The sky is crying
- Castelbuono,
- Cultura,
- Massimiliano Città
La pantomima riuscì a sortire l’effetto voluto, Ero profondamente convinto che l’azione esterna di convincimento, diretta o indiretta, era andata a buon fine semplicemente perché c’era l’intima volontà d’esser convinti. Avevo puntato a colpire l’orgoglio, l’avevo fatto di proposito simulando una realtà grottesca e surreale.
Spingevo ogni cosa verso il ridicolo.
Eppure tutto cambiò perché loro, e solamente loro, volevano ritornare ad indossare le armature d’un tempo, quelle armi fragorose con le quali avevamo iniziato a schermire il mondo e la sua miseria.
Ciascuno a suo modo si nasconde. Ciascuno a suo modo si mette in mostra. Noi non avevamo del tutto dimenticato qual’era il nostro.
Ricordavamo com’era giusto restarcene a schiena dritta in quel fottuto mondo.
Avevamo ceduto alla fragilità naturale, all’insicurezza, alla paura di non farcela, e forse, forse tutto ciò era accaduto perché avevamo caricato di aspettative il nostro cammino ad un punto tale che d’improvviso le ginocchia s’erano piegate lasciandoci a terra.
Se cadi e non t’alzi subito sei bello che morto, se in qualche modo ti rimetti in piedi, claudicante o meno, allora hai imparato qualcosa.
A rialzarti.
Era molto di più del fatto musicale in sé, anzi a dire il vero non credevo allora, né lo credo adesso, che fosse stata la musica a spingerci nella stessa ritrovata direzione. La questione era molto di più di una manciata di accordi messi insieme in maniera serrata e tirata. Erano le nostre gambe, che pur indolenzite, ritornavano al vigore di qualche tempo prima, dritte, con un peso e un’agilità differente.
Avevamo vissuto di errori, avevamo fatto esperienze.
C’era gente che aveva riversato sui libri le proprie frustrazioni, c’era chi aveva provato a dimenticare se stesso lontano da casa, chi rifuggiva gli incubi ricorrenti ammazzandosi di lavoro e fatica e impegni, chi aveva placidamente tracciato il suo percorso in maniera così netta a decisa da non aver bisogno di aiuto.
Se fosse stato ancora nel nostro giro il vecchio Brasino c’avrebbe bevuto su, e avrebbe preteso da noi altrettanto. Avrebbe detto in qualche modo, nel modo in cui soltanto lui era capace, diretto e fastidiosamente vero, che eravamo stati delle mezzeseghe, finocchietti impauriti, ma che per qualche fottuta ragione avevamo avuto il barlume della speranza che c’aveva tirato fuori dall’oblio della merda.
In ritardo, compiendo un giro bizzarro e strano, avevamo avuto la forza di ritornare sui nostri passi. Eravamo giovani avrebbe concluso, giovani dediti all’errore.
Ricominciammo a suonare.
L’Irish pub divenne la nostra seconda casa, e per chi come Sax credeva di non averne mai avuta una, be’ capirete cosa volesse dire restarsene là dentro fino alle prime luci dell’alba, in quei fine settimana interminabili, densi di suoni, voci colori, profumi.
Ore sudate, tempo vissuto.
In quel locale abbiamo vinto e perduto, visto le nostre sconfitte, battezzato amori troppo fragili da poter essere considerati tali. Vissuto amplessi veloci, consumati dalla fretta del poter essere scoperti oltre la piccola cortina che sa costruire la porta di un cesso.
All’Irish pub abbiamo iniziato a far parlare di noi, ad alta voce, eppure non avevamo nulla da urlare.
Camminavamo a passi leggeri, troppo leggeri per fare rumore.
Anche nel profondo delle nostre coscienze.
A quanto dicevano suonavamo blues, e lo suonavamo davvero bene.
Era un periodo particolare, vivevamo un tempo in cui dovevi essere d’un determinato colore, e indossare una divisa, riconoscibile, al tatto, all’udito, all’olfatto. Almeno era necessario sembrarlo di quel preciso colore, ma a me non è che importasse molto, e non era diverso l'animo del resto della band.
Per nostra fortuna Johnny di quel colore era, lo era fino al midollo e riusciva a parlare con i ragazzi che puntualmente rompevano le palle non appena iniziavamo ad accordare gli strumenti. Parlavano un linguaggio strano e Johnny li capiva, li capiva eccome e con loro discuteva, animatamente anche, poi d'un tratto volta per volta, locale dopo locale s'acquietavano come se le parole, le parole che componevano lo stesso linguaggio, un linguaggio comune, quelle parole riuscissero ad aprire le porte alla nostra musica e più quei ragazzi inizialmente s'intestardivano nel contestare la nostra esibizione - che in fin dei conti veniva ripagata con qualche birra e qualche spicciolo per comprarne altra di birra - e più alla fine di tutto venivano ad abbracciarci complimentandosi, loro e i loro vestiti uguali, loro e le loro idee comuni.
Non è che m'importasse granché la politica, non ne capivo molto, ma l'attenzione che ogni nostra modesta esibizione suscitava in quei giovani, be’ mi rendeva in qualche modo orgoglioso, e ancor'oggi non so il perché.
In fondo noi suonavamo del buon vecchio blues, eravamo lontani anni luce dalle rivoluzioni e da quelle fiammeggianti idee che rimbalzavano per le città da parte a parte.
Poco più lontano, qualcuno saltava in aria esplodendo. Noi, più semplicemente, facevamo saltare in aria i ragazzi con qualche accordo prepotente.
Salti differenti.
Erano giorni difficili per tutti noi, chi più chi meno in casa aveva da fare, e si dava da fare suo malgrado, Sandro e il padre, Johnny e se stesso, Mario e la sua paranoica timidezza, tanto cucita addosso fin dentro le ossa da parere una vera e propria malattia che ci ossessionava tutti. Si riprendeva soltanto non appena impugnava le sue bacchette e fissava saldamente per terra il suo piccolo ma strenuo sgabello, su quello sgabello trovava pace, almeno lui.
La nostra oasi ci teneva a galla, il vecchio capannone di Enzo lasciava tutto fuori, le paure e i problemi non avevano la forza di varcare la soglia di quello scalcinato portone, la musica risuonava forte tra le pareti di quella magica costruzione.
Suonavamo blues, e ne avevamo a bizzeffe.
Sandro aveva fatto incetta di vecchi vinili, quei preziosi aggeggi, oggi tanto di moda come suppellettili d’arredamento, che solcati nel profondo da lasciarti senza fiato gridavano musica.
Talvolta di sorpresa bastava far scorrere lentamente la puntina sul solco e allora partiva la magia. Così, avvicinando le orecchie al grammofono gracchiante, che Ettore era riuscito non so come a far funzionare, potevamo ascoltare la voce di Elmore James, mentre fuori pioveva a dirotto, cantare The Sky is crying. O nella notte stellata, quando le bottiglie di birra riposavano silenziose nell'rba ormai svuotate della loro forza esplosiva, era il turno di Charles Brown che cantava la notte in Black Night e noi, noi provavamo ad imitare.
Era quello che potevamo fare. Ascoltavamo e riproponevamo.
Provavamo a dar forma all'aria che altrimenti sarebbe svanita subito via. La trattenevamo nella nostra mente quell'aria e subito dopo le davamo forma, la nostra forma, il nostro blues.
E poi, poi Muddy Waters.
Chissà che fine avrebbe fatto un cantante italiano che si fosse chiamato acque sporche mi chiedevo? Muddy e il suo Hoochi Coochie Man, e l'nergia di Johnny Lee Hoocker e il suo Boom Boom. E gli Animals, quel gruppetto che portava per il mondo una capigliatura singolare e la casa del sole nascente che ci lasciava senza fiato e senza energie.
L'avevamo scelta come chiusura delle nostre performance, era il congedo, il nostro. In quell'urlo, in quella casa, Sax lasciava l'ultimo fiato di voce che aveva in corpo e lo lasciava al meglio.
E qualche minuto prima d'andare, ciascuno per la propria strada verso casa, Ettore tirava fuori un paio di dischi per volta e con cura estrema li metteva sul piatto di quel vecchio e mirabolante aggeggio.
E il silenzio di Don Brasino ritornava a noi nascosto tra le note isteriche e laceranti di Bird.
Consumammo a Kind of Blue di Miles, tanto che Sandro ne acquistò una nuova copia.
Miles Davis, il nero scontroso.
La nostra musica era fatta di gente e suoni del tutto fuori moda, era l'poca del rock che spaccava, nasceva il punk e più sapevi far rumore e meno sapevi suonare il tuo strumento più ti davano ascolto.
Sta di fatto che nell’arco di un intero anno a partire dall’estate del '77 riuscimmo a portare in giro e con successo quella musica vecchia, come qualcuno diceva. E ce la portammo a modo nostro.
Il viaggio iniziava e non c'ra proprio nessun motivo per lanciarsi dal treno in corsa, nessun motivo.
Accadeva, volta per volta che, dopo una serie interminabile di rutilanti rhythm ’n’ blues e qualche riff del buon vecchio Johnny, dopo tutto questo la gente, dico, rimanesse assorta. Come abbagliata dalla trasformazione del cantante che attimi prima avevano visto sfrecciare di fronte da una parte all'altra, fuori controllo, e adesso invece lì, fermo. Rimaneva immobile, trasfigurando la sua voce pronta a interpretare quel tempo d'state, non come al solito, come da tradizione, ma alla maniera di Janis, alla Joplin, da donna, alla maniera di una donna graffiante, imprecante.
Avrei voluto non suonare, rimanere seduto in silenzio come tutti gli altri per poter ascoltare al meglio ciò che Sax era in grado di fare con quella canzone, ma nonostante la suonassi sera dopo sera qualche brivido scorreva, sempre, volta dopo volta.
Così, di locale in locale, di serata in serata, giunse il momento in cui ci chiesero di viaggiare.
C’era un piccolo festival, roba agli esordi che raccattava gruppi in giro per l’Italia.
E c’era strada da fare, e un mare da solcare. Molti insistevano sul fatto che quella rassegna musicale era una grossa opportunità alla quale non sarebbe stato logico rinunciare. Noi non è che ci considerassimo paladini di scelte logiche, tutt’altro, eppure in quell’occasione Ettore, come al solito, diede una leggera curvatura alla nostra traiettoria e ci convinse ad accettare.
Organizzammo la spedizione.
La vecchia ottoecinquanta color canarino smunto, primo prototipo di monovolume, ci avrebbe condotto là dove dovevamo essere. Un posticino incastonato tra le strade di Roma.
C’era subbuglio e fermento da quelle parti, ciò che cercavamo per tenere alto il volume dei nostri amplificatori, per evitare che sbucasse qualcuno definendoci grezzi, per rifuggire coloro i quali volevano che suonassimo piano e senza far rumore. Avevamo voglia di fondere le valvole, avevamo voglia di far salire la nostra musica oltre i tetti grigi delle città, oltre il loro torpore. Avevamo voglie, musicali e d’altro genere, mai del tutto sopite.
Non eravamo sazi.
La sensazione meravigliosa del vuoto da colmare che ti spinge a muoverti, fare, rincorrere, tornare, sbagliare. Forse avevamo bisogno di quella scusa musicale per sentirci vivi.
Eravamo riusciti a tenerci in vita, aggrappati alle nostre quotidianità, come si è soliti fare per gran parte dell’esistenza, ma non era tempo per sopravvivere. Non era tempo, quello, per scivolare sulla strada seguendo il solco tracciato da altri. Non eravamo stanchi di spostarci su una linea personale, non potevamo esserlo. Per l’età che ci battezzava ancora mezzi-uomini, per lo spirito che ci spingeva a volgere lo sguardo oltre le catene invisibili che la società stringe come trappole sulle nostre caviglie.
E zacchete, fottuti.
Non volevamo essere fottuti, magari qualche anno più avanti le nostre difese immunitarie, stanche di contrapporsi a quel tipo di virus, avrebbero ceduto, ma non era tempo.
Era invece tempo di andare.
Tutti e cinque stipati in quel trabiccolo, ritrovato della tecnologia meccanica con una serie infinita di chilometri sulle spalle, sulle ruote, dipinti sulla carrozzeria, pronti a passare il colore di un viaggio sulla nostra pelle. Poche autostrade allora, poche adesso, il viaggio interminabile. Quel viaggio che almeno una volta nella vita è necessario intraprendere per sentire la brezza di un’aria diversa accarezzarci i capelli, e fanculo se capelli non avete più sulla testa, fateveli prestare, indossate un parrucca, qualcosa che si possa spettinare, qualcosa che possiate dire d’aver perso lungo il cammino.
Perché questo accade durante il viaggio, perdi qualcosa per ritrovarti.
La traiettoria di un viaggio da comprimere nelle memoria come una curva immaginaria di cui trattieni il capo e la fine, pur sapendo che tutto ciò che ci sta dentro non riuscirai a gestirlo per quel che è stato, neppure nel ricordo di una seduta ipnotica.
L’hai perduto quell’insieme, per ritrovarti al punto in cui te ne stai adesso a ricordare.
Ricordi d’aver vissuto, e forse sprechi il tuo tempo, e forse lo fai quando il presente non ti offre nulla di cui valga la pena raccontare, e forse allora ti rivedi allo specchio, miseramente fottuto dagli eventi, e forse non sei stato su quel trabiccolo insieme a noi. Con un mangianastri gracchiante che passa musica, alternando obbrobri a suoni che non smetteresti mai d’ascoltare. La voce di Jim che spinge oltre le porte di una percezione limitata all’esistenza comune di un vivere tra comuni, l’incedere elementare della chitarra di BB King, così elementare da spaccarti in due come una scopata sudata, naturale, che il buon dio c’ha concesso di vivere e ripetere se ne siamo in grado.
La sua Lucille amoreggia da sempre e nell’amore perirà. E il rumore di fondo dello stridere di Hendrix, che se riesci ad ascoltarne l’anima avverti il respiro affannoso, quello stesso respiro che lo ha tradito condannandolo al silenzio.
C’è gente egoista al mondo, che senza alcun rispetto brucia la sua vita senza curarsi del fatto che quella stessa vita, insignificante magari ai suoi occhi, tanto vale per la gente che si riflette in quel flebile bagliore. Ma la fiamma che più sale in alto, è noto, è quella destinata a spegnersi più in fretta.
Eravamo lì, a battere il tempo sulle ginocchia, in viaggio su quattro ruote ondeggianti, in viaggio sull’asfalto sconnesso di quell’Italia che ancora ne avrebbe dovuto fare di strade, con una borsa di plastica piena di salumi e formaggi, e pane appena sfornato. Composto dalle sapienti mani di nonna, la mia. E poi, vinello a bizzeffe inseparabile compagno d’ogni viaggio che si rispetti.
addauru