Get back
- Castelbuono,
- Cultura,
- Massimiliano Città
Nelle domandi che attendi c’è sempre la risposta che avresti voluto avere.
«Perché sei tornato? »
«Forse perché in fondo si ritorna sempre. Per soppesare la consistenza del nostro andare, Di questo andare. Della vita stessa. Si ritorna per avere percezione di quello che è stato. In fondo il senso di un viaggio si ha se puoi ritornare al punto di partenza, per raccontarlo.»
«Ok, belle parole caro mio, scrivile pure, magari hai già pensato di farlo, magari le avevi pronte da un bel po’. So come ragioni, riesci a prevedere le domande, ti diverti, funzioni in questo modo, il tuo meccanismo interno è noto amico mio. Anticipi ciò che la gente che ti circonda prima o poi avrà il coraggio di chiedere. E componi le risposte. Penso che il luogo migliore in cui ti diletti a farlo sia il cesso. Ma adesso non mi sembra il caso di deliziarmi con felici aforismi. Perché sei tornato? »
L’ultimo romanzo lo aveva tirato qualche centimetro su dalla polvere dell’ovvio. Da molti mesi spulciando la lettera S delle librerie più fornite, non di rado poteva accadere d’imbattersi in una delle copie del suo ultimo lavoro. Magari una soltanto, stropicciata e più volte passata di mano in mano. Con evidenti segni di pagine piegate, come a voler tenere il segno per la prossima volta, per la seguente lettura. Così accade in molti grandi store librari, quelli che Giacomo odia, ma nei quali è sempre lieto, per l’egocentrismo che lo sostiene, di trovarvi un esemplare dei suoi pargoletti.
Alcune recensioni favorevoli avevano messo sul circuito quel librettino di poche pagine. Lo standard delle sparute centinaia di copie a cui aveva abituato i suoi diversi e poco entusiasti editori era stato sfondato. Le ultime informazioni in suo possesso ne davano all’incirca diecimila in circolazione per lo stivale. Un bel risultato per un cinquantenne spiantato col vezzo della scrittura che non era capace di promuovere nemmeno un capello di sé.
L’ultimo editore al quale s’era appoggiato gongolava, proclamava a destra e a manca che prima o poi il talento che aveva intravisto in quello schivo scrittore sarebbe venuto fuori come meritava.
E così finalmente accadeva, era agli occhi di tutti.
Giacomo non era dello stesso avviso.
Profondamente convinto d’aver avuto il culo dell’occasione, così definiva quell’insolita situazione che lo aveva portato alla ribalta. Qualche luce puntata sui suoi occhi stanchi e arrossati, scavati da rughe e sigarette e whisky e solitudine. Non era affatto snob, ma lo sembrava in ogni gesto e parola che metteva insieme.
Rifiutava d’esporsi, pensava di farlo con quel suo atteggiamento sfuggente.
Come se a scrivere non ci si esponga di continuo in ogni parola, ma di questo pareva non curarsi. Credeva, anzi, che la stessa azione dello scrivere lo nascondesse al mondo, alla vita reale. Si rifugiava nelle sue parole, senza comprendere quanto queste lo tradissero mostrandolo al mondo per quel che era.
Aveva avuto fortuna, ne era certo.
E nel profondo sapeva bene di dover gran parte di quella rinnovata sorte alla persona che gli aveva ispirato l’ultimo lavoro. Una breve, brevissima lettera d’amore. Intensa per come non era mai stato capace di scrivere, sincera, oltre il ricamo di parole che nulla hanno da dire. Gli era sgorgata fuori, come si racconta nelle vicende letterarie dei grandi romanzieri, in una notte. Un’intera notte in cui aveva scelto di metter da parte la bottiglia e piazzarsi davanti al Pc. In quella notte in cui il vicolo romano che accoglieva le sue spoglie moribonde da anni languiva avvolto da un calore oppressivo.
Se ne era rimasto fermo e zitto, senza che il rumore dei pensieri potesse disturbarlo da quello stato catatonico, con il fermo immagine degli occhi di lei impresso sulla retina. E dopo un tempo che non era stato in grado di quantificare aveva iniziato a martellare sulla povera tastiera.
Subissandola di rancore e odio.
Sapeva bene d’odiare, d’odiarla perché tanto l’aveva amata. Il rimpianto era il vero destinatario di quella bizzarra missiva. Aveva amato tanto senza aver avuto modo di dirlo.
Adesso rimediava a quel silenzio durato anni.
Riuscì a scrivere di getto oltre sessanta cartelle. Lui che nella sua pigrizia era in grado di metterne insieme una paio al giorno. Cesellava e tagliuzzava, mai contento del risultato.
Stavolta era andato liscio fino alla fine, o quella che riteneva tale. Poi con le prime luci dell’alba s’era lasciato andare vestito e sudato sul letto. Avvertiva una sensazione di spossatezza che anni prima aveva provato tra le gambe di lei.
S’era svuotato d’un peso che da tempo lo piegava.
Chiuse gli occhi e dormì di filato per molte ore, lui inquieto e insonne per natura. In quell’occasione invece tranquillo e rilassato come forse gli accadeva soltanto all’epoca in cui la madre lo fasciava col talco.
Si destò per pranzo, s’alzò, andò in bagno, una doccia e poi un panino di fretta.
Aveva voglia di ripercorrere le parole di quella notte.
Non ne sfiorò neppure una, nemmeno una virgola. Lasciò lì i refusi, che come sempre erano a bizzeffe, sapendo che l’editor di turno avrebbe ripulito.
Quando alcuni giorni dopo sottopose quella sua notte frenetica all’editore scorse negli occhi dell’uomo un certo imbarazzo. Si leggeva perfettamente la difficoltà di renderlo pubblicabile. Con che carattere? Forse dimensione venti per raggiungere un numero minimo di pagine che giustificasse il prezzo di copertina?
Eppure fu dato alle stampe, mutando ancora una volta la traiettoria dell’esistenza di Giacomo.
A differenza dei lavori precedenti quell’ultimo non fu spedito alla donna. E forse per questo dopo alcuni mesi gli giunse una lettera di poche parole presso l’indirizzo romano dell’enoteca cui si appoggiava per ricevere la posta - roba pubblicitaria, proposte di mutui a tassi agevolati, bollette varie che gli amici si impegnavano a pagare prima che le utenze del suo tugurio venissero staccate.
Era solito cestinare le missive.
I primi tempi si divertiva a leggerle non capendo cosa volessero comunicare, si era imbattuto in ammiratrici sessantenni che desideravano conoscerlo di persona perché lui, con la sua letteratura, era riuscito ad aprire loro gli occhi.
Su cosa poi?
Un paio di queste arzille e focose ammiratrici lo tempestarono fin quando decise di cambiare indirizzo senza comunicarlo per un po’ ai suoi sostenitori. Odiava quel termine perché odiava i sostenitori, preferendo di gran lunga i lettori.
Eppure il mittente di quella lettera lo conosceva bene.
E per lei ritornava, per scorgerla da lontano, con la ferma consapevolezza di non volerle parlare.
Come un idiota.
Ma questo ad Antonio non lo disse mai.