The house of rising sun
- Castelbuono,
- Cultura,
- Massimiliano Città
Dopo un bel po' di puntate siamo giunti alla fine di questo esperimento romanzesco 2.0
In questo post di fine luglio si conclude la vicenda. buona lettura
La luce del sole leggera si posa sulle colline della valle. E disegna ombre sulla strada. Cala la sera. Ombre lunghe che lentamente scompaiono ritornando ad esser tutt’uno con gli oggetti che le hanno generate, e all’apprestarsi della notte svaniscono.
Ma con la luce che ancora rende possibile distinguer le cose, ché si è in estate e in estate anche il sole solitamente fa tardi, a scorger bene, dunque, oltre l’ultima insenatura si notano le isole, aldilà del mare.
O immerse in esso fino al collo, come molti.
Mentre la calura del pomeriggio rimane appiccicata sull’asfalto e sale piano.
L’aria inizia a respirare, senza affanni.
Giacomo discende per la via, la sua andatura è lenta, pesante, forse gravata dal peso dei ricordi che hanno attraversato la giornata. Fuma l’ennesima sigaretta e s’incammina lungo la parte bassa del paese, con l’intenzione, maturata alcune ore prima, di passare per lasciare un ultimo sguardo al luogo nel quale ha trascorso gli anni più frenetici della sua vita.
Quelli in cui la musica lo sospingeva verso il passo successivo senza che la fatica si notasse sulle suole.
La grande insegna troneggia sopra la porta scorrevole dell’ingresso.
Alcuni ritardatari vengono fuori scusandosi per l’irruenza di quei carrelli colmi di roba che sfuggono al loro controllo, intralciando il passo, e goffamente provano a fermarne la folle corsa verso l’automobile incautamente lasciata parcheggiata proprio dall’altro lato dell’entrata.
Dentro, lunghissimi corridoi a scacchiera confondono il cammino di chi non è abituato a ritrovarsi tra quegli scaffali imbonitori di offerte sempre convenienti. Sono quasi le otto e poca gente spinge carrelli vuoti lungo i diversi percorsi alimentari di quel supermercato, anche i profumi sono meno carichi, come se pure agli alimenti sia stata data la possibilità di capir che è ora di chiudere.
Il resto della clientela è sullo spiazzale delle automobili, ad afferrar carrelli imbizzarriti, a caricare il cofano della spesa settimanale, sul filo dell’insicurezza d’aver trascorso l’ultima ora e mezza ad acquistare quel che serve e ciò che potrebbe servire.
Ma magari manca qualcosa?
Preso tutto?
Sì.
Sicura?
Certo, che credi ho fatto la lista, tutto il pomeriggio ad elencare cosa manca in casa e cosa possa tornarci utile in altri frangenti, t’assicuro non manca nulla.
Speriamo.
I commessi all’interno, con lo sguardo assente, proiettato verso loro vita oltre quegli scaffali, sistemano scatoloni, li ripiegano pronti a portarli fuori per la raccolta differenziata del cartone.
Giacomo si perde tra pacchi di pasta di grano duro, fresca, all’uovo, tutta ad un euro al chilo, e poi cioccolati d’ogni tipo e marca, sottoprezzo, sottocosto, alcuni troppo in basso perché una persona con mal di schiena possa chinarsi a prenderne una confezione.
Ma il cioccolato non è quello che cerca.
Giacomo continua il suo cammino con la vista stanca per le luci che talvolta intermittenti svaniscono per ritornare senza alcun preavviso.
Finisce a ritrovarsi tra cornici e stampe, penne, matite e colori. A pastello, a tempera, acquarelli, e poi di fianco scorge pile e pile di quaderni. A quadri, a righe, dalle pagine completamente bianche. Quei blocchi che imitando Ettore era solito riempire di appunti senza logica nelle sere palermitane che trascorreva insieme agli amici della band.
Sorride di quella situazione grottesca, l’esser all’interno di uno strano labirinto alla ricerca di qualcosa che non scorge, in compenso circondato da ogni altro prodotto possibile ed immaginabile.
Ceste di vimini dalle diverse misure, una dentro l’altra come matriosche, tazze di porcellana, finta o apparente, e vassoi in plastica, dalle diverse misure, calici e set di bicchieri, da due, da quattro, da sei, da dodici, per vino e acqua.
E caraffe dalle forme più bizzarre.
Tutto quello che si ritrova davanti agli occhi pare esser stato progettato da un bambino che si diverte a fargli dispetti.
C’è ogni cosa in quegli scaffali.
Ogni cosa completamente inutile perché d’altro ha bisogno.
Altro cerca.
Ritorna sui suoi passi.
Imperterrito evita di rivolgersi ai commessi per chiedere dove si trovi il reparto tal de tali che offre ciò che cerca. Deve trovarlo da sé, una sorta di sfida lo accende nei suoi passi, che iniziano a seguitare veloci lungo il pavimento.
E così continua quella sua personalissima gita dentro il supermercato, mentre dagli altoparlanti viene fuori una musica orribile, di quelle tanto care alle nuove generazioni, orribile perché una lattuga, seppur fresca, non sa che farsene di quella musica, e la gente che l’ascolta comprerà magari con più accortezza?
Sarà più oculata nella spesa?
Bah, Giacomo ha smesso di porsi certe domande già da tempo, non è un mondo che gli piace, ma in quel mondo è tenuto a vivere sebbene provi a farlo alla sua maniera.
La musica comunque risuona per l’etere e rimane lì tra cielo e terra, e accompagna gli ultimi acquisti di fettine di pollo, dentifrici effervescenti, buste di panna con cui guarnire il dolce della domenica, scaglie di grana da grattugiare sulla pasta al forno, mentre esce un improbabile chiaro di luna di Beethoven accompagnato da un sacchetto di tre chili di patate.
Finalmente, quando ormai le speranze di trovar anche per sbaglio quel che cerca si sono ridotte, accanto allo scaffale che accoglie colorate ed enormi confezioni di patatine per feste di compleanno e acque minerali accatastate alla rinfusa, trova quel che cerca da almeno venti minuti.
Si indirizza alla cassa per pagare ed esce fuori.
Il sole s’è incamminato oltre la collina, e la luce scivola su toni grigi.
Giacomo si avvicina al muretto dei parcheggi e, con un balzo del quale non si credeva nemmeno capace, sale su e si siede con le gambe penzolanti.
Una rapida occhiata in giro, cerca di sforzarsi, di sovrapporre il panorama odierno che sta davanti ai suoi occhi, con quello della memoria, nell’idea di rintracciare il luogo esatto del capanno di Enzo. D’altra parte non è mai stato uno con un gran senso dell’orientamento, glielo dicevano tutti quand’era ragazzo. Aveva l’innata capacità di sbagliare incrocio dopo esser passato da quella stessa strada cinque-dieci minuti prima.
Cerca di farsi forza, e di scovare nella memoria qualche riferimento.
Certo è che l’unica strada che potesse essere all’epoca la stradella del capanno, quella che scendeva verso casa della vecchia signora e poi dopo una leggera curva portava al ritrovo musicale, non poteva che essere quella che aveva sulla destra. E su quella constatazione non ci potevano esser dubbi, anche per uno come lui.
Dunque, se la stradella era stata individuata non bastava che spostarsi lungo l’asse di quella via ormai asfaltata e senza più ciottoli né arbusti secchi e volgere lo sguardo a sinistra.
In fondo, con un brillio negli occhi individua la casa della za’ Pina, rinnovata certo, con un altro piano aggiunto, perché ne era certo, la casa della simpatica vecchina all’epoca era su due piani, dunque da quella parte, sì proprio lì, avrebbe dovuto esservi il capanno.
Ma non ce n’è ombra, la strada era stata portata al livello del grande parcheggio, e il piccolo pendio, l’avvallamento che mostrava parte del tetto era stato riempito, veniva alla luce seppellendo del tutto il luogo della sua adolescenza.
Apre la bottiglia di Jack Daniel’s che ha appena acquistato, e dà una lunga tirata, così forte e intensa che un rigurgito gli sale beffardo e con colpo di tosse secco butta fuori in un fiato il whisky sulle sue scarpe.
E inizia a tossire, che non riesce a fermarsi, con gli occhi arrossati da tutto quell’alcol tirato dentro in un sorso, come nemmeno quand’era giovane riusciva a fare.
Ma se fossimo più vicini a Giacomo, se potessimo avvicinarci di qualche passo ritrovandoci davanti a lui, ci renderemmo conto che non sta tossendo per effetto di quel lungo sorso, non tossisce perché qualche goccia, magari più d’una, gli è andata di traverso, e non ha gli occhi arrossati per lo stesso motivo.
Se potessimo stargli accanto adesso vedremmo chiaramente che sta piangendo.
[2 Marzo 2005 - 21 settembre 2012]
continua