Three o’clock blues
- Castelbuono,
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- Massimiliano Città
I rintocchi si susseguono con la stessa cadenza, e si librano lenti verso il cielo. La voce del campanile sembra segnalare un quarto alle quattro, mentre il vecchio orologio ha smesso di indicare l’ora giusta da un bel po’.
Adesso non è più necessario che batta il tempo regolarmente. Viviamo nell’epoca di internet, e navighiamo sugli Iphone, veleggiamo leggeri su palmari dal peso di una piuma tagliata a metà, e di questo peso sostanziamo le nostre esistenze.
Non è più necessario volgere lo sguardo in alto per scrutare il cielo o per ragguagliarsi sul ritardo che porteremo al nostro primo appuntamento galante.
Adesso tutto sta a portata di click.
Eppure l’antico rito si ripete, perché il campanile non sta indicando l’ora, ma avvisa la comunità che un altro viaggio, infinito, ha avuto inizio. Le gelaterie della piazza fermano il loro andazzo lavorativo, e rimangono mute, mentre dal portone della navata centrale viene fuori il corteo silenzioso.
Poca gente lungo la scia contrita di un feretro che come tradizione viene portato a spalla da alcune persone dal volto arrossato.
Giacomo ritorna indietro e scorge nella memoria le facce dei portantini durante la processione patronale.
Uomini dalle diverse stature che sulle loro spalle lacerate trattenevano a stento l’enorme peso della santità. Camminavano a passo spedito per le vie del paese mentre la folla assisteva al loro castigo.
Gli occhi fissi in avanti senza che lo sguardo fosse acceso, dolente dall’immane fatica che li metteva alla prova.
Era il loro sacrificio.
Il prezzo che si ostinavano a pagare per manifestare quella fede. E sudavano, grondavano come spugne strizzate, e le rughe del volto si rapprendevano, particolarmente attorno agli occhi, e le bocche serrate, i denti stretti, per quelli che ancora avevano denti.
Giacomo non riusciva a capire il perché di tanta sofferenza, lui che aveva da sempre cercato d’evitare fatica e dolore. Eppure, in qualche modo nutriva un estremo rispetto per quegli uomini. Uomini che sostenevano il peso del loro credo. Adesso, a distanza di anni, chissà quante facce s’erano succedute sotto quelle travi di legno. Facce differenti accomunate dalla fatica, stravolte dallo stesso dolore che le rende uguali.
Dolore ed estasi ci rendono comuni, comuni a tanti.
Ma non è proprio di tutti provare dolore ed estasi.
Giacomo scorge le ombre dei pochi uomini che stentano a sostenere il peso della morte. E s’incamminano lungo gli scarni gradini fino a depositare la bara dentro la bocca del grande carro meccanico che attende, senza alcuna fatica.
Il corteo lentamente risale verso il castello, ripercorre la strada che i due amici hanno appena compiuto per la loro passeggiata digestiva. Ma Giacomo e Antonio sono ritornati, mentre chiunque sia stato messo dentro quella cassa di legno non considererà più la strada del ritorno.
Amen.
In lontananza si sente l’eco dei passi dei dolenti, e ricomincia il rumoroso incedere della vita. L’eco della morte si spegne gradualmente, si spegne dentro i nostri pensieri distratti, si spegne nella quotidianità dei gesti che vogliono distrarci.
Si spegne, e scegliamo di spegnerlo.
«Per Rock ’n’roll ci sono più morti che camminano in giro che gente morta sottoterra.»
«Banale.»
«Non saprei, talvolta mi capita di pensarla alla stessa maniera.»
«Troppo semplice dirlo, facile pensarlo. A me è sempre sembrata una scusa per scaricare verso altri la difficoltà del vivere quotidiano. Be’ tu dici io vivo davvero, gli altri non ne sono capaci. Ma in fondo che ne sappiamo degli altri? »
«E tu Giacomo, cosa vuoi far sapere di te? »
«Che c’entra? »
«Io dico che c’entra.»
«Non credo.»
I due si risiedono sulle sedie, adesso il sole s’è spostato e non picchia perpendicolarmente, eppure l’afa tutt’intorno non cessa di mozzare il respiro. Si avvicina un ragazzo e Antonio si ritrova nell’insolita veste di cliente in quei tavoli che lo vedono sfilettare nelle anguste serate festive, col vassoio in alto, come un giocoliere attento a non versare il contenuto delle ordinazioni sul capo di qualche donna rampante.
A ripetere come un’eco infinita «permesso, attenzione».
A quest’ora poca gente calca i ciottoli della piazza, non v’è motivo di tenere i vassoi in alto, né di correre. C’è un tempo in cui la vita scorre lentamente, e serena scivola sulle nostre spalle. Forse è quel tempo che inganna, ma a molti piace che sia così.
Antonio ha da anni sulle labbra una domanda. Non crede affatto alla goccia che cava la pietra, alla singola goccia. Dietro vi sta un lavorio infinito, e da tempo vorrebbe domandare qual’è stato quel lavorio che ha condotto Giacomo lontano.
«Quando si va via dalla propria terra, lo si fa per un senso di disagio, talvolta qualcuno fugge consapevolmente, altre volte è costretto a farlo. Ma che sia viaggio o fuga, quell’atto porta con sé l’incapacità di affrontare quel contesto in quel presente.»
Alla fine di quel breve monologo Antonio si rende conto d’aver dato voce all’amarezza covata da anni verso l’amico che in una notte s’era dato alla macchia, senza se né ma, abbandonando tutto e tutti. Per molti anni l’aveva considerato un vigliacco, un egoista. Poi col tempo il sapore amaro di quell’addio mancato era stato addolcito o distratto dalla sua stessa vita, il matrimonio, il tanto atteso primogenito, e la fatica di un lavoro quotidiano che non dà molto da pensare.
Eppure in quelle parole era tornato ad avvertire la lacerazione del passato.
Giacomo rimane muto, come se le parole dell’amico non riguardino lui, eppure sa bene d’esserne l’obiettivo. Lì, seduto a qualche centimetro di distanza, colpito e nudo. Egli stesso si è chiesto allora perché. Quello strappo, ingenuo, ridicolo a pensarci bene, eppure così sostanziale da avergli completamente mutato l’esistenza. Il peso di un rancore difficile da sfogare. Forse perché avrebbe dovuto farlo contro se stesso. E nessun savio testimonia contro se stesso.
Ti vitti!!