La leggenda del principe Leskis e della sirenetta Nay (La favola intera)
- Madonie, Castellana Sicula,
- Cultura,
- Redazione
QUESTA SETTIMANA PUBBLICHIAMO L'INTERA FAVOLA PER LA GIOIA DI TUTTI QUELLI CHE HANNO LETTO LE TRE PARTI
Questa è leggenda del mare: la leggenda del principe Leskis e della sirenetta Nay.
La loro storia è diventata poesia per gli indigeni del luogo.
Si racconta che il giovanissimo principe, specchiandosi nel mare, desse forma a tutti i suoi sogni. Come? Aveva allacciato amicizia con le sirene, creature incantevoli dallo straordinario aspetto di bellissime adolescenti il cui corpo, per metà umano e per metà pesce, aveva da sempre incuriosito i marinai e gli studiosi dei fenomeni più inconsueti del mare.
I contorni della loro immagine azzurra e luminosissima davano alla Baia di Cefalù la caratteristica di un sogno ad occhi aperti: l’odore ed il colore delle piante acquatiche donavano, infatti, pace e serenità a chi vi si trovasse di fronte.
Leskis aveva imparato il linguaggio delle sirene, un linguaggio che era in sintonia col colore del mare. Esse ravvivavano o intorpidivano la gradazione del loro splendore blu a seconda dei loro messaggi. Si coloravano di celeste chiaro allorché rassicuravano il giovanissimo principe sugli accadimenti del suo immediato futuro; azzurro acceso quando lo mettevano in guardia su imminenti pericoli.
Un giorno Nay, la più bella sirena della baia di Cefalù, lesse negli occhi del giovane principe Leskis un sentimento nuovo che comprese e subito condivise. La piccola sirena quel giorno brillava più che mai ed uno sprazzo di vento aveva fatto arrotolare una ciocca dei suoi lunghissimi capelli d’oro al collo del principe. Questi ne assaporò la loro morbidezza ed il loro profumo. Emergendo dall’acqua, Nay si era scrollata le gocce d’acqua con fare sinuoso ed elegante. Alcune di esse indorate dal sole le scivolarono dalle ciglia mettendone in risalto la magia. Il suo profilo era sublime, un capolavoro della natura nella sua totalità e, quando un raggio di sole s’incuneo fra di loro, tutto brillò in un incanto d’amore. Il fulgore della luce sigillò poi dentro di sé le labbra tremanti dei due amanti. Nay si colorò d’oro e d’argento, brillando al sole come un diamante. Immagine e la musica del mare si unirono allora al mistero più profondo della vita e, per un istante, il mondo trattenne il respiro. L’attimo d’amore fu donato al sole per irradiare di maggior luce il creato.
Era sbocciato il grande amore fra due esseri tanto diversi, ma tanto simili nell’intensità del loro sentimento.
Il gioco dell’amore condusse i due esseri nelle profondità degli abissi dove i due corpi volteggiarono sorretti dalla leggerezza dell’acqua, riaffiorando in superficie per ripiombare ancora giù giù, danzando in un turbinio di trasparenti bollicine e nell’escandescenza della felicità, pesci fra i pesci, liberi fra i liberi.
Il codice della vita del mare, però, non prevedeva una simile simbiosi d’amore: come poteva, infatti, una sirena amare un umano?
“Atto sacrilego!” gridarono giù, negli abissi, gli Scjuans, detentori del potere di quella grande distesa d’acqua.
Le onde, in un pauroso vortice che partiva dal profondo dell’oceano, s’incresparono in superficie, trasformandosi in cavalloni altissimi e minacciosi. I guerrieri sottomarini, i draghi dalle otto teste, emersero fin sugli strati più alti del mare, spalancando le loro fauci mostruose per gridare al giorno l’ira di Toledè, il più tenebroso e malvagio tiranno di quel sito marino.
Esso non sopportava che una sirena, vanto e decoro del mare, donasse le sue grazie ad un umano, anche se di stirpe reale.
Tutti gli abitanti dell’oceano erano intimoriti da quel mostro spietato, così cattivo…
Ben presto, nelle profondità degli abissi, i cavallucci marini, messaggeri del mare, diffusero, in lungo e in largo, dal profondo, fin su, in superficie, la notizia dell’amore sbocciato tra il principe Leskis e la bellissima Nay…
Le alghe, pettegole dei fondali, agitarono allora le loro chiome arruffandole una contro l’altra, un po’ per rabbia, un po’ per compassione nei confronti dei due giovani amanti.
Anche i pesci dai colori vivaci, quella mattina non avevano lustrato le loro pinne ed indorato le loro code; Nuotavano lenti, privi di vigore. I coralli, incrostati sulle rocce del fondale marino, si staccarono dai loro ricettacoli, abbandonandosi ad un atteggiamento di profonda depressione, ripiegando poi i loro preziosi rami in giù, verso la sabbia, sprofondandoli poi in essa.
Quel giorno, anche le meduse annullarono il saggio di danza previsto per le ore più calde. La murena non volle più uscire dal suo nascondiglio e le ostriche abolirono le prove del sorriso del giorno, un sorriso che in tempi normali avrebbe dato alle sirene le più belle perle della stagione.
I polipi annullarono il concerto delle vibrazioni sottomarine atteso dai pesci amanti della musica jazz. I fiori marini, chiusero tutte le loro corolle. I pesci pettine, sprangarono la porta della loro rinomata bottega di parrucchieri un po’ per solidarietà, dato il clima creatosi e un po’ per stanchezza, visto che le richieste di nuovi look per pinne, tentacoli e code iridescenti aumentavano ogni giorno di più.
A causa di ciò anche i brionzoi, fiori del mare, trovando la porta chiusa, ripiegarono sul fondale marino le loro corolle rosa-dorato e i loro tentacoli cigliati.
I pesci pagliaccio appesero il cartello di “chiuso per sciopero”, annullando il loro spettacolo circense settimanale, un’esibizione sempre tanto attesa dai nuovi pesciolini nati nella baia. I pesci pipistrello, ingaggiati dalla compagnia comica dei pesci pagliaccio, decisero che quello sarebbe stato il momento giusto per cercare un nuovo lavoro. I pesci picasso avvertirono, tramite i cavallucci marini, messaggeri del mare che, per quella stagione, la loro rinomata scuola d’arte non poteva più registrare nessuna presenza.
I distributori di plancton, l’alimento principale dei pesci, incrociarono le braccia. I pochi rombi d’acqua salata pensarono che fosse arrivato il momento giusto per chiedere ai sindacati di quell’area subacquea di nuotare su tutti e due i lati del loro corpicino appiattito, visto che, fino ad allora, erano stati costretti, dalle regole di viabilità, a viaggiare sempre sullo stesso fianco.
Le rane pescatrici, dalle grandi bocche dentate, smisero di criticare tutte le nuove mise dei pesci in passerella che, dal fondale marino, risalivano elegantemente e leggermente in superficie. Essi brillavano sotto il sottile strato d’acqua, illuminati dal sole e, come in ogni sciopero che si rispetti, qualche varietà di pesce, pur non conoscendo la motivazione di quella strana presa di posizione, optarono lo stesso per il dolce far niente…
Insomma, era proprio un vero disastro. Quell’aria di tensione precludeva alla rivolta…
I cavallucci marini corsero allora più che poterono dagli abissi alla superficie dell’acqua, seguendo le correnti ascensionali del mare, sbattendo le loro testoline contro pesci, piante acquatiche, alghe, fino ad infrangersi contro le onde in superficie.
I destrieri del mare erano in cerca del delfino Slum, il capo condomino di quell’argenteo specchio mediterraneo, una specie di grande avvocato che risolveva sempre egregiamente le controversie dei pesci. “Slum, Slum! Intervieni presto! Laggiù nessuno vuol far più niente! Sono tutti amareggiati per quello che è successo nella baia della vita! L’amore sbocciato tra la sirenetta Nay e il principe Leskis è osteggiato dai terribili mostri Scjuans.Vogliono imprigionare la sirenetta per sempre giù negli abissi affinché il loro amore muoia! Tutti noi vorremmo aiutare i due innamorati ad essere felici, ma abbiamo tanta paura di quelle creature orribili…”
“Cosa? Vuoi dire che la vita laggiù si sta fermando e che il mare sta morendo?” rispose incredulo il delfino Slum.
“Sì, Slum. Proprio così. Dobbiamo assolutamente porre fine ad una simile sventura!”
Slum guardò il sole, poi tutta l’immensità azzurra dell’acqua.
Rimirò il sole, come per riflettere sul da farsi… e, un attimo dopo, spiccò un salto acrobatico con triplo avvitamento in aria, lanciandosi talmente in alto da sfiorare quasi il volo dei gabbiani
per scendere poi in picchiata giù, giù, sempre più giù, come un siluro nelle profondità degli abissi marini. Era incredibile: ivi l’acqua sembrava ferma e stagnante ed il silenzio che vi regnava era davvero lacerante. Se non fosse stato per le bollicine d’ossigeno degli inquilini di quella laguna azzurra si sarebbe giurato che la vita laggiù si fosse spenta.
“No, non può essere vero! Non è possibile! Riporterò la voglia di vivere quaggiù, costi quel che costi!” continuava a ripetersi l’avvocato dei pesci.
Grazie ai messaggeri del mare, Slum radunò in assemblea tutti gli abitanti di quel sito acquatico.
“Allora, cari amici, capisco e condivido la vostra amarezza per la cattiva sorte toccata a Nay ed al principe Leskis, ma non servirà a niente deprimervi e chiudervi in voi stessi: non sarà certo così che li aiuteremo realmente. Uniamo invece le nostre forze per vincere il tiranno del mare ed i suoi seguaci: l’azione è sempre migliore dell’indolenza”.
Chiamò dunque a rapporto i pescicani, i pesci leopardo, le murene, i tritoni, poi comandò ai platelminti di attaccarsi uno dietro l’altro per formare un cordone atto a legare i mostri.
Le conchiglie “pinna nobilis” secernerono una sostanza che creò una specie di grande rete per incastrare le creature malefiche. Le meduse lucidarono la loro fitta armatura e riempirono i loro tentacoli di un liquido che erano solite utilizzare per paralizzare le loro prede. I pesci tritoni controllarono se le loro ghiandole velenifere fossero abbastanza piene e, guidati dal pesce pilota, dietro l’incitamento del pesce trombetta, partirono all’attacco.
I mostri non si aspettavano una simile organizzazione bellica ed all’inizio reagirono con una roboante risata ironica. Per lo spostamento d’acqua da essa provocata tremò tutta la distesa d’acqua sovrastante che potenziò l’altezza dei cavalloni marini in superficie. Poi, però, le creature malvagie dovettero ricredersi allorché furono immobilizzate, acciuffate ed incatenate senza ormai nessuna possibilità di fuga.
Per riottenere la loro libertà dovettero promettere solennemente che mai e poi mai, avrebbero più ostacolato quel germoglio d’amore innocente, anche se sbocciato dal cuore di esseri tanto diversi.
Così fu.
La baia di Cefalù si animò di nuovo splendore.
Le spugne marine riemersero in superficie e riacquistarono i loro vivacissimi colori. Gli etenofori, con i loro tutù trasparenti, affiorarono sul pelo dell’acqua e danzarono, danzarono, danzarono ancora, inneggiando all’amore vittorioso.
I pesci trombetta suonarono per annunciare al creato l’amore difeso e riconquistato: era davvero un giubilare della natura, un’esultanza che faceva ormai da sfondo ai due innamorati regali stagliati contro il sole ridente, abbracciati, stretti stretti uno contro l’altro nella dolcezza del loro bacio appassionato d’amore, grati al delfino Slum, a tutti i pesci ed al Creato per quel dolce momento di soavità.
Nulla ormai li avrebbe più separati né in mare, né in terra.
Gli indigeni di Cefalù raccontano che, da allora, molti teneri adolescenti, dall’amore contrastato, perché divisi dalla diversità di razza, ceto sociale e religione, giungano in lacrime da ogni dove della terra in Sicilia, presso la baia di Cefalù nella speranza di scorgere, tra il fluttuare delle onde, le sagome azzurre dei due innamorati, vibranti d’amore in una melodia dolcissima e esclusiva e, quando e se si manifesterà il miracolo di quella visione paradisiaca, il loro amore sarà coronato certamente dalla felicità.
Marina Maria Iosè Riotto
IN ALLEGATO LA FAVOLA IN FORMATO PDF