′Il mio nome è Carducci e lavoravo in Fiat′ Il teatro diventa libro con Piero Macaluso
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TeAtroZeta comincia il giro di presentazioni di Il mio nome è Carducci e lavoravo in Fiat, il libro di Piero Macaluso, edito da La Zisa. Ieri il libro è stato presentato a Cefalù presso l'Associazione culturale Porta Giudecca, in via Porta Giudecca 6.
Domenica, invece, il libro sarà presentato a Palermo, alle 19, presso lo Zammù, in via della Vetriera, 72/76. Alla presentazione interverrà, oltre l'autore, la giornalista Manuela Pagano. Legge alcuni brani del testo l'attore Michele Mulia.
Il mio nome è Carducci e lavoravo in Fiat è un monologo teatrale di Piero Macaluso, autore, attore e regista teatrale. Giosuè Carducci, operaio della Fiat che si chiama proprio come il poeta, parla con se stesso a voce alta ma il suo agire e operare per aggiustare un rubinetto segnano il ritmo incalzante e nevrotico delle vicende della sua vita. Le parole a voce alta di questo operaio sono per lui strumento necessario per prendere coscienza della realtà, per esternare il suo dolore e il suo universo interiore.
Un fiume di parole per ricostruire il filo conduttore di un insieme di attimi che non gli hanno lasciato scampo. L'operaio Carducci parla un italiano fortemente inquinato e contagiato da un siciliano armonioso, che evoca anche attraverso i propri suoni ciò che significa, in una fusione di elementi diversi che testimoniano anche il disfacimento dei principi del giusto e dell'onesto nelle persone e nelle cose che lo circondano. Il modo di parlare dell'operaio Carducci non è un espediente letterario o formale per aggiungere vivacità ed espressività al personaggio, ma la sua voglia di difendersi e salvarsi dall'aggressione di una barbarie che uniforma le singole personalità degli individui privandoli di ciò che è specifico di ciascuno per renderli massa uniforme.
"«Ma che vuol dire diritto al lavoro?», si chiede Carducci a un'assemblea in cui si denunciano le nuove forme di sfruttamento operaio legate alla progressiva macchinizzazione del processo produttivo. Già, che significato ha parlare di un "diritto" a proposito di un'attività che gli fa venire il mal di testa ogni volta che torna a casa e che tutto il santo giorno gli fa sentire un fastidioso fischio all'orecchio sinistro? (...) L'operaio Carducci ha dunque ragione: nonostante i moderni metodi di produzione abbiano reso possibile la pace e la sicurezza per tutti, noi abbiamo preferito continuare a far lavorare le persone allo stesso modo, continuando a sprecare tanta energia quanta ne era necessaria prima dei progressi tecnologici. In questo modo abbiamo creato una situazione per cui chi lavora continua a lavorare troppo, mentre troppe persone non conoscono altro che il precariato e la disoccupazione. Insomma, siamo stati davvero degli idioti, ma non c'è ragione alcuna per continuare a esserlo" (dalla postfazione di Luigi Cavallaro).
Fonte: siciliaonline.it