Time is on my side
- Castelbuono,
- Cultura,
- Massimiliano Città
I due si ritrovano a passare sul marciapiede, accanto la porticina verde in cui la vecchia sartoria aveva anni prima accolto le migliori menti goliardiche del paesino.
Le intemperie l’aveano corrosa, portando via l’antica verniciatura, alcuni trucioli venivano via dall’intaglio definito che restava vivo solamente nella memoria.
Pur non avendo bisogno affatto di rammendare i loro vestiti, Antonio, e sopratutto Giacomo e Johnny, avevano trascorso molto tempo lì, nei pressi di quel piccolo negozietto in cui si organizzavano scherzi e veglioni di carnevale, maschere e sberleffi. In quel luogo avevano imparato l’arte dell’ironia, avevano almeno provato a farlo.
Non tutte le volte è possibile distaccarsi con contegno dalla realtà delle cose. Giacomo lo sapeva bene, e su quella sua incapacità mostrata ingenuamente aveva anche provato a tirare fuori un mestiere. La «servetta della fantasia» che lo accompagnava da quand’era bambino gli solleticava le orecchie col parlottio di vecchi amici, legati a filo doppio dalla vita e dagli eventi, dai lutti, e dalle bottiglie di vino novello.
Li vedeva chiaramente curvi sui bastoni, piegati dalle loro stesse battute a sganasciarsi dalle risate. Ne avvertiva distintamente i contorni delle voci, del tono, dei motteggi e li scorgeva negli occhi sorridenti, anche adesso che oltre quella porticina non c’era proprio nulla da vedere, né sentire.
Davanti ai suoi occhi, lentamente, svanivano alla vista, uno ad uno, come in un clip musicale, ma non riusciva a sintonizzare il suono, sincronizzare quel passaggio.
Forse il tempo non ha musica. Sceglie di non averne, per non destar sospetto, per evitare che qualcuno possa rallentarne l’andatura, così come potrebbe essere per un brano musicale.
L’uomo prova a scandirlo, ciascuno ha un suono per ogni immagine, e talvolta non lo sa, ma accade.
Accade che una preghiera o una poesia, un passo di un romanzo che tanto ci ha turbati perché terribilmente vero si accompagna nella nostra memoria ad una musica. Non banalmente un pezzo, una composizione specifica, ma un incedere musicale, tutto un incedere musicale.
La mestizia del genere umano è nata nel momento in cui la musicalità del suo spirito è stata sepolta dal rumore assordante dell’interesse. Il danaro e la comodità degli scranni del potere hanno assopito l’anima del mondo.
Giacomo ha sempre considerato in questi termini la questione del declino sociale che ci attanaglia.
Forse è così che doveva andare, pensa.
Forse è nella stessa natura della razza umana questa tensione all’autoflagellazione. Il volersi riversare in fretta e furia nel silenzio degli eventi. E così è stato per quei vecchietti risucchiati dall’oblio di una piazza diversa.
Spariti a poco a poco, spenti in un sorriso mancato.
I ricordi possono salvarci da noi stessi, i medesimi ricordi che altre volte ci piegano le ginocchia, ventre a terra, a respirare la polvere dei nostri errori. Giacomo sa bene cosa vuol dire. La memoria è invadente, parte integrante della sua esistenza, tanto da stravolgerne il ritmo. Egli stesso si ritrova il più delle volte a dover considerare cosa sia stato il passato delle sue azioni e se questo passato non stia lì a scorrere ora. Giacomo sa bene della sua innata difficoltà a vivere il presente per quel che è, proiettato sempre verso i possibili sviluppi delle vicende.
Ha vissuto la sua vita con lo sguardo rivolto avanti. Ha vissuto la sua vita in un presente distante.
Non è uno scrittore per vocazione, non ha mestiere né arte. Possiede, forse, una fervida fantasia che lo allontana dalla folla, e lo rende desolatamente solo. A contornarsi di sguardi, e voci, colori e suoni figli delle sue parole.
Genera follia, talvolta in maniera irruente, rimanendo notti e notti insonni piegato su una piccola tastiera portatile che proietta su uno schermo inerme parole d’ogni sorta, talvolta rimestando nella sua mente, per mesi e mesi senza che tutto quel tramestio di pensieri riesca a generare parole significative. Con la paura opprimente che segna il passo, e nelle notti di bonaccia, ricche di pensieri altrui, urla la vanità d’ogni parola detta, scritta, perduta. E la voglia di un’azione repressa, repressa dalla parola che tutto corrompe e tutto assopisce.
Antonio inizia a sorridere, e scruta lo sguardo dell’amico. Poi quasi a sbarrargli la strada interrompe il passo.
«Ma com’è t’è venuto in mente? », dice.
«Cosa? », risponde assorto Giacomo.
«Quella volta, la volta della messa in scena, del teatro? »
Giacomo sorride e aspira ancora un’altra boccata, prende fiato, il suo, dalla compagna più fedele, quella sigaretta che potrebbe raccontare per filo e per segno la sua esistenza, spesso misera e banale, spesso così proiettata verso l’alto da poter essere dispersa con un semplice soffio. Proprio come il fumo che l’accompagna.
«Avevo letto l’Amleto», dice ancora sorridendo con gli occhi rivolti al passato.
«Soltanto? »
«Che dirti, conoscevo i miei polli, sapevo bene quanto orgoglio portassero dentro, quanto fossero, ed io con loro, ancora adolescenti, convinti del loro talento, pieni di paure, vigliacchi fino all’osso. Speravo che una scintilla del genere, una ferita di quel tipo avrebbe potuto smuoverli dalle loro posizioni. Confidavo nel loro orgoglio, era l’unica carta da giocare. Quando lo feci presente ad Ettore mi guardò strano, disse che le mie velleità letterarie avevano preso il sopravvento sul buon senso. Obiettai che non c’è un buon senso reale e uno letterario, forse non c’è ne proprio, in nessuna dimensione. Faticai non poco a farlo entrare nella mia idea, molto più di quanto aveva faticato lui. Ma in qualche modo confidava in me, in me s’era affidato per riportare sul palco ben allestito quel gruppo che a detta di molti aveva un grande potenziale inespresso.»
«Lo ricordo bene.»