When the man comes around

Tutti moriamo al mattino. Appena il sole s’alza e poggiamo i piedi per terra, sul pavimento umido e sporco delle tracce di vomito di una vita precedente, ci mettiamo ritti sulle gambe e perdiamo la leggerezza e l’incanto della notte. E in un respiro affannato, figlio del giorno che ci spinge oltre i nostri desideri, ci ritroviamo nudi davanti al presente.

Abbiamo da rammendare, stirare, cucinare, rimediare denaro per pagare bollette e utenze varie, residui di una tecnologia invadente cui non possiamo per nulla al mondo rinunciare.

Ritorniamo magari sui nostri passi alla perenne ricerca di qualcuno che lo faccia per noi, che rinunci, rammendi, paghi e riesca in qualche modo a portarci da bere.

Quando le pupille iniziano ad accettare la violenza della luce, quando gli occhi si riempiono di colori che non vorremmo scorgere e le orecchie mescolano le dolci voci della nostra notte, ormai spente in un’eco morente, e il trambusto del mondo ci invade, allora ci scorgiamo soli, soli al centro di una folla ansimante, con le nostre intime paure da nascondere.

Proviamo a distrarci dalla quotidianità immergendoci nel lavoro.

Non potremmo vivere senza un lavoro che assorba le nostre inquietudini, in caso contrario ci troveremmo con un peso eccessivo da sopportare sulle spalle, di qualsiasi taglia queste siano.

Io un lavoro vero e proprio non l’ho mai avuto, e troppe volte mi sono ritrovato piegato su me stesso, prostrato a terra dal peso dei miei pensieri.

Sono morto la prima volta lasciando casa, ossessionato dall’immagine della mia donna, di una donna che fantasticavo mia ma mia non fu mai, una donna piccola, di dimensioni e di umanità, che legava il suo respiro a quello di un altro.

Sono morto ogni notte dopo aver pulito i cessi del ristorante respirando il piscio evaporato di animali di passaggio.

Sono morto i pomeriggi in cui mi spiace non abbiamo bisogno di nessuno provi da qualche altra parte.

Sono morto tutte le volte che sì, ottimo, c’è del talento, ma...

Sono morto tutte quelle cazzo di volte in cui mi ricordavo di non avere una tessera da esibire, né lettere di raccomandazioni, né biglietti da visita dell’avvocato, ingegner, dottore.

Sono morto ogni volta che me ne ritornavo a casa col manoscritto sottobraccio, rifiutato per l’ennesima volta con tanti auguri per le prossime scritture.

Sono morto lungo le strade assolate di Roma, con la bottiglia tra le mani e il passo barcollante.

Sono morto nei vicoli della notte di Roma, in compagnia di qualche gatto senza pietà che scivolava oltre le mie gambe piegate sui sanpietrini, o quello che di loro rimaneva.

Sono morto tante di quelle volte che adesso non me ne curo più.

Talvolta mi illudo di potere alleggerire il passo scrivendo di me, consegno ad un pugno di pagine il mio vissuto, sfrondo la mia esistenza.

E non m’accorgo di morire sempre più, verso dopo verso, ricordo dopo ricordo.

Avevamo vinto il festival, tornavamo trionfanti. Da qualche parte credo che Ettore conservi ancora la pergamena che enfaticamente ci fu rilasciata dalla tettona tutta grondante di piacere, per quello che posso ricordare sotto le mani misteriose del misterioso produttore.

Da qualche parte nella memoria dovrò ricercare i profumi che accompagnarono quelle due giornate intense.

Mi accade sempre di rafforzare i ricordi, le situazioni che ho vissuto, legandole ai profumi che furono.

C’è stato un tempo della mia vita in cui mi aggrappavo ai ricordi musicali che così nitidamente riportavano a me tutto quel vissuto, come in un film, pieno di dettagli.

Adesso difficilmente ascolto musica.

Sono certo di non aver mai posseduto un giradischi, almeno nella mia seconda esistenza romana.

Eppure, talvolta, come un assillo mi vengono in mente i versi di Piero Ciampi, quei versi fastidiosi di condanna per il fallimento di una vita, il miserere senza lacrime, e inizio a canticchiarlo ovunque mi trovi. Non sono stonato, più di quanto potessi esserlo allora, ero stato anche un cantante nella mia piena adolescenza, cantavo meglio di Johnny, garantito, poi venne Sax, e smisi.

Era lecito smettere, ridicolo continuare.

Ad oggi come un raptus mi prende quella canzone, la canzone del rimpianto, e la accenno, a me stesso, ad alta voce, perché accade che una sensazione tremenda mi prenda la gola e stringa il respiro, è la paranoia di non considerare veritieri i miei pensieri se a loro non do il suono delle parole.

Canticchio, talvolta.

E la gente mi osserva e s’interroga. Nulla di diverso dal solito, la gente osserva e s’interroga sempre.

Sax aveva ragione, fino in fondo.

Io sono morto, in ogni cosa che ho fatto, dentro tutti i miei errori, in questa solitudine che mi ostino a mantenere come vessillo di chissà quale forza.

Sono morto eppure respiro.

E nelle sere d’inverno di molti anni fa, in quella stanza romana, ho visto l’entità del mio respiro. Ne ho potuto soppesare la consistenza. Poi mi vennero a prendere, rinchiuso per alcune settimane in ospedale, trattenuto ancora in questa bolgia d’esistenza. Loro, amici e dottori non sapevano d’aver salvato uno avvezzo alla morte. Uno che avrebbe cercato di morire ancora un po’, da qualche altra parte.

Dopo il viaggio a Roma Ettore ci piazzò in mezza Sicilia.

Ci ritrovammo a suonare ovunque senza che nessuno avesse l’ardire di dirci abbassate il volume, o siete grezzi, o roba del genere. Eravamo il clou delle serate. I riflettori iniziavano ad accendersi e rimanevano puntati più di alcuni istanti sulle nostre fluenti capigliature.

Timidamente s’avvicinò una casa discografica, volle conoscerci. Un tipo paffuto dal fare gioviale discese fino a Palermo, ci volle vedere in azione all’Irish e se ne ritornò a Milano più che soddisfatto.

Stavamo per esser messi sotto contratto.

Se così fosse accaduto non avrei scritto queste pagine, non avrei avuto bisogno. In qualche modo sarebbe rimasto un segno altro della nostra parabola musicale. Qualche solco sul vinile avrebbe intrappolato il riff di Johnny, le rullate di Mario, la voce di Sax, e forse anche qualche giro elementare del mio basso.

Qualche solco sul vinile avrebbe spezzato l’incanto della mia memoria. E l’egoismo che ne consegue, proprio di un testimone che si considera depositario di un’esperienza irripetibile. Tutt’al contrario di un solco, che mandi e rimandi all’infinito. Finché non si rovina. Poi lo ricompri, poi attendi il digitale, poi lo scarichi. Poi ti stanchi di sentire la stessa roba e dimentichi.

Chi ci ha ascoltato non può dimenticare, perché porta con sé la memoria di quelle voci, e se provasse a dimenticare, be’ allora perderebbe parte della sua vita.

Io non ho dimenticato, seppur sono consapevole d’aver perduto gran parte della mia vita seduto a rimestare nel passato.

L’ultimo fine settimana di febbraio del millenovecentottanta ci salutammo.

Avevamo provato a lungo, una sessione di quattro ore abbondanti, come da tempo non accadeva. Era necessario, stavamo variando la scaletta, inserendo alcuni pezzi nuovi rubati qua e là per le radio. E poi cercavamo di prepararci al meglio. La casa discografica era molto interessata e ci attendeva a Milano per un ultimo decisivo provino.

Raccogliemmo tutte le nostre cianfrusaglie e ciascuno per la sua strada s’indirizzò verso casa.

Sax aveva acquistato un bolide d’ultima generazione, o meglio i genitori avevano ceduto al suo ritorno, al rinnovato entusiasmo del loro rampollo che rifuggiva gli obblighi della nota azienda vinicola di famiglia, ma che pur tuttavia aveva deciso di dormire in casa. E quel rombo su quattro ruote ben piantato sull’asfalto ne era testimonianza.

Ci sono passaggi della vita che hanno colori e rumori, altri che scivolano via in silenzio dentro, e ci logorano fino a sfinirci.

Quel tardo pomeriggio di un venerdì invernale non v’era particolarmente freddo eppure la brezza lieve solleticava i volti. Rimasi a fumare una sigaretta con Johnny mentre Mario col suo solito passo quieto s’indirizzava verso casa e Sax sgommava in quel di Palermo. Gonfio in petto per i soli quarantacinque minuti a viaggio che soleva impiegare prima del ritorno.

Johnny chiuse lo scricchiolante portone che segnò il passo con un rumore sinistro. Un rumore che a pensarci bene non presagiva nulla di buono. Ma di rumori la nostra esistenza era piena, e non ci curavamo allora di particolari segnali.

Scivolammo via lungo minuti che iniziavamo a non trattenere più.

Presi dai vincoli delle nostre esistenze.

Al mattino del due marzo mia madre entrò in camera mia. Non lo faceva mai quando dormivo. Aprì la porta e mi destai d’improvviso. Provò a dire alcune parole, poche, di cui ho ancora impresso il suono, senza un significato preciso, ma che tutto mi dissero in un lampo.

Poi, come una bimba iniziò a piangere.

Il silenzio aveva avvolto d’improvviso il respiro di Mario. Una meningite fulminante lo aveva preso, portandoselo via.

Il tempo c’aveva fottuto nella notte.

Proprio quando il sonno ti distrae e ti rende più fragile. Il tempo c’aveva fottuto il nostro tempo.

Veleggiavamo in un silenzio irreale, compiti, seguendo il feretro della nostra musica.

Non entrai in chiesa, non lo faccio da allora. Forse con la stupida pretesa che se gli occhi non scorgono i dettagli della realtà, forse, e dico forse, quella realtà non è poi così reale.

Qualche anno più tardi fuggii definitivamente al mio passato, ho creduto di farlo. Senza sapere che in qualche modo, ogni notte, notte per notte, esso ritornava a me.

E sorrideva, lasciandomi in lacrime.

La musica non può spegnersi in un respiro mozzato, non avrei mai creduto fosse possibile, eppure a noi è accaduto. La diaspora della band fu immediata. Evaporati nella notte, in quella dannata notte di Marzo.

Accade che ciascuno di noi muoia più volte in un’esistenza.

Io Mario lo ricordo uscire dal capanno, lentamente, come al solito. E sorridere delle nostre incongruenze. Lo ricordo dettare il tempo delle nostre scorribande musicali, del viaggio che c’ha visto camminare sulla stessa linea come raramente accade.

Io Mario lo ricordo ancora, ma ho paura che un mattino mi ritrovi più sbronzo del solito a dimenticare.

Per questo me ne sto seduto a rimestare nel mio passato e adesso che l’ho scritto sto male.

Come allora.

Scirocco