DUE VOLTE PRIGIONERO PER LA LIBERTA′
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Gaspare Orlando è nato il 24 aprile del 1920. Oggi ha 91 anni. È nato ad Alcamo e vive ora a Scillato, dove il padre si era trasferito per fare il cantoniere. Anch′egli ha fatto il cantoniere, per trentaquattro anni, prima della pensione. Rimane uno dei pochi soldati fortunati che tornarono vivi dalla campagna di Russia e dalla prigionia prima in Russia e poi in Germania.
Quando partì per la guerra?
Io partii soldato il 2 febbraio del 1940, per Milano, nel III Reggimento Savoia Cavalleria. Dopo quindici giorni che ero lì, partimmo per la Jugoslavia. Lì ebbi un incidente e mi portarono all′ospedale di campo a Crocevia. Nel frattempo i miei compagni partirono per la Russia. Al ritorno dall′ospedale trovai un capitano che mi disse di non preoccuparmi perchè insieme avremmo raggiunto gli altri. Passando dalla Romania ci accorgemmo che c′erano molti ebrei chiusi nei campi di concentramento. Un giorno il Capitano mi chiese se andavo con lui a vedere cosa succedeva nei lager. Andammo e vidi cose indimenticabili. I tedeschi sparavano agli ebrei. Ricordo, come ora, una giovane donna, forse ventenne, con un neonato in braccio. Mentre i tedeschi sparavano lei alzò il bambino in alto. Cadde morta e il bambino rimase vivo. Vi si avvicinò un soldato tedesco, prese la sua pistola dal fianco e alzando il bambino col piede gli dà la pistola in testa, buttandolo nella fossa con gli altri. Il capitano si rivolse a me, provato dall′immagine di fronte a noi e mi disse di andare via perchè si sentiva male, come in fondo mi sentivo male anche io. Attraversammo l′Ungheria fino ad arrivare in Russia. Esattamente a 20 km da Mosca, il freddo era credo 50 gradi sotto zero, la neve alta almeno un metro. Mi congelavano mani e piedi. Portavamo i passamontagna e vedevamo il fumo del fiatone, dinanzi a noi. Dopo due anni di Russia fummo rimpatriati a Milano. Dopo otto giorni da Milano ripartimmo per la Jugoslavia. Dopo circa dodici giorni in Jugoslavia, ci fu l′Armistizio.
Cosa successe dopo l′Armistizio?
Ci fu il fuggi fuggi dei capi. Fummo abbandonati a noi stessi. Noi poveri soldati ci incamminammo, senza meta. Ci incontrarono dei partigiani che ci intimarono di consegnare i fucili, proponendoci di unirci a loro. Ma noi volevamo tornare in Italia. Così un capo-partigiano ci accompagnò nel paese più vicino, passando per i boschi. Ci consegnò ad altri fino ad arrivare a Fiume. Eravamo rimasti in tre. Ci avvertirono che in giro c′erano i tedeschi. Incontrammo una famiglia che ci propose, in cambio del rifugio, di aiutarli nei loro lavori. Ci misero in guardia dal pericolo che avremmo corso andando via. Ma noi andammo via lo stesso. Arrivati a Capo d′Istria, ci accorgemmo che i tedeschi avevano circondato il territorio. C′era una famiglia che ci faceva trovare da mangiare. Ma presto non potemmo più andare, facendo la fame. Era il settembre del 1943 e siamo stati quindici giorni a vagare per i boschi, mangiando uva e fichi. Pensammo di tornare indietro e unirci ai partigiani. Una famiglia che vendemmiava ci indicò una sorta di galleria, in cui passava il treno, per uscire dal bosco senza essere visti. Invece, appena giunti in galleria trovammo i tedeschi che ci catturarono.
Ci parla della prigionia?
Sulla galleria c′era una casa di civili, in cui i tedeschi ci rinchiusero per tre giorni senza cibo nè acqua. C′era un donna, con una coperta in testa che ogni giorno ci diceva che presto ci avrebbero torturato e ucciso. Era insopportabile! Scappammo via, ma dopo un po′ di strada, incontrammo ancora altri tedeschi. Eravamo una cinquantina. C′era un muro con un tubo che correva in mezzo. Ci infilammo dentro il tubo. Era l′ennesimo tentativo di fuga, ma fummo presi dai tedeschi che ci portarono in Germania, a Berlino, in una fabbrica. Ci davano un filone di pane per dieci prigionieri. Era un rito dividerlo. Lo segnavamo affinchè ciascuno avesse il suo pezzo in egual misura. Avevamo messo su, una bilancia rudimentale fatta coi legni. Dividevamo in parti uguali, assegnavamo i pezzi e alla fine ci dividevamo le briciole che rimanevano a terra. Dormivamo nei letti a castello a tre posti. Io non riuscivo più salire la scaletta per andare a letto. Pesavo 42 Kg(è un uomo molto alto n.d.r.). Ci portavano a lavorare di notte. Immaginate che noi eravamo morti di fame e di sonno al punto che ci addormentavamo al lavoro. Un giorno fui sorpreso a dormire e ricevetti un colpo alla testa tanto da vedere il mio sangue schizzare sulla calza. Mi sentivo morto. Il soldato tedesco, il Kapò, lo chiamavamo fra′ diavolo, per dire quanto fosse cattivo. Era biondo, me lo ricordo preciso. Io presi un martello per tirarglielo in testa. Fui portato in compagnia disciplina. Lì ogni mattina, il cosiddetto boia, con un nerbo grosso, ci dava dalle dieci alle venti nerbate, al mattino. Con noi c′era un russo. Questi ci avvisò che i suoi compagni erano a pochi chilometri e perciò i tedeschi ci avrebbero ammazzati prima del loro arrivo. Dovevamo darci da fare. Allora ci organizzammo. I tedeschi bevevano e poi cadevano nel sonno. La guardia era nella sua postazione che dormiva e noi scappammo. Arrivammo nel campo e ci venne incontro un russo. Ci portò da mangiare dicendoci di rimanere nascosti dentro. Presto ci liberarono. Si sentivano urla indimenticabili, la cui provenienza era incomprensibile. Scoprimmo presto che venivano da un sotterraneo. Scendemmo e trovammo più di un centinaio di morti e un uomo ferito che urlava e piangeva come un disperato. Cercammo una carretta, un materasso e caricammo il sopravvissuto. Ci incamminammo verso un ospedale di campo russo, ma camminammo tanti giorni, prima di consegnarlo. Non sapevamo il suo nome, né lui era in grado di dircelo. Dopo otto giorni tornammo per sapere come stava, ma non lo trovammo perchè era stato spostato in un altro ospedale. Ho avuto sempre il pensiero a lui ed ancora oggi ho il rammarico di non avere saputo più nulla di lui e mi chiedo se sia ancora vivo come me. Perciò presto ci portarono a Dachau, eravamo solo prigionieri e a poco a poco venivamo smistati per il rientro a casa. Ci portarono a Bologna, un mese in quarantena e dopo ci congedarono per la Sicilia. Era il settembre del 1945 e la mia famiglia non aveva alcuna notizia di me. Di centinaia di soldati nel mio battaglione in Russia siamo tornati a casa in pochi. Da Bologna mi misero sul treno fino a Messina. Lì dovevo cambiare treno per Palermo. C′era un soldato inglese che mi disse di aspettare la tradotta della sera. Ma io impaziente come ero salii sul primo treno. Passò il controllore e mi intimò di scendere, ma io gli risposi che sarei sceso solo da morto. Accanto a me, un signore con abiti civili, che scoprii, dopo, essere un Ufficiale si rivolse al controllore, dicendo che ero un povero uomo che tornava dalla guerra e dalla prigionia e che non poteva farmi scendere. Arrivai a Palermo e da lì raggiunsi col treno Campofelice di Roccella e a piedi arrivai a Scillato, dove i miei si erano trasferiti, per il lavoro di mio padre. Incontrai un altro soldato che doveva raggiungere a piedi Polizzi Generosa. Mio padre era provato dalla mia mancanza, aveva perso un po′ il senno pensando a me lontano. L′incontro fu una gioia che non so raccontare. Mi abbracciò e mi portò a casa. Ma presto non fu più come prima, non mi riconosceva più, per la sua malattia, non mi accettava, mi diceva che suo figlio era rimasto sotto le bombe. Nel 1946 morì. Penso sempre ai compagni incontrati di cui non ho più saputo nulla. Ma nel 1989 mi capitò un fatto curioso e bellissimo Era dicembre ed ero ricoverato in ospedale a Termini Imerese. Veniva in corsia un barbiere per noi malati, Giovanni Cimino. Mentre mi radeva mi disse che aveva fatto la guerra e che era stato in Russia. Ci guardammo e capimmo che eravamo stati insieme nell′infermeria nell′ospedale da campo russo, Kamenk, aiutandoci a vicenda. Pur vivendo vicini nessuno di noi aveva mai ritrovato l′altro. Ci abbracciammo felici. Di noi parlarono anche il Giornale di Sicilia dell′epoca e il settimanale Visto. Giovanni è morto qualche anno fa.
Lo Stato si è ricordato di lei?
Per andare in pensione dovetti riscattare i miei anni di militare pagandoli. Nel 1974 mi hanno dato la croce al merito di Guerra. Conservo gelosamente il cucchiaio col quale mangiavo il rancio nella mia gamella.
Mirella Mascellino