. Ci fu uno sbandamento generale. A piedi, come dei veri sbandati, di qua e di là, ci incamminammo verso Trieste. Ma i tedeschi ci catturarono subito.
Mi racconti la prigionia
Alla stazione di Trieste ci hanno dato qualcosa da mangiare e l′indomani fummo caricati su un carro bestiame affollato, e partimmo per non si sa dove(la voce si rompe per la commozione, il ricordo è duron.d.r.). Arrivati in Austria ci fermammo per i bisogni. Fu una vera umiliazione e lo è ancora adesso, ricordarlo. Insomma ripartimmo con destinazione Berlino, un campo chiamato Kustrin III C. Lì non fui più Giovanni, ma un numero, 40790, la mia fascetta di stoffa cucita alla giacca sul braccio. Le mie impronte digitali consegnate al campo. Tenni gli stessi vestiti per tanto tempo. Quando furono più che sgualciti ci diedero il cambio, per scarpe avevo degli zoccoli di legno, ma poi io mi feci le mie scarpe. Dopo qualche giorno cominciarono a venire lì degli impresari per prendere manodopera gratuita dai campi di concentramento. Noi prigionieri abbiamo fatto progredire la Germania, sia nell′industria che nelle campagne con la nostra manodopera senza sosta e gratuita. Anche se la notte per i bombardamenti militari, inglesi, non dormivamo, alle cinque del mattino c′era sempre la sveglia per noi. Per andare al lavoro suonava una campana e uno gridava: Arbeit! Ci mettevano in fila, ci contavano, a volte anche tante volte perchè sbagliavano. Anche fra i tedeschi c′erano dei mutilati di guerra. Ricordo chi senza gamba, chi senza braccia. Anche a me portarono in fabbrica. Io non conoscevo il lavoro, ma mi istruirono e mi misero al torno, fabbricavamo i pezzi degli aerei. Eravamo tanti: greci, russi, ungheresi e italiani.
Perciò cominciai anche a conoscere e parlare le loro lingue. Mangiavamo zuppa a pranzo, patate, barbabietole, il cibo che davano ai maiali e a noi prigionieri. Ero debole. Una mattina ci dissero: Komm her(venite qua). Ci condussero in un appartamento dove c′erano i bagni, ci denudammo, ci pesammo, ci lavammo e ci fecero cambiare gli indumenti. Io pesavo 34 Kg. Nelle baracche eravamo venti persone. La mattina uscivamo per andare al lavoro e la sera ci ritrovavamo con gli altri. C′erano i russi, simpatici e canterini. Ricordo ancora la famosa canzone che cantavano per noi italiani. Dopo cinque mesi di lavoro di fabbrica scoprii che serviva un calzolaio per i vigili del fuoco e la polizia. Allora mi chiamarono sapendo che ero un calzolaio poichè anche sul mio documento c′era scritto. C′era un interprete bulgaro che parlava bene l′italiano perchè aveva preso la Laurea a Napoli. Lui mi tradusse la richiesta dei tedeschi. Accettai, era il mio mestiere! Mi diedero una stanzetta, per laboratorio, lavoravo seduto. Erano tutti contenti di me, mi guardavano e mi dicevano in tedesco che ero un "Mastro" che lavorava come una macchina. Mi portavano dei pezzi di pane in più. Ricordo che a Pasqua mi portarono l′uovo, il dolce.
Un giorno un vigile del fuoco, lo ricordo come un brav′uomo, mi portò a casa sua a pranzo. Indimenticabile quel pranzo: sugo, carne, torta. Per un prigioniero era un sogno! Passavo il mio tempo a fare le scarpe. Ho fatto quattro paia di stivali per delle signorine, un paio di stivali grandi per il furer, ovvero il capo dei pompieri del campo. I tedeschi erano contenti di me. I primi tempi tutti eravamo Badoglio, Badoglio, ovvero traditore, ma poi vedendomi lavorare era cambiato il loro atteggiamento nei miei confronti. Io a volte chiedevo loro: ma perchè sono qua io? La Germania fa la guerra e noi siamo qua rinchiusi! Non rispondevano mai. Un giorno il capo mi chiese in tedesco chi fosse migliore tra Mussolini e Hitler. Io rispondevo "Alles scheissen" , cioè tutte e due cosi tinti. E lui continuava "Nein...non dire così". Posso dire che il mio lavoro di calzolaio, che ho svolto fino a qualche anno fa, mi ha fatto stare bene da prigioniero. Ero autonomo. Se avevo bisogno di materiale bastava che chiedessi e mi accompagnavano nel magazzino ed io liberamente e prendevo tutto quello di cui avevo bisogno: suole, gomme. Il cibo me lo davano abbondante, mi chiamavano nella caserma per mangiare coi pompieri. Mi riempivano il piatto ed io chiamavo i compagni meno fortunati per il cibo e dicevo loro di venire sotto la mia finestra che gli avrei dato da mangiare. Gli riempivo i piatti e scappavano subito, se no, eravamo rovinati tutti. Ho cercato di aiutare tanti compagni. I tedeschi mi davano pure le informazioni della guerra. Ricordo quando mi dissero dei bombardamenti su Montecassino.
Cosa ricorda spesso di quei giorni?
Una cosa che ricordo sempre sono i bombardamenti. La notte mentre dormivo sentivo le bombe. Ci svegliavano per andare in fretta nei rifugi, sorta di gallerie sotterranee scavate anche da noi prigionieri, sotto le baracche. Ricordo lo scoppio di una bomba inglese. Per poco siamo stati scanzati. Quel periodo fu durissimo. Ci davano un pezzo di pane di duecento grammi da dividere in dieci per tre giorni. Me lo nascondevo perchè rischiavo di vedermelo rubato. La fame è una cosa seria. Lì ho visto giovanotti belli e grossi, ridotti in pelle ed ossa e cercavamo di ironizzare sulla cosa (la voce è rotta dal pianto n.d.r.). Ricordo i compagni della provincia di Agrigento e Palermo. Mi viene in mente Giovanni Culotta di Calcarelli, lo aiutai tanto, ma non solo lui. Col mio lavoro di calzolaio venivo anche pagato ed io potevo aiutare anche così i miei compagni. Mi vengono in mente i miei concittadini Mogavero, Maranto, ora entrambi morti. Ci incontrammo mentre eravamo sbandati, dopo l′Armistizio. Eravamo coricati a terra e sentivo voci con accenti catanesi, messinesi. Guardai verso di loro e riconobbi il mio paesano Vincenzo Maranto. Fu commovente il nostro riconoscimento(piange ancora Giovanni Failla nel ricordarlo n.d.r.).
Nella primavera del 1945 arrivarono i russi ad occupare il campo. I tedeschi fuggirono. Io non capii nulla perchè lavoravo. Non mi accorsi di niente. A un certo punto vidi che attorno a me c′era silenzio, erano andati via tutti. Allora andai verso il capo. Nel bosco mi videro e mi spararono. Mi riparai dietro un albero. Giunto lì trovai i compagni. I russi né ci contarono né vollero sapere i nostri nomi, ci hanno dato da mangiare, giocavamo a pallone, facevamo teatro. Eravamo solo dei camerati e non lavoravamo più nel pomeriggio. Si diceva la messa, si pregava. Con noi c′era un monaco fiorentino prigioniero, con abiti militari. Anche i tedeschi protestanti seguivano la sua messa. Al monaco si unì un prete tedesco che era rimasto senza chiesa per i bombardamenti. Io credo che il Signore ci ha fatto sopportare tutto ciò. Ci liberarono e partimmo per l′Italia. A Rovigo presi il treno per Roma. Ci rifocillarono con pane e formaggio e ripartimmo per Messina. Traghettammo a piedi e a Messina presi il treno per Cefalù. Lì trovai un autista di Collesano che mi riconobbe. Gli diedi 10 lire e mi portò a casa. Mentre salivo la strada di casa tutti mi venivano incontro, ma l′incontro più bello fu con la mia mamma (le lacrime scendono sugli occhi di Giovanni che mi dona un′emozione grandissima e indimenticabile n.d.r.).
Mirella Mascellino