L’ abbazia di San Giorgio in Gratteri e la consorella di Caltanissetta

Sarà stato forse un impulso campanilistico, ma non ho potuto fare a meno di correre col pensiero alla abbazia premonstratense di San Giorgio in Gratteri appena m’è capitato di leggere i dati costitutivi di quella di Santo Spirito in Caltanissetta. In effetti ci sono delle analogie: si tratta nell’un caso e nell’altro di strutture di ascendenza normanna messe su nella medesima epoca, la metà circa del XII secolo, e sotto l’egida dello stesso monarca. Il che fa legittimamente ritenere la rispondenza delle due istituzioni a un unico disegno politico-religioso, quale fu quello riferibile alla Apostolica Legatia di cui era stato investito, da parte del pontefice romano, il Conte Ruggero in vista della liberazione della Sicilia dal dominio arabo e del ritorno di essa alla pratica della religione cristiana. Soprattutto nel rito latino. Cosa non facile, stante che prima dell’invasione araba, specie dopo il secolo ottavo per imposizione dell’imperatore di Bisanzio Leone Isaurico, il rito predominante era stato quello greco. Di cui sarebbero stati segni inconfondibili i monasteri basiliani e le chiese in prevalenza dedicate allo Spirito Santo e a santi  prevalentemente venerati nel culto bizantino. La qual cosa si sottolinea proprio in una nota di Wikipedia sulla abbazia nissena, per la quale si precisa che «il luogo in cui oggi sorge l'abbazia normanna di Santo Spirito era, probabilmente, un luogo di culto già in epoca bizantina, come ci fa supporre la dedicazione allo Spirito Santo».

A proposito del luogo di culto di questa abbazia, si legge ancora in Wikipedia: « Commissionata dal conte Ruggero e da sua moglie Adelasia, la chiesa fu consacrata nel 1153 ed affidata nel 1178 ai canonici regolari agostiniani». La data della consacrazione è però troppo distante dal momento della commissione, che non poté avvenire dopo il 1118 (data della scomparsa di Adelasia) se i committenti furono quelli dianzi nominati. E’ probabile, invece, che a commissionare la costruzione della chiesa siano stati i successori del conte Ruggero, come avvenne per l’abbazia gratterese, della quale la edificazione (intorno al 1140) è fatta risalire al duca Ruggero, figlio primogenito dell’omonimo re di Sicilia.

Ad accomunare l’istituzione nissena a quelle dell’area cefaludese è l’affidamento del culto ai canonici agostiniani regolari, proprio come avvenne per la cattedrale di Cefalù. Mentre nell’abbazia di San Giorgio  vennero insediati (dal 1182)  i monaci premonstratensi. Il cui convento gratterese è ricordato come l’unico del genere in terra di Sicilia. E questo aggiunge alla rinomanza propria dell’abbazia, sia per l’importanza dei fondatori e sia per la suggestivamente incantevole posizione, che la fa indicare dal Bacmund come «in extrema solitudine amoenissime sita», un dato storico altamente significativo della politica religiosa dei re normanni. I quali, in competizione con la corte di Bisanzio quanto allo sfarzo delle residenze regali e al fasto delle manifestazioni pubbliche, ambivano anche ad onorare a loro vantaggio il mandato ricevuto dal loro antenato conquistatore, il conte Ruggero, da parte del Papa di Roma, che faceva di lui e dei suoi discendenti i capi di fatto dell’apparato clericale di rito latino in Sicilia. E ciò li portava, in un logica di cesaropapismo antagonista, a ridimensionare il più possibile, senza dare nell’occhio con un persecuzione manifesta, quelle istituzioni religiose tradizionalmente legate al patriarcato di Costantinopoli. Ecco quindi la ragione di insediamenti come quello di Gratteri, costituito da monaci di estrazione nordica, tradizionalmente legati a Roma, e provenienti proprio dalla Normandia come i governanti pro tempore.

Lo stile architettonico delle chiese di cui ci stiamo occupando è manifestamente quello di attributo normanno, anche se ha un che di composito per il permanere in loco degli influssi delle dominazioni precedenti. Come è caratteristico di ogni manufatto siciliano dell’epoca, stante l’essere proprio della Sicilia come un crogiuolo in cui si amalgamano tendenze d’ogni genere in una sintesi che si configura in una identità armonicamente composita. Questo si potrebbe dire meglio dell’edificio di Caltanissetta, riguardo al quale per altro c’è da aggiungere che ha subito nel tempo vari restauri. Quello che rimane della chiesa di San Giorgio è troppo poco (meno di metà del muro perimetrale) perché se ne possano cogliere compiutamente e in dettaglio le caratteristiche. C’è però un dato significativo che accomuna i due edifici. Si tratta del lato posteriore, sul quale hanno posto tre absidi, di cui la centrale è vistosamente più voluminosa (quelle laterali della nostra chiesa sono addirittura incassate nella parete). Un dato, questo, che potrebbe essere tenuto presente nell’ipotesi, spesso avanzata ma mai tradotta in un progetto esecutivo, di una ricostruzione della chiesa di San Giorgio. Per la quale restano ancora un mistero la collocazione e la struttura dell’annesso cenobio. Che per venire alla luce richiederebbero, però, scavi ben mirati e condotti da personale altamente qualificato e competente.

La domanda che si pone in proposito è se ne varrebbe la pena dato l’alto costo della operazione. A nostro modesto avviso, certamente si per vari motivi, che riguardano sia la storia del circondario sia la storia della Sicilia, e non solo; soprattutto nell’interregno successivo alla scomparsa di Federico II di Svevia (1250) e l’insediamento della dinastia degli Aragonesi, durante il quale arco di tempo «nel 1305 - come riferisce lo storico premonstratense N. Backmund – la canonia venne soppressa e i frati del convento espulsi con la forza». Si trattò di una espulsione non più sanata, salvo che per un breve periodo, e seguita (certamente a decorrere dal 1393) da una riduzione dell’abbazia a mera commenda di nomina regia. L’evento è stato interpretato anche in termini picareschi, quasi si fosse trattato di una lezione inflitta ai monaci per vendetta avverso la loro condotta di vita. Il che è quanto mai fantasioso e ingenuo, perché riduce a ridicolo contrasto privato quello che poté essere, invece, un significativo cambio di interesse dei nuovi dominatori verso una istituzione che sotto i normanni aveva avuto un ruolo politico-religioso di primaria importanza.

Certo sono tutte cose da accertare. Ma resta il fatto inoppugnabile che l’abbazia di San Giorgio in Gratteri non sorse per caso e non può essere tagliata fuori da una rivisitazione della storia siciliana sotto i normanni, perché sarebbe una lacuna non di poco conto il trascurare la presenza, nel loro piano restaurativo del cristianesimo, di quelle presenze cenobitiche, quantunque minime e recondite, però strategicamente funzionali all’obiettivo legato alle grandi cattedrali.

GIUSEPPE TERREGINO