Auto e fiction addio, il sogno infranto di Termini
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«Ma dove sono i ragazzi? Quando vengono? Perché non sono qui a fare casino, a manifestare, a lottare?». Sono le 14 in punto e davanti ai cancelli dello stabilimento Fiat di Termini Imerese Filippo, da 33 anni addetto al reparto verniciature, urla e sbraita. Ma attorno a sè ha solo un piccolo capannello di tute blu. I ragazzi, gli operai più giovani, non sono venuti in fabbrica.L′azienda li ha avvisati che non si lavorava, perché la Lear che realizza sedili per la Lancia Y è in sciopero dopo le parole dell′amministratore delegato del Lingotto, Sergio Marchionne, che vuole chiudere con la produzione di auto in Sicilia. «Per evitare grane con i capisquadra, nemmeno si sono fatti vedere, la verità è che a Termini Imerese ormai è finita l′illusione», dice Filippo, baffi nerissimi e viso scavato di chi da una vita lavora in un reparto a dir poco faticoso.
Termini si è svegliata da un sogno che aveva vissuto negli ultimi due anni. Quello di un grande sviluppo dell′economia e di un boom occupazionale, con la Fiat che poteva crescere, con una serie di altre aziende che sembravano pronte a rivitalizzare l′area industriale, dalla Ciprogest (ex Parmalat), alla cantieristica di lusso della Blue Boat, ma soprattutto gli studios cinematografici, corollario dell′avvio della fiction Agrodolce girata in una scuola poco fuori città. Oggi invece la Fiat rischia di chiudere, così come la fiction Agrodolce, mentre la Ciprogest e la Blue Boat hanno messo tutti i loro dipendenti, oltre 300, in cassa integrazione.
«Il sogno è finito, Termini si è svegliata con un territorio distrutto e nessuna prospettiva, mentre fino a qualche mese fa le ragazze si vedevano attrici e i giovani assunti alla Fiat», dice il battagliero parroco del duomo, Francesco Anfuso, seduto dietro la sua scrivania in legno. Lui che nel 2002, quando gli Agnelli sembravano intenzionati a chiudere lo stabilimento siciliano, fu il primo a fare le barricate insieme agli operai, oggi sembra certo che «il sogno è finito». Nel piazzale davanti alla sua chiesa, un capannello di giovani chiacchiera. Tra loro c′è Francesca, 21 anni, diplomata: «Non sono andata all′Università e mi sono iscritta nella lista delle comparse di Agrodolce, certo non ci potevo vivere ma quando mi chiamavano mi davano 52 euro - dice - Adesso molte mie amiche stanno cercando altri lavori, come fare la commessa, ma i primi ad essere in crisi sono i negozianti». La Fiat, con i suoi oltre 2 mila stipendi garantiti, faceva girare l′economia di Termini e di tutto il comprensorio. Mentre attorno alla fiction Agrodolce una miriade di piccole imprese artigiane aveva iniziato a incrementare gli affari.
Adesso però da un anno lo stipendio degli operai Fiat si è quasi dimezzato a forza di cassa integrazione, mentre Agrodolce, in attesa di ottenere i finanziamenti della Regione, non dà più lavoro all′indotto. «Da mesi nel mio negozio non entra più nessuno, da giorni non apro la cassa, stiamo attraversando a Termini la peggiore crisi da 40 anni a questa parte, e dire che negli ultimi anni ci eravamo illusi, speravamo che la realizzazione degli studios e lo sviluppo della Fiat portassero nuova occupazione - dice Carmelo Di Stefano, seduto nel suo negozio Valleverde nel cuore di Termini bassa - Anzi, posso dire che quando la fiction era a pieno regime qui le cose andavano meglio, venivano costumisti ad acquistare merce e i giovani che facevano le comparse potevano spendere qualche euro in più». «Ho realizzato con la mia ditta l′impianto elettrico dei set di Agrodolce e ho incrementato i miei fatturati di almeno 200 mila euro, ero pronto a ingrandirmi in attesa dei veri studios da realizzare nell′area industriale, ma adesso temo che dovrò fare un passo indietro», dice Giuseppe Genovese, patron di un′azienda elettrica che conta 20 dipendenti. «In città c′è un grande senso di sconforto, abbiamo assistito dal 2002 a oggi a grandi proclami ma poi la politica è rimasta con le mani in mano, e non riesce a difendere nemmeno quel che con tanta difficoltà era iniziato, il risultato è che qui la disoccupazione è pari al 18 per cento, più del doppio di quella nazionale», dice il sindaco Salvatore Burrafato.
A Termini c′è chi cerca già di guardare oltre. E mentre la Coop chiude e licenzia 41 dipendenti e i negozianti registrano cali di fatturato del 25 per cento, nascono nuovi centri commerciali come l′Alis. «Basta dare soldi alla Fiat, con 400 milioni di euro significa che ogni operaio ci viene a costare 250 mila euro, una cifra assurda - dice Nicola Cascino, a guida di un gruppo commerciale che fattura 23 milioni di euro - Alla mia porta negli ultimi mesi bussano decine di giovani che cercano lavoro, molti di più che nei mesi passati. A loro dico che ci sono prospettive di sviluppo, stiamo spingendo per la realizzazione dei centri commerciali naturali e puntiamo a rivitalizzare il centro storico». «Stiamo cercando di dare agevolazioni economiche ai giovani imprenditori, dobbiamo guardare avanti», dice l′assessore alle Attività produttive Giuseppe Volante, 31 anni, figlio di operai Fiat, che vede i suoi coetanei fare in questi giorni le valigie e andare via. Perché il sogno è finito.
Fonte: [espresso.repubblica.it]