Miccichè, il mattatore, fa le carte. Il Pdl Sicilia nasce a Palermo e lui detta le condizioni

I consiglieri comunali vicini al sottosegretario alla Presidenza del consiglio Gianfranco Miccichè′ e al parlamentare nazionale Dore Misuraca annunciano che martedì "verrà comunicato ufficialmente alla presidenza del consiglio del comune di Palermo la costituzione del nuovo gruppo consiliare Pdl Sicilia".

La nota dell′agenzia deve essere arrivata nella prima serata alle segreterie politiche. Quando l′hanno letta a Roma saranno rimasti basiti. Ma come, avranno detto, non arriviamo martedì in Sicilia per "chiudere" la vicenda del Pdl-Sicilia e invece questi qui che fanno, ce la servono a tavola bella e fatta? Proprio bella e fatta, no. Si tratta del consiglio comunale di Palermo, e non dell′Assemblea regionale siciliana, dove avrebbe avuto un impatto ben maggiore. Se hanno scelto di piazzare la prima mina sotto il tavolo della trattativa, una ragione ci deve essere, ma non è certo quella di sbattere la porta in faccia a Ignazio La Russa, altrimenti nello stesso giorno avrebbero replicato nella sede del Parlamento regionale, dove è prevista una seduta d′aula proprio in concomitanza con il consiglio comunale di Palermo. Gianfranco Miccichè non vuole la guerra, vuole "solo" la Sicilia. E se non gliela danno metterà a ferro e fuoco il Pdl-Sicilia.

A meno che il Grande Capo non lo chiama a Palazzo Grazioli, alla luce del giorno s′intende, e lo fa sedere accanto a lui, guardandolo negli occhi. Che vuoi, stavolta? Gli chiederà, pur conoscendo la risposta. Comunque sia, il sottosegretario alla presidenza si presenta in Charing Cross da mattatore, come sempre, dopo avere dato le carte e messo l′avversario alle strette, facendolo partire con il gap del fatto compiuto. Discute, ma da posizione di forza, da un dato di fatto. Non dunque se fare o meno il Pdl-Sicilia ma che fare del Pdl-Sicilia già costituito a cominciare dal comune di Palermo. Niente male, davvero niente male.

Il gioco si fa duro. Gianfranco riuscirebbe a togliere la scena al Grande Capo se dovesse misurarsi nell′Isola. Recita la parte del primo della classe con una non chalance straordinaria, manco fosse nato sul palcoscenico. Scommettiamo che questa non sarà una giornata campale come ha voluto fare credere ma un′altra tappa interlocutoria verso la resa dei conti e cioè la consegna del coordinamento regionale a lui medesimo, magari un ticket accettabile, purché non sia Giuseppe Castiglione, ovviamente, con il quale ha detto di non volere prendere nemmeno il caffè. I finiani non stannno a guardare, sono interessati alla questione, perché se scivola il Pdl in Sicilia e magari si riesce a mettere mano a un partito vero — con coordinatori locali e provinciale, iscritti, assemblee - la cosa avrebbe un impatto mediatico importante. Ma devono fare da spettatori, per il momento.

E′ lui il protagonista della storia siciliana e non c′è niente da fare. Mentre Fini incontra lo stato maggiore siciliano, lui scende l′asso incontrando La Russa. E′ solo la prima mano, d′accordo, ma parte con l′asso, non è roba da poco. Il Charing Cross siciliano l′ha resuscitato, dopo le disavventure con gli ex amici (il sindaco Cammarata e l′ex deputato regionale Alberto Acierno, protagonisti di due storie difficili, il primo per via di Striscia la notizia, il secondo per i soldi della Fondazione dell′Assemblea regionale). Resuscitato per modo di dire, perché ci vuole ben altro per farlo tacere. Con l′eccezione del Grande Capo, non ci riesce nessuno. Che sieda nel primo banco o nell′ultimo, non cambia niente, resta il primo della classe. Sbuffa, sbraita, sgomma, si arrocca, ringhia, urla, promette, avverte, ammonisce nell′arco di poche ore. Vibra di passione e schiuma di rabbia e indignazione da un momento all′altro, cavalca la tigre o sta in groppa ad un asino con la stessa disinvoltura.

E′ furbo come un venditore libanese di tappeti persiani e colto come un accademico della crusca. Non amerebbe sentirlo dire, ma è infinitamente più brillante del Grande Capo: una specie di intrattenitore delle Folies Bergeres. Pur di stare al centro della scena, ogni volta che piglia il microfono, si gioca amicizie decennali e s′inimica un esercito di persone "utili". Quando decide di essere se stesso non gli viene bene, perché tifa per il suo contrario. Un doppio che non si sdoppia, perché si trascina ogni cosa. Gianfranco Miccichè è l′icona di questa Sicilia che cerca di trovare una identità, un modo per sopravvivere e si porta appresso ogni cosa. Un fardello così pesante che obbliga a ripensamenti, pause, contraddizioni, marce indietro.
Fonte: [siciliainformazioni.com]