Cefalù capoluogo storico del consorzio Madonie-Nebrodi

Un consorzio madonita centrato su Cefalù è certamente quanto di più ovvio e naturale possa pensarsi in una nuova partizione del territorio regionale. Lo dice innanzitutto la storia. Infatti, la costituzione apostolica di papa Alessandro III del 1171 colloca Cefalù al centro di una diocesi che spazia dalla fiumara che scende da Mistretta alla spiaggia di  Santo Stefano di Camastra fino al fiume Torto, comprendendo così anche una bella fetta dei Nebrodi, ossia quella gravitante attorno alla principale città di questo complesso montano. Eccone la descrizione nel citato documento pontificio: “La città  di Cefalù … così come è stata concessa, con tutte le sue pertinenze, alla Chiesa cefaludense dai Re di Sicilia e resa forte di un particolare diritto di difesa. Il casale di Arsa con tutte le sue pertinenze, il casale di Polla con ogni sua pertinenza, la chiesa di Santa Lucia di Siracusa con i casali e ogni sua pertinenza, la chiesa di Santa Maria di Cammarata con tutti i propri possedimenti e pertinenze. Parimenti anche la diocesi con le decime e ogni diritto episcopale, a quel modo in cui dalla Chiesa di Messina è stata concessa alla Chiesa a te affidata. Alla medesima Chiesa confermiamo con autorità apostolica: ovviamente la sopra nominata città di Cefalù con tutte le sue pertinenze, Mistretta con le proprie, Tusa con le sue, Pollina con le sue, Gratteri con le sue, Isnello con le sue, Collesano con le sue, Polizzi con le sue, Caltavuturo con le sue, Sclafani con le sue, Calcusa [che sembra corrispondere alle terre tra Buonfornello e la Roccella] da dove comincia il fiume Torto fino alla spiaggia del mare e da qui fino a Cefalù”.

Come è facile percepire, mancano in questa aggregazione territoriale i centri urbani, con tutte le loro pertinenze, di San Mauro, Ganci, Castelbuono, Geraci, Petralie e Castellana. Comuni che saranno aggiunti nel 1844 alla Diocesi decurtata del territorio che va da Mistretta al fiume Pollina. Territorio che potrebbe benissimo figurare nel costituendo Consorzio stante la omogeneità sotto ogni aspetto di esso con tutte le terre sopra menzionate. Tenuto conto anche della similarità degli usi e dei costumi tradizionali, nonché della comune secolare vicenda religiosa (dal 1171 al 1844), che non è un dato insignificante sul piano culturale in senso lato.

Una tale aggregazione potrebbe determinare la rinascita socio-economica di un’area certamente sacrificata da politiche regionali non abbastanza favorevoli alla salvaguardia delle attività primarie insistenti su di essa dalla notte dei tempi fino alla metà del secolo scorso. Mi riferisco soprattutto all’allevamento del bestiame, che avrebbe benissimo potuto prosperare senza incidere negativamente, come non aveva inciso per secoli, sull’ambiente naturale. Quello, per intenderci, sotto la tutela degli enti  preposti alla gestione  dei parchi delle Madonie e dei Nebrodi.

Insisto sul punto della comune appartenenza alla stessa diocesi giacché – come ho accennato sopra – non può essere di secondaria importanza, anche sul piano economico e sociale, l’avere condiviso per secoli valori e regole di comportamento che hanno dato senso al vivere e motivazione all’agire. Compreso il fatto che i legami affettivi così costituiti hanno creato nuclei familiari solidali tra loro, oltre che sinergici sul piano operativo. Con effetto sicuro sul piano delle competenze specifiche nei vari settori delle attività pratiche, dall’allevamento del bestiame, all’agricoltura, all’artigianato.

Il non avere tenuto conto di questo nella programmazione (se c’è stata) dello sviluppo avviato nella prima fase della Repubblica, dalla riforma agraria, ai tentativi di industrializzazione, al sostegno dell’artigianato, agli incentivi per l’agricoltura, ai piani di fabbricazione, ecc., mentre ha reso sterile e inconsistente il sorgere di nuove attività, ha cancellato le attività primarie anche in contesti dove esse erano state abbastanza redditizie e avevano solo bisogno di una programmazione intelligente e razionale per rimanere tali in relazione alla tecnologia più avanzata che si andava sviluppando senza soluzione di continuità in ogni settore delle attività pratiche. E questo anche in ambiti, come l’agricoltura e l’allevamento del bestiame, che sembravano superati nella loro tradizionale primarietà. L’effetto di una tale miopia è stato devastante. E, per rimanere nella zona che più ci interessa, non possiamo non lamentare l’abbandono delle campagne, anche delle più redditizie, a cui ha corrisposto nella fase del boom edilizio una eccessiva moltiplicazione di operai edili di scarsa professionalità, destinati ad emigrare verso l’area nazionale più industrializzata. Sorte analoga è toccata alla pastorizia. Attività, questa, che poteva ben prosperare nel comprensorio che ci riguarda senza il minimo impatto ambientale negativo. Per non parlare della devastazione della fascia litoranea, soprattutto da Lascari a Buonfornello, dove si è avuta una trasformazione d’uso del territorio tanto ingiustificata in riferimento a quello che si è sacrificato quanto senza prospettive di maggiore redditività per l’avvenire. Quando il sovradimensionamento della potenzialità ricettiva avrà soverchiato la domanda di case per la villeggiatura e reso senza possibilità di ritorno l’eccessiva cementificazione.

L’esperienza del passato può adesso insegnare che senza una programmazione ben mirata e coordinata tra gli enti locali attivi in un determinato ambito territoriale non si va da nessuna parte. Il termine di sinergia, oggi tanto in uso e talora in abuso, è quello che va più di ogni altro tenuto presente nel nostro caso. Con in primo piano il rispetto rigoroso, esclusa ogni deroga clientelare, delle competenze e delle professionalità ad hoc demandate. Senza trascurare l’importanza della correttezza nelle scelte di fondo e nella pratica amministrativa. Il momento è grave. E chi sa e/o può deve lasciarsi coinvolgere disinteressatamente, con l’unico obiettivo del bene comune.

GIUSEPPE TERREGINO