Lo studio del siciliano a scuola

Picchì, chi è? Perché, cosa è successo? Di cosa si tratta? Nulla di grave, s′intende, solo che il primo sì - in commissione all′Ars - per l′ipotetica introduzione dello studio del siciliano a scuola, sta accendendo un dibattito interessante e ricco di sorprese. Linguisti, scrittori, politici e chi più ne ha più ne metta sta dicendo la sua sull′opportunità o meno di muovere un passo verso l′ufficializzazione dell′insegnamento del dialetto sui banchi. Favorevoli e contrari stanno sulla bilancia in un equilibrio quasi perfetto. E anche i toni della discussione sono equilibrati e degni di una vera democrazia. Una cosa ci siamo chiesti, però: cosa ne pensano gli addetti ai lavori, quelli che ogni giorno col dialetto, nel bene o nel male, ci hanno a che fare?

Bastano tre telefonate per raccogliere quasi tutte le opzioni possibili.

La prima volta, il telefono che squilla è quello della preside dell′istituto comprensivo di Castellana Sicula, Franca Albanese.

In una realtà come la vostra il dialetto è parecchio usato in famiglia e, di conseguenza, anche a scuola. Cosa comporterebbe l′introduzione dello studio del dialetto nel vostro contesto?

"E′ di certo una buona proposta - afferma - il dialetto è già di per sè una lingua ed il suo studio non può che essere positivo. E′ importante saperlo parlare e conoscere perché i ragazzi, attraverso di esso, riescono ad esprimere meglio le loro emozioni. E′ come se riuscissero ad arrivare ad un livello più profondo. In questo senso il siciliano dovrebbe essere affiancato allo studio dell′italiano: un parallelo per studiare e far comprendere al meglio le regole grammaticali di quella che comunque è la nostra lingua ufficiale. Gli insegnanti potrebbero creare un glossario su cui studiare. In questo caso, lo studio del dialetto a scuola potrebbe poi trasformarsi in uno spunto per portare a casa dei genitori anche più italiano".

Componiamo per la seconda volta un numero di telefono. Questa volta tocca ad un volto noto, alla professoressa e parlamentare Alessandra Siragusa. Le chiediamo di commentare la notizia.

"Se fosse uno studio della Sicilia sarebbe più che opportuno - dice -. Molta storia del Risorgimento italiano riguarda la Sicilia e andrebbe conosciuta. Io credo, citando Leo Spitzer, che ogni lingua sia il volto dell′anima. Bene, se questa proposta rispecchia questo pensiero allora va benissimo, altrimenti si rischia di mettere in piedi una cosa anacronistica".

Terza ed ultima telefonata, questa volta alla preside di una scuola "di frontiera". Giuseppina Sorce è preside dell′Istituto comprensivo Madre Teresa di Calcutta di Palermo, una scuola, in pieno centro storico, in cui si mischiano ragazzi provenienti da ceti popolari e tanti immigrati di ogni parte del mondo.

"Mi sembra una proposta superflua per la didattica - spiega -. La nostra lingua è l′italiano, le tradizioni non vanno a scuola. Noi ci impegniamo con fatica per far parlare ai nostri alunni l′italiano, alcuni conoscono solo il dialetto. Un′idea di questo genere avrebbe senso in una scuola in cui si parla già perfettamente l′italiano, ma è un′utopia. Piuttosto, perché non introdurre lo studio delle religioni? O spingere i ragazzi verso la biblioteca? Nel nostro caso servirebbe lo studio di una storia globale: raccontare solo di Garibaldi ai ragazzi del Bangladesh è riduttivo. Servirebbe un rinnovamento della didattica in chiave multiculturale".

Certo è che ci si dovrà studiare attentamente prima di lanciare crociate che potrebbero trasformarsi in boomerang. Perché, "megghiu diri chi sacciu ca chi sapìa"...

Fonte: nowitaly.com