Notizie sotto assedio

Rischiano la vita al servizio dell'informazione e della legalità. La resistenza dei giornalisti sotto scorta

Scavano nelle carte, utilizzano "confidenti" proteggendo la loro identità, operano su territori difficili con la ferma intenzione di fare il proprio dovere. Hanno molte cose in comune con gli uomini delle forze dell'ordine (non a caso vengono spesso etichettati come "sbirri"), ma la loro missione è portare a casa la notizia. Anche nell'era del'iPad e dei social network, i giornalisti investigativi hanno bisogno di stare "sul campo" per raccontare i fatti, ma spesso nel nostro Paese - soprattutto quando si ha a che fare con la cronaca di questioni relative alle mafie - qualcuno tenta di fermare questo racconto. «Abbiamo censito 400 casi di giornalisti che tra il 2009 e il 2010 sono stati raggiunti da minacce o intimidazioni, il doppio del biennio precedente. Avevano scritto e detto troppo su mafie, terrorismo o episodi di terrorismo politico». Alberto Spampinato, giornalista di lungo corso all'agenzia Ansa, presiede l'Osservatorio "Ossigeno per l'informazione" sui cronisti sotto scorta e sulle notizie oscurate in Italia con la violenza, promosso tra gli altri dall'Ordine dei giornalisti e dal sindacato di categoria Fnsi.
Secondo le stime di Ossigeno, sono 68 in totale i casi di minacce e intimidazioni denunciati, 43 quelli di intimidazioni individuali, 24 le minacce collettive, 13 le aggressioni fisiche, 10 i danneggiamenti. La maggior parte dei casi è stata registrata in Calabria. Seguono Sicilia, Campania, Lazio, Lombardia, Puglia, Basilicata, Piemonte ed Emilia Romagna. Si tratta per lo più di cronisti precari, che non possono neanche contare su uno stipendio fisso a fine mese. «I casi denunciati sono la minima parte, come ha rilevato anche il Rapporto biennale dell'Unesco sui giornalisti uccisi o minacciati nel mondo. Sono raddoppiati rispetto al nostro precedente rapporto, forse anche perché oggi c'è più coraggio, spazio per le denunce» spiega Alberto Spampinato, che nel 1972 ha perso suo fratello Giovanni, corrispondente da Ragusa per il quotidiano L'Ora, ucciso perché "parlava troppo".

Quella all'informazione libera è una minaccia che non riguarda soltanto chi la subisce in prima persona, ma tutti i cittadini, privati in questo modo del loro diritto a conoscere vicende che riguardano la libertà di movimento, di iniziativa economica e di pensiero.
«Innanzitutto è necessario che i giornalisti minacciati non siano lasciati soli dentro le redazioni» spiega Baldessarro, redattore del Quotidiano della Calabria e collaboratore di Repubblica. Tanti di loro sono scortati da uomini delle forze dell'ordine, che diventano veri e propri "angeli custodi", come li chiama Roberto Saviano. Poi c'è la "scorta mediatica", concetto richiamato da molti per sottolineare la necessità di accendere i riflettori su chi subisce le minacce. Non è una garanzia di incolumità, ma fa sentire meno soli. «Inoltre bisognerebbe inasprire le pene per chi minaccia i giornalisti - spiegano gli autori del libro Avamposto - se è vero che "media is different", quando vengono colpiti i giornali è tutta la cittadinanza a subirne le conseguenze, perché viene leso il diritto non solo di informare, ma anche di essere informati».

Lirio Abbate e la sua scorta
A settembre 2007 due sconosciuti hanno cercato di mettere un ordigno rudimentale sotto la sua auto, davanti alla sua abitazione a Palermo. Per fortuna Lirio Abbate (nella foto) era già sotto sorveglianza da tempo per la sua attività di cronista molto addentro alle questioni di criminalità organizzata. Gli agenti del servizio di bonifica dell'Ufficio scorte di Palermo hanno sventato l'attentato e da allora il giornalista - oggi all'Espresso, ma all'epoca corrispondente dell'Ansa e del quotidiano La Stampa - ha continuato a vivere e a lavorare sotto scorta, anche ora che non è più in Sicilia.
«Sono accaduti tanti episodi di minacce e pericoli gravi - ci racconta come se stesse scrivendo un pezzo che riguarda un altro collega -: su alcuni c'è ancora il segreto per via dellele indagini in corso. Ma quello più eclatante è stato senz'altro quando Leoluca Bagarella, recluso in isolamento al 426 bis, si è scagliato contro di me in aula durante il processo». Un pericoloso criminale in isolamento riesce non solo a sapere cosa scrivono i giornali ma anche a ricordare nome e cognome del giornalista che gli aveva rovinato i piani. «Il mio lavoro in quel periodo si era appuntato sui nuovi equilibri che si stavano affermando dentro Cosa Nostra - racconta il giornalista -. Rendere pubbliche le informazioni a riguardo significava mandare all'aria la nuova strategia mafiosa e le parole di Bagarella in quell'occasione misero il cappello sui precedenti episodi intimidatori».
Nel 2006 Lirio Abbate fu l'unico cronista ad assistere di persona al blitz per l'arresto di Bernardo Provenzano e a raccontarlo in diretta. Uno scoop che gli valse i complimenti di Enzo Biagi. Ha seguito in Sicilia le inchieste e i processi più importanti sulla criminalità organizzata e sul traffico di esseri umani, in particolare gli sbarchi degli extracomunitari sulle coste dell'isola. Il sottotitolo del suo libro I complici scritto con il collega Peter Gomez - Tutti gli uomini di Bernardo Provenzano da Corleone al Parlamento - dice molto del suo modo di affrontare la questione mafia. E il prossimo libro in uscita entro l'anno, anche questo scritto a quattro mani con Gomez, si annuncia ancora più dirompente. A seguirlo sono gli uomini della Polizia di Stato. «Gente capace - ci dice Lirio - che non stacca mai un attimo». Sull'argomento il cronista nato a Castelbuono si dilunga volentieri. «Dal primo giorno in cui mi fu assegnata la scorta mi hanno detto di fare tranquillamente la mia vita mentre loro si sarebbero occupati della mia sicurezza. E così è stato: sono discreti, ti lasciano lavorare senza interferenze e poi, ormai, dopo anni di convivenza 24 ore al giorno, festivi compresi, sono un'appendice della famiglia». Con la scorta si finisce anche per condividere i problemi personali e professionali. E Lirio Abbate spiega che questa "confidenza" è stata facilitata dal fatto che lui non aveva pregiudizi da abbattere nei confronti delle forze dell'ordine. «Conoscevo già molto bene i loro meriti e i loro sacrifici. In questi anni ho semplicemente constatato da vicino che anche quando lavorano con mezzi limitati riescono a farlo al meglio, senza fermarsi davanti alle difficoltà. Gli uomini del servizio scorte sono un corpo d'élite, che gli altri Paesi c'invidiano».

Fonte: poliziamoderna.it