La generazione che ha ‘resistito' per la libertà
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Rosario Di Gangi è nato ad Alimena, il 22 aprile del 1922. Ha da poco compiuto 89 anni e vive a Milano. In Lombardia ci vive da quasi cinquant′anni. Lì ha messo radici. Ha due figli ed è vedovo dal 2002. La sua esperienza di prigioniero di guerra, in fondo l′ha raccontata poco. Ha sempre avuto paura che gli altri non lo credessero. Col suo racconto fa un dono importante alle giovani generazioni e alla memoria collettiva, a testimonianza del fatto che la Storia è fatta da uomini normali e invisibili che spesso, soprattutto oggi, vengono dimenticati!
Quando è iniziata la guerra per lei?
Allo scoppio della guerra avevo 18 anni e venni richiamato alle armi alla fine del 1940 per fare il militare. Partii per Perugia, dove rimasi per i sette mesi di addestramento. La prima destinazione che mi comunicarono fu la Russia, poi un cambio di ordini destinò il Reggimento alle operazioni in Jugoslavia (Croazia e Slovenia), allora già occupata dagli italiani. In Jugoslavia non era una guerra vera e propria, si trattava di combattere contro i partigiani di Tito. Arrivai nell′estate del 1941 e subito per me ci fu il battesimo del fuoco. Anche se di intensità minore, le ostilità erano continue e inaspettate. Gli italiani avevano postazioni in tutto il territorio. Eravamo un piccolo contingente di quasi cento uomini incaricati di controllare dei paesini. I partigiani calavano dalle montagne o uscivano dai boschi per tartassare il contingente italiano e poi sparivano nel nulla. Eravamo quindi obbligati a fare rastrellamenti nei boschi o sulle montagne per sventare gli attacchi; spesso in queste operazioni venivamo attaccati da forze soverchianti. Gli attacchi potevano durare poche ore ma anche settimane, e restavamo sotto il fuoco bloccati senza viveri o aiuti fin quando non arrivavano rinforzi, intervenivano i carri armati o gli aerei a respingere gli attacchi e rompere l'accerchiamento. A volte i partigiani attaccavano l'intero paese con armi più pesanti rubate agli italiani, e ci tenevano sotto bombardamento per giornate intere. Rispondevamo al fuoco indirizzando i cannoni da dove vedevano partire il fuoco nemico, poi quando facevamo il rastrellamento trovavamo i corpi lasciati insepolti dai partigiani in fuga. Spesso gli scontri erano ravvicinati, per le vie del paese o nei boschi. Gli Ustasha (partigiani jugoslavi) incutevano paura, era leggendaria la loro ferocia. La voce più terrificante era quella che gli slavi uccidevano i prigionieri a pugni o a mani nude. Molti partigiani erano russi, inviati da Stalin a dare manforte. La popolazione era ostile a noi, rifiutavano di venderci da mangiare e supportavano i partigiani.(Nella foga dei ricordi snocciola diverse parole jugoslave apprese quando andavano in giro a comprare viveri o a perquisire le abitazioni. n.d.r.)
Come avete vissuto il momento della fine della guerra, la notizia dell'armistizio?
L'operazione jugoslavia terminò con la firma dell'armistizio, quindi dopo oltre un anno di combattimenti serrati. Da quel giorno iniziò un'altra lunga tragedia. L'esercito era allo sbando, gli ufficiali lasciarono liberi i soldati, ma suggerirono una ritirata collettiva. Si aveva già il senso della disfatta. Ci si ritirava in modo disordinato, senza viveri o benzina, man mano che finiva il carburante si
abbandonavano i mezzi e le armi pesanti e si continuava a piedi con le armi leggere. I partigiani, fattisi più intraprendenti, incalzavano.
Vicino la città di Fiume riuscimmo a salire su un treno requisito dai militari.. Percorsi 40 km, il treno viene fermato dai partigiani: ci obbligarono a lasciare le armi. Per non cadere nelle mani dei partigiani, saltammo dal treno nascondendoci nei boschi. Dopo un paio di giorni scampando ai blocchi dei partigiani, riuscimmo a riunirci con un grosso contingente di italiani in fuga. Eravamo circa ventimila. La distesa la notte era piena di fuochi di militari al bivacco, tutti a piedi senza carburante, la strada era disseminata di mezzi abbandonati. Dopo una notte all'addiaccio, la mattina, ci svegliammo soli, lui e qualche amico, perché la notte stessa tutti gli altri, con favore del buio, si erano diretti verso i confini. Lo scenario era lugubre: cavalli imbizzarriti che correvano in mezzo al cimitero di macchine, ferendosi da soli. Riuscimmo a prenderne due, ma dopo appena qualche km in sella, i partigiani ci intimarono di lasciare i cavalli, invitandoci a combattere con loro. Al nostro rifiuto ci obbligarono a lasciare le armi e ci lasciarono passare. Andavamo verso Trieste, durante il tragitto incontrammo degli italiani in borghese e chiedemmo loro informazioni. Questi ci tranquillizzarono dicendo di andare in direzione di Trieste dove saremmo stati accolti dalle autorità italiane e avremmo potuto rifocillarci. Alcuni non si fidarono e scelsero altre strade. Io ed alcuni altri, fra cui un inseparabile amico di Villapriolo(En), invece continuammo in quella direzione. Alle porte di Trieste invece ci aspettavano i tedeschi, i quali, aiutati dai collaborazionisti fascisti, rastrellavano gli sbandati. Capimmo che i civili incontrati erano collaborazionisti fascisti. Attraversammo tutta Trieste in fila sotto la vigilanza delle armi tedesche; già ci trattavano da traditori nemici. Al nostro rifiuto di entrare nelle fila dei "repubblichini", ci cominciarono a ingiuriare, chiamandoci "Badoglio, Badoglio!". Non lesinavano calci, botte coi fucili e qualche pallottola a chi tentava di scappare. Al passaggio fra le strade della città, molti abitanti aprivano le porte per far entrare i prigionieri, alcuni dai tetti tiravano pietre e vasi contro gli aguzzini. Alcuni ce la fecero a scappare altri vennero ripresi da solerti soldati tedeschi e malmenati. Il gruppetto di prigionieri si ingrossava mano mano: eravamo un centinaio e ci raccolsero nel piazzale della stazione. Buttati così nel piazzale passammo due giorni in attesa, secondo le intenzioni dei tedeschi, che si riempisse il treno. Non c'era cibo e acqua, tranne una volta quando la Croce Rossa preparò della pasta che distribuì. Noi non avendo gamelle, ce la facemmo versare nel fazzoletto e la mangiammo con le mani. Completato il carico di carne umana, ci sbatterono tutti nei treni merci chiusi dall'esterno e sovraffollati all'inverosimile. Sette giorni in un incubo interminabile! Nessuna notizia, né destinazione, solo un po' di acqua e pane, senza aria e in mezzo a malati, feriti, senza poter scendere per i bisogni corporali. Verso la fine di settembre giungemmo in Polonia in un campo di concentramento che ospitava quindicimila prigionieri. Trascorsi lì quattro mesi di inferno.(Al ricordo la voce è rotta dalla commozione, nello stesso tempo sorride come stesse dicendo qualcosa di poco importante, ha quasi paura di non essere creduto.n.d.r.)
Come è stata la vita in un campo di concentramento?
 Ogni notte, sui duri tavolacci o per terra con una misera coperta bucata e corta, per stenti e freddo morivano dalle quattro alle sei persone a notte. La mattina oltre ai secchi con gli escrementi, la corvée prevedeva la rimozione dei loro cadaveri, e la loro sepoltura in fosse comuni.
Il vitto, quando c'era, era immangiabile. Venivano i camion con le verdure che scaricavano direttamente dentro le marmitte così, senza lavarli e sbucciarli. Il rancio era per un quarto fatto di terra e dato una sola volta al giorno. Il pane, nero e dato una volta al giorno,
era diviso ai capi gruppo, un kg di pane nero per otto persone. A volte il fortunato scappava lasciando nella disperazione gli altri sette.
La giornata trascorreva tra controlli e appelli, sul fango con abiti laceri e zoccoli di legno ai piedi nudi. A volte la noia era peggio della cattiveria dei tedeschi, del freddo e della fame. La morte prendeva il suo contributo quotidiano fra i più deboli. Una volta, in uno dei controlli, uscì fuori qualcosa, e l'ufficiale tedesco picchiò alcuni di noi. Ci voleva denunciare alle autorità del campo. L'amico di Villapriolo insorse e si lanciò contro l'ufficiale, questi estrasse la pistola e la puntò, carica, pronto a sparare. L'intervento degli altri prigionieri fece recedere l'ufficiale dal premere il grilletto. Dopo qualche mese si presentò la possibilità di poter lavorare all'esterno del campo, per le aziende dei tedeschi. Io mi prestai e ogni mattina scortati ci avviavamo ai campi. Durante il tragitto, di nascosto dalle guardie, rovistavano nella spazzatura davanti le case dei civili, cercando qualche buccia o scarto di vegetali che ingoiavamo avidamente prima che gli altri li rubassero o che i guardiani ce li facessero buttare dopo averci colpito col calcio dei fucili, oppure la sera li bollivamo nei barattoli di nascosto. A volte rubavamo il cibo delle pecore, la segale e le patate. Una volta una guardia, orba di un occhio, punì alcuni di noi perchè ci eravamo allontanati dal lavoro per raccogliere un po'di verdura. Ci rinchiuse per un intero giorno nella casetta dove si essiccava la legna. Si moriva dal caldo, alla fine eravamo stremati. La nostra fortuna era che a pranzo riuscivamo ad avere una minestra calda, fatta dalla padrona della fattoria, e ciò attenuava il duro lavoro. Durò solo tre mesi. Essendo validi al lavoro, le autorità tedesche ci destinarono a lavori nel campo di aviazione per circa sei mesi. Dovevamo assemblare aerei da guerra. Quando la guerra volgeva al peggio per i tedeschi, le incursioni aeree degli alleati si facevano più fitte e intraprendenti ed il campo di aviazione venne bombardato più volte e per molte ore. Il giorno di Pasqua del 1944 il campo venne reso inservibile dalle bombe inglesi. L'Attacco si ripeté due giorni dopo, fummo fatti evacuare dai nostri alloggi e ci portarono in una segheria dove iniziammo a lavorare sempre sotto la sorveglianza armata, vicino Danzica.
A distanza sentivamo i boati della violenza bellica, ogni giorno sempre più vicini. Dopo alcuni giorni cominciammo a vedere le avanguardia russe che venivano a ispezionare. Un giorno i tedeschi di guardia scapparono e per un paio di giorni restammo soli, nella terra di nessuno.
Ci rendemmo conto che il pericolo non era passato. Ci rifugiammo nei rifugi dei civili per un giorno, mentre fuori infuriava la battaglia.
Quando sentimmo che era tornata la calma ritornammo alla segheria e lì trovammo i russi che intanto avevano fatto fuori le nostre povere provviste; ci presero prigionieri. Nonostante ci facemmo riconoscere come italiani, i russi non abbassarono i controlli con le armi.
Inquadrarono tutti i prigionieri rastrellati in zona e ci fecero mettere in marcia verso la Russia. Fu un viaggio terrificante di due giorni, a piedi, senza vestiario adeguato sulla neve alta ed in mezzo alle tormente. Ne arrivammo solo dieci sulla cinquantina che eravamo inizialmente. Gli altri furono abbandonati per strada assiderati e morti di stenti. Non bastarono le suppliche nostre: dicevamo " noi anti-fascisti , Badoglio, Badoglio!" La liberazione avvenne un anno e mezzo dopo la fine della guerra in Italia. I russi erano restii a liberarci perché li usavano per lavori di facchinaggio. Scaricavamo interi convogli di aiuti alimentari provenienti dagli USA. Tuttavia, il trattamento era migliore di quello ricevuto dai tedeschi, meno controlli e più razioni di cibo. Quando venne il momento della liberazione i russi ci dissero che ci avrebbero portato a Mosca e da lì ci sarebbe stato un treno per l'Italia. Noi non accettammo e di notte scappammo. Ci siamo
diretti di nuovo verso la Polonia, a Lodz, poiché avevamo saputo che si era creato un campo della Croce Rossa di raccolta dei prigionieri italiani da rimpatriare. Vi giungemmo a piedi e restammo un mese in compagnia di tanti altri prigionieri italiani. Lì ci venne data la possibilità di scrivere le prime cartoline che l'ufficio ricerche della Croce Rossa si incaricò di far pervenire ai parenti. Il rientro fu organizzato con dei lunghissimi convogli, strapieni anche sopra il tetto, sotto scorta russa. Le linee erano un disastro e il treno avanzava lentamente e spesso doveva fermarsi e deviare allungando di giorni l'Odissea. I convogli arrivarono fino al territorio francese, dove le autorità USA chiesero di prendere loro in consegna i prigionieri, ma dopo due lunghi giorni di trattative, fermi ad una stazione, i russi non cedettero. Finalmente arrivammo a Bolzano dove le autorità militari non fecero proseguire la scorta russa. Ne nacque quasi un incidente diplomatico poiché i russi avevano ordine di arrivare fino a Roma. Dopo lunghe trattative (anche qui due giorni) i russi cedettero e abbandonarono i prigionieri. Il tragitto da Bolzano alla Sicilia durò un altro mese. A Bolzano, dopo essere stati rifocillati, le autorità assegnarono a ciascuno 20 lire lasciandoli liberi di continuare il viaggio. Fino a Roma potemmo usare i treni che in qualche modo, dopo diversi giorni, riuscirono a transitare per le poche linee non distrutte. Ma da Roma in giù fu un vero calvario. Da Roma a Napoli andammo a piedi per circa 8 giorni, mangiando solo frutta rubacchiata nei campi. Poi giù per le Calabrie, riempiendo lo stomaco con qualche pezzo di pane offerto dagli abitanti.
A Messina coi pochi soldi rimasti, io ed il mio amico di Villapriolo, inviammo un telegramma per avvertire le famiglie. Salimmo su un treno e finalmente arrivammo alla stazione di Villarosa, dove i parenti dell'amico ci aspettavano. Per l'amico, dopo i tormenti della guerra e della prigionia arrivò la triste notizia della morte della madre. (È il momento più doloroso, dice, ed ancora oggi si commuove nel ricordare il dolore inconsolabile dell'amico alla triste notizia. Come a voler significare che in fondo le pene fisiche della guerra nulla sono davanti alla scomparsa della persona cara.)
Come sono stati gli ultimi momenti del rientro?
A casa dell'amico ci ristorammo e dormimmo una notte in un letto vero. Era il periodo della vendemmia e l'indomani, accompagnato dai parenti dell'amico, ci avviammo verso Alimena a dorso di mulo. Al fiume Salso vidi venire incontro mio fratello Peppino, che intanto era partito per venirmi a prendere. Dopo sei lunghi anni finalmente vedevo una faccia familiare. Eravamo entrambi stati in Croazia e Slovenia nello stesso periodo, non sapendo l'uno dell'altro. Solo poche ore prima, sul treno da Messina a Villarosa, avevo appreso da un "paesano" che tutti i miei fratelli (altri quattro oltre me) erano tornati illesi dalla guerra. Erano le prime notizie dopo lunghi anni di lontananza.
NOTA: Alla fine con un sorriso, quasi imbarazzato, come chi indaga se il suo interlocutore possa credere a tutto quello che ha detto, mi ringrazia di averlo ascoltato; si scusa per essere stato prolisso e soprattutto si augura di non avermi annoiato.
Come è stata la vita dopo?
Era in corso la vendemmia, tutta la famiglia era in campagna, li raggiunsi il giorno stesso dell'arrivo e cominciai a lavorare anch'io. Seguiva il periodo della semina e, dopo essere stato al distretto militare di Palermo per registrare il rientro in patria, corsi in campagna al "Monaco", un tempo feudo affollato di contadini, per aiutare i miei fratelli nei lavori.
Il Governo ha avuto riguardo per la vicenda? Non ho mai ricevuto una gratificazione né una agevolazione. Negli anni '50, quando le terre non rendevano più e non si poteva sostenere la
famiglia, maturai l'idea di emigrare in Germania. Nei primi anni del 1960 partii e vi rimasi per alcuni anni. Poi stanco di quei volti estranei, di quei rapporti freddi, di quella lingua dura e autoritaria, scelsi di ritornare in Italia e mi stabilii a Milano.
Intervista raccolta da Castrenze Di Gangi A cura di Mirella Mascellino