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Alla fine l’Irish aprì i battenti. La capacità dell’uomo di manipolare le cose, costruire, ritagliare, nascondere ebbe la meglio sull’idea dell’abbandono.
Era l’inizio dell’estate del ’77. Aprì, e lo fece in maniera ridondante. Ettore sapeva bene come pubblicizzare l’evento. Aveva i giusti contatti. E quel suo saper essere mellifluo, alla maniera di tanti meravigliosi politici che sostengono le sorti dell’isola, toccava i punti nevralgici del tessuto sociale palermitano.
Aveva lavorato a lungo durante tutti quei mesi.
Non era il luogo in sé ma ciò che poteva rappresentare, aveva colto la potenzialità dell’essere. Ettore lo considerava come una sorta di rinascita della città, forse si approfittava di un banale luogo comune, o forse davvero ci credeva, ma come in molte occasioni non dava la possibilità di scorgere oltre le spesse lenti che celavano la reale natura del suo sguardo.
L’Irish era il rinascimento, a suo dire.
Un nuovo locale con un occhio volto all’Europa, alle fusioni di genere, colori, suoni, parole e razze. L’integrazione di un pensiero composito, di un pensiero viaggiante su più binari, senza radici profonde. Il marchio di un’opportunità da cogliere si vide subito, ma noi non riuscimmo a considerarlo per quello che era, così in fretta.
Forse non era nostra intenzione farlo.
Come semplici suonatori intenti a riprenderci i nostri strumenti avevamo lo sguardo rivolto altrove. In fin dei conti l’Irish era pur sempre un’attività commerciale, e più che all’Europa multietnica volgeva lo sguardo agli introiti. Non c’era un mecenatismo candido, puro, fine a se stesso. Come del resto ogni mecenatismo dovrebbe essere.
Ettore aveva voluto dare, con convinzione credo, una maschera differente all’investimento d’affari dei suoi soci. E c’era riuscito.
Almeno ci riuscì per qualche anno, un paio. Forse aveva puntato troppo in alto, forse non era l’affarista così accorto che mostrava d’essere. Di certo al suo battesimo l’Irish non fu affatto il semplice bar, ma qualcosa di particolare, raffinato.
Elegante.
Così mi parve quando con un sorriso tronfio, nascosto da un baffetto incipiente con il quale iniziava a vezzeggiare la sua figura, un sorriso da te lo dicevo io, l’imprenditore Ettore Calopresti mi condusse dentro il ventre pulsante della sua creatura.
Ed era un bel vedere.
Lì dove il caos e la polvere regnavano sovrani fino a qualche mese prima, lì dove lo squittio di topolini timorosi si univa al trambusto di operai avvolti da lastre di sudore, adesso sorgevano due salette separate da un disimpegno intrecciato di archi in legno e gradini a simulare un dolce effetto collina.
E armonia tutt’intorno.
Luci soffuse dalle pareti verso il centro e tappeti di diverso colore concorrevano a creare un’atmosfera rarefatta, in cui il peso delle parole, il suono dei passi e il tramestio dei bicchieri si disperdeva risalendo oltre il soffitto intarsiato.
Un bancone bar immenso, lungo il quale era molto probabile perdere la cognizione di uno spazio acquisito nel tempo, la faceva da padrone mostrando tutta la mercanzia su ripiani fulgidi e brillanti di luce propria.
Un palchetto all’angolo sulla destra, pronto ad accogliere le novità culturali della città.
Ettore aveva già allestito una sorta di programma teatrale.
Nei successivi mesi il lucido parquet sarebbe stato accarezzato da ogni tipo di piedi. Tristi, dolenti, drammatici, scanzonati e saltellanti.
E l’eco di qualche riff avrebbe attraversato la sala in lungo e largo.
Quella sera almeno più di cinquecento persone si ritrovarono a sorseggiare beveraggi dai sapori nuovi. A caratteri cubitali troneggiava la locandina inaugurale, quella stessa che in un numero di manifesti spropositato nei giorni precedenti l’apertura aveva sommerso le pareti delle vie più in della città.
Era un bel bozzetto.
Ettore si era affidato ad uno dei migliori designer della città. Un amico, eccentrico artista che qualche tempo dopo ebbi modo di conoscere e sdegnare. Ma con foto e colori sapeva farci eccome. Presentò tutto al meglio, dando risalto al ritorno di una delle migliori blues band della penisola. E a chi non ne avesse mai sentito parlare pareva di ritrovarsi davanti alla P.F.M.
O roba del genere.
Tutto questo avvenne in realtà alcune settimane dopo.
Perché tutto ciò che accade non è sempre vero, e tutto quel che è vero non sempre accade.
Vi sono realtà simulate, virtuali, e virtualità che sembrano essere reali e concrete. Diamo nomi diversi, magari intrisi di nozioni tecnologiche e sfaccettature nuove, a quello che da sempre ha un semplice e solo termine bastante ad affermare sé stesso.
Teatro.
Grazie all’aiuto partecipativo di Ettore, alcune settimane prima la reale inaugurazione della sua creatura riuscii a dar luogo ad una della più alte rappresentazioni di teatro che si siano mai tenute in città.
Certo non fu semplice, né agevole.
Da quella situazione riuscii a comprendere la capacità di organizzatore di Ettore, lucida, presente, funzionale. Paziente e sopratutto perseverante.
In quei giorni m’ero avvicinato alla lettura di Amleto, e quella parte in cui dentro il teatro si fa teatro, m’aveva colpito. Non riuscivo a capire come è perché suscitasse in me tanto interesse, ma c’era un legame. Un filo nascosto tra la vicenda del principe e quello che ancora non era stato compiuto.
Il fatto stesso che chiaramente non riuscissi a capire, mi fece capire.
Ettore stentò non poco ad entrare dentro quel bislacco proposito, lui così empirico, rigido e con lo sguardo rivolto avanti, verso progetti lungimiranti che devono poggiare su solide basi.
Alla fine, sconsolato dal mio fallimento per le strade siciliane in cerca dei vecchi musicisti d’un tempo, accettò come ultima carta la mia bizzarra proposta. E forse per l’unica volta in vita sua, la prima e l’ultima, continuò a ripetere in quei giorni, si lasciò andare all’improvvisazione.
Sul finire di giugno l’aria dell’asfalto ribolliva sotto le nostre suole, e non importa che il sole fosse andato a nanna da tempo, la calura restava lì, e scandiva l’incedere della notte.
Ero riuscito a portare i ragazzi all’inaugurazione, almeno quello.
E c’era una voglia di rivederci bene augurante.
Perfino Johnny aveva messo da parte il solito sapore acre che gli bagnava le labbra e che lo rendeva spesso insopportabile. Aveva un sorriso sincero, lo si leggeva nel volto, senza aver bevuto nulla che potesse renderlo posticcio.
Sax venne con la sua confraternita pace amore e verdure.
Mario s’accompagnava ad una ragazza. E questo ci fece quasi venire un colpo. La teneva sottobraccio, e lei accanto al corpulento compagno spariva sulle esili gambe. Elsa, così si chiamava, aveva degli occhi chiari, diafani, e spesso chiusi, timida come il suo gigante che guardava con una dolcezza infinita. Per un attimo ebbi invidia di quel bagliore, poi fissai il volto del mio amico, e capii che era del tutto naturale. La sua stazza fisica era nulla rispetto a quella morale, e nel tempo m’era capitato colpevolmente di dimenticarlo.
Ci salutammo tutti con affetto.
Johnny e Sax trascorsero una buona mezz’ora fuori a raccontarsi tra una boccata e l’altra di buon tabacco allegro. Non so di cosa potessero parlare, loro che non erano in grado di mettere dieci parole di fila senza imprecazioni, bestemmie, urla e porta cigolante sbattuta con violenza dietro le spalle. Eppure adesso conversavano allegramente, come io facevo con Mario ed Elsa.
Uscì Ettore e ci venne incontro.
Iniziò un fitto scambio di battute e sfottò. Credevo d’essere finito dentro una pantomima, prima che il regista avesse dato inizio a tutto. Ma la verità di un felice ritrovo stava davanti ai miei occhi, candida e chiara come in poche occasioni della mia vita.
C’era voglia di riprendere il filo di un discorso interrotto. Senza l’ombra della nostra musica, ma nella realtà di parole ed espressioni, voci e facce stravolte dalle risate, come un tempo non lontano era accaduto. La sincerità dei gesti era figlia di una consapevolezza, e di questo mi rendevo perfettamente conto. Non c’erano vincoli a quell’incontro. Non c’era ritorno sui nostri passi.
Era un nuovo cammino.
Almeno loro, Johnny, Sax e Mario guardavano da lontano quel mio nuovo progetto.
Avevo rifondato la Bohemè, col loro allegro assenso, e quella sera con la nuova e inedita formazione avrei debuttato davanti ad un paio di centinaio di spettatori, molti dei quali s’attendevano quel ritorno.
Iniziavo a sudare un po’, temevo che qualcosa potesse andare storto, temevo di sbagliare, e la paura di quei momenti nasceva dalla consapevolezza d’aver scelto. Scelto di fare quello che entro alcune ore avrebbe dato una risposta.
Dentro o fuori.
Alla fine entrammo, e i ragazzi, come era successo giorni prima a me, rimasero estasiati dell’ottimo lavoro fatto da Ettore. Chè in fin dei conti ci si dimentica presto delle ore trascorse dagli operai piegati sulle ginocchia, con elmetti fittizi poggiati su capi enormi per poterli indossare, e canotte lacerate da sudore e sporcizia.
Era Ettore l’autore di quella meraviglia, l’uomo che a ben vedere non aveva alzato un dito per tutto ciò che stava davanti ai nostri occhi.
Alcuni tavoli in prima fila portavano la scritta riservato.
I ragazzi andarono ad occuparli guidati da Ettore. Il vocicchiare dei presenti riempiva le due sale e dava calore al locale. L’atmosfera era allegra. Lo spettacolo stava per iniziare. Io feci il giro largo, salendo per primo sul palchetto che avrebbe ospitato le gesta della rinnovata Bohème.
E iniziai una sorta di presentazione melodrammatica.
Dissi che c’era in atto la volontà di continuare un grande progetto, con musicisti eccellenti che ne avevano rimpiazzato altrettanti e che il fermento musicale e artistico non andava sopito, che soltanto in una certa direzione si poteva provare a liberare la nostra terra, e cazzate di questo genere sempre ben accolte da un pubblico distratto.
Poi, iniziai a tessere le lodi di Ettore e dei suoi soci che avevano dato inizio ad un sogno, e via dicendo me la tirai per una buona mezzora, nella totale indifferenza degli astanti che continuavano a sorseggiare le loro bibite chiacchierando di calcio e politica.
Dopo quel memorabile discorso zeppo di banalità presentai i componenti della nuova band.
Stavano per fare il loro ingresso nel mio personalissimo teatro i vari Rosencrantz e Guildenstern raccattati in giro per la via, nella speranza che quella assurda pantomima che avevo intravisto in una notte insonne, nella quale il peso della sconfitta aveva sonoramente schiacciato le mie reni sul materasso umido di stanchezza, potesse sortire l’effetto desiderato.
In due settimane avevo messo insieme il meglio.
Per l’idea che m’ero fatto del meglio in quell’occasione.
Il chitarrista l’avevo raccolto rimestando dentro una delle più antiche balere della città. Ero entrato con le narici chiuse, come si fa quando ci si avvicina ai cassonetti della spazzatura, perché troppo lontano dall’aria che ero abituato a respirare.
Aveva un volto tristo da attore edoardiano, uno di quelli che s’è distratto un attimo, gli hanno fottuto i pantaloni e se ne sta tutto il tempo in giro per la città chiedendo dove siano finiti i suoi calzoni, rigorosamente con le mani tra le palle a scrutar la gente.
Il cantante era un romano trapiantato a Palermo.
Uno di quelli che sguazzava con sadico godimento nelle storie di emigranti dolorosamente costretti ad abbandonare la loro terra.
Nell’aspetto non dava affatto l’idea d’esser uno che ha sofferto fame e sete ed è stato spinto dagli eventi ad abbandonare la terra natia. Indossava un gessato grigio, impeccabilmente stirato dalla caratteristica consorte che ebbi letizia di conoscere. E lo indossava solamente per le cerimonie di sposalizio a cui era invitato e per le sue numerose esibizioni nei quartieri popolari delle due città che un tempo appartenevano ad un unico regno.
Quando si presentò al provino, non gli feci nemmeno aprir bocca, era lui, non poteva essere altrimenti quello che cercavo.
Il batterista era stato il mio vanto fin dall’inizio.
Un suonatore di tamburi di quartiere verso il quale m’ero imbattuto un tardo pomeriggio, bloccato dal flusso della processione di una delle tante madonne sparse per il globo che mi veniva incontro senza possibilità d’essere evitata. E quel tipo, bassino fino all’inverosimile, compito in ogni dettaglio del suo abbigliamento se ne stava lì, a marciare davanti a tutti dettando il passo.
Con una barbetta curata e il cipiglio da generale rullava sulla pelle lisa del suo vecchio tamburo. Era un bevitore da guinness e non fu affatto difficile tirarlo dentro il mio progetto. Certo quando cercai di spiegarli per sommi capi in cosa consisteva mi guardò di traverso, scosse la testa e disse sconsolato.
«Boh, cu vi capisci a vuatri picciotti d’ora.»
Lino era un gran personaggio, e negli intensi giorni di prove che ci legarono mi diede un’iniezione d’allegria che credevo perduta. Gli altri, invece, non mettevano granché di particolare nella rappresentazione, non interpretavano per come era capace di fare il vecchio Lino.
Dal punto di vista tecnico durante le prove i miei musicisti risultarono ineccepibili per il ruolo che era stato loro assegnato.
Ezio, il chitarrista, era in grado di suonare un paio di accordi, rigorosamente fuori tempo rispetto ad ogni contesto musicale, mentre Gianni la voce, er core de Roma, era piuttosto stonato. Più di quanto potevo sperare. Bastava dargli qualche sorso di birra, e così nella sera del debutto mi accertai che fosse.
Lino aprì le danze con una rullata che mi fece vacillare, roba seria, un passaggio vicino ai prodigi di Bohnam, lo guardai sconvolto, entrando nel panico. Con la paranoia sempre meno latente che m’avessero preso per il culo loro, non potevano essere così scarsi come sembravano.
Ma l’angoscia del fallimento durò poco.
Lino ritornò al suo mestiere di suonatore di tamburo sbagliando alla grande il tempo d’attacco. Così, come del resto era lecito attendersi, fece lo smilzo Ezio intento a cercare con lo sguardo rivolto chissà dove l’ispirazione per l’assolo che lo avrebbe portato in cielo.
Gianni con un gargarismo che avrebbe entusiasmato ogni Lando Fiorini delle galassie cantò un vecchio blues, alla romanesca, com’era proprio nel suo stile, naturalmente tre toni sotto rispetto l’accordatura.
L’andazzo prosegui su questa falsa riga per i successivi cinque pezzi.
Un delirio, terribile, difficile da mandar giù, come neppure nei miei migliori auspici.
Scorgendo il pubblico incontrai lo sguardo divertito di Sax, quello sconcertato di Johnny e il sorriso di Mario, tutti avevano in fondo capito, nessuno voleva dirlo. Mi sembrò anche di leggere dalle labbra di Sax una frase che suonava come un rimbrotto, della serie bastardo, figlio di bagascia, o sinonimi del genere, ma non ero certo.
Mi ritrovavo intento a suonare il mio giro blues su una tonalità differente da quella del chitarrista estasiato nel suo solo che molti uomini avrebbe ucciso, se davvero attenti a quello che stavamo facendo.
Iniziarono i fischi, in ritardo, come se i miei attori, la clac che pazientemente era stata portata lì si fosse dimenticata del motivo di tutto.
Non appena presero il via, però, furono assordanti, e superarono la mia immaginazione. Qualcuno, bontà sua, improvvisò a meraviglia, lanciando oggetti sul palco. E imprecando molti uscirono scostando i maniera violenta sedie e mobilia, scalciando anche tappeti.
Vidi Ettore un po’ agitato iniziare a preoccuparsi, ma alla fine di tutto non si segnalarono danni consistenti al locale. I ragazzi che in prima fila avevano goduto di quello spettacolo raccapricciante iniziarono a guardarsi intorno.
Tutta quella gente ben vestita che lasciava la sala sconcertata colorò i loro occhi di una luce nuova, almeno così pensavo che fosse.
Oltre quel passo non sarei stato capace di andare, oltre quella messa in scena dilettantesca, come accade nelle recite d’asilo per i bimbi di cinque anni, non avrei saputo cosa inventare per riportare quelle ipocondriache teste di cazzo ancora una volta sullo stesso palco a suonare.