Cocaine Blues
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Risalendo lungo la collina, sulla strada sterrata che conduceva alla torretta, in fondo, proprio dinanzi al crepaccio che tutto avrebbe nascosto al tempo se non fosse stato così maestosamente evidente, lì sul piccolo falso piano ai piedi delle montagne modellate dai secoli come seni turgidi, si era costituita una comune.
Una piccola congrega di gente fuori dal coro s'ra data appuntamento dentro quel che restava delle rovine di un convento abbandonato da più di un secolo.
Nemmeno una quindicina di persone dall'strazione più disparata s'ra incontrata con l'utopico intento di costruire una altra società.
E s'ra rimboccata le maniche, cercando di rimetter in piedi quella costruzione, quella casa, una nuova casa.
Ciascuno a suo modo e secondo il proprio talento aveva messo a disposizione se stesso per l'idea comune.
Nonostante l'altura e gli alberi che fittamente trattenevano i raggi del sole la calura s'ra spinta fin lassù. E nessun segno di brezza lieve e gentile smuoveva dalle labbra le parole.
Trovai Sandro, in quelle condizioni di afa insopportabile, di fronte alla porta centrale.
Mi accolse con un muto sorriso senza muoversi per nulla.
Mi avvicinai sconcertato dall'accoglienza dal ragazzo che qualche tempo addietro avevo considerato uno dei miei migliori amici. Stavo per rivolgergli la parola quando con un gesto placido mi invitò a rimanere in silenzio e dopo alcuni minuti, che mi parvero interminabili, si voltò verso di me sorridendo stavolta con gli occhi.
«Lo senti? Il respiro della natura, il sospiro degli alberi che tanto hanno da dire, basta rimanere in silenzio ed entrare nell'orbita del loro linguaggio. Il linguaggio della natura. L'hai mai pensato? Hai mai pensato che linguaggio possa usare la natura per comunicare? »
«Be’, a dire il vero, ecco... Sandro gli alberi, sono... sono vegetali e non penso abbiano nulla da comunicarsi.»
A queste mie parole si avvicinò e mi strinse a sé sussurrandomi all'orecchio.
«Lo credi davvero? Credi davvero che i vegetali o le pietre non abbiano nulla da dirsi? Credi che vengano dal silenzio e nel silenzio torneranno dopo che la razza umana avrà fatto di tutto per estinguersi, lei col suo frastuono? »
«Ecco...», balbettai.
«Non guardarmi con quell'spressione nel volto, non sono pazzo. Vedi un mattino mi sono svegliato e ho avuto la sensazione, una forte sensazione di oppressione, come se l'aria stentasse ad entrare nei miei polmoni, ho provato a tirare forte, niente marijuana, aria, l'aria che ci circonda, l'aria che mi circondava allora, quell'aria non ne voleva sapere proprio d'ntrare nei miei polmoni. Ho creduto di stare per morire, allora ho deciso di vivere e di farlo nel modo che mi sarebbe piaciuto. Ho cambiato aria, tutto qui. Lo so, lo immagino, se hai parlato con mio padre t’avrà detto dello scombussolamento che ho causato nelle loro pignole e metodiche esistenze e mi sembra d'ascoltare come se fossi stato con te le parole e le ingiurie che avranno riversato sulla mia scelta. Ma ti ripeto, sentivo l'aria mancare e non potevo lasciarmi morire senza tentare qualcosa. Convieni.»
«Sì.», dissi poco convinto.
Poi con quel fare quieto mi condusse in giro per la comune. Mi mise al corrente dei lavori di restauro che avevano coinvolto tutti in quasi due anni e orgoglioso mi mostrò l'fficienza che avevano raggiunto.
Mi introdusse nella grande cucina quando alcuni degli ospiti si apprestavano a preparare il pranzo.
«Ragazzi questo è un mio carissimo amico, che come un gradevole ricordo è risalito dal passato, ma vi assicuro che non l'ho mai dimenticato né ho provato a farlo. Comunque sia vi presento il fratello che non ho mai avuto.», proclamò con un tono enfatico che me lo riportava agli occhi così come l’avevo conosciuto.
Due ragazze e un ragazzo dai volti raggianti si prodigarono per stringermi la mano. «Lei è Margareth e viene da Liverpool, Julienne da Lione e Alberto da Milano.», - disse Sandro - «come vedi siamo una comunità cosmopolita. Il fiore del mondo è racchiuso in questo minuscolo convento abbandonato, per fortuna, da dio... ehm dal dio cattolico pardon! »
«Però ne avete fatta di strada per arrivare fin qui.», - dissi salutando i ragazzi.
«Quando si sceglie d'andare non bisogna mai pensare ai chilometri che ci separano da casa, si rischierebbe di ritornarci.»
Una sonora risata accompagnò le parole di Sandro.
«Continuate cari chef che io intrattengo il nostro ospite mostrando le meraviglie della nostra magione.»
«Allora buon tour per il castello di Vaux-Vicomte! », - disse, con un'invidiabile pronuncia, la ragazza che si era presentata come Julienne, che guardandomi con un sorriso insolente ammantato di un fascino non comune disse: «Sai di cosa parlo o no cherie? »
«A dir il vero no.» - risposi distratto, preso dalla dolcezza dello sguardo e dei movimenti di quell'incantevole ragazza.
Lei mi sorrise poi sempre più insolente:
«Pas de problemes, non fa nulla.»
«No, no l'ignoranza può essere abbattuta soltanto con la conoscenza.» - esplosi sempre più preso da quel contatto ravvicinato.
«Che bella frase, bella davvero ci pensi su o ti vengono così all'impronta? » - rispose schernendomi.
«Touché ma cherie, insomma uno zotico come me potrebbe avere il piacere di sapere cosa sia questo castello che avete nominato? »
«Ebbene» - disse lasciando le mansioni culinarie cui era stata destinata, si ravvivò la fluente chioma castana e col suo sguardo che non aveva assolutamente cambiato accento dall'inizio del nostro incontro mi disse: «dunque mio caro zoticone, Vaux-Vicomte è una meravigliosa costruzione, un castello, un enorme castello fatto erigere da un funzionario francese del XVII secolo. Pensa che quest'uomo, questo funzionario, acquistò giovanissimo un castello, un rudere di castello a dire il vero, in un posto incantevole. Poi, il funzionario, divenuto nel frattempo ministro del re Sole, fece restaurare il piccolo castello, chiamò a sé i più grandi artisti e gli artigiani più rinomati, che sempre artisti sono a ben vedere, e ne fece il più bel castello d'uropa, luogo di riunione dei maggiori poeti e artisti del tempo. Pensa che lo fece costruire e adornare così maestosamente che il re, si tramanda, incazzato e geloso per tanto fasto non suo, ne trasse spunto per far costruire Versailles.»
«Allora dev'ssere proprio gran cosa questo castello, mi riprometto d'andarlo a trovare prima o poi. Ma del funzionario, di quel ministro che ne è stato? »
«Fu arrestato e condannato all'rgastolo, morì in prigione non si sa come.»
«Tutto per un castello? »
«Non proprio» - disse Julienne ritornando ai suoi affari di cucina.
Sandro mi prese sottobraccio continuando nella visita turistica alla comune.
«Carina! »
«Chi Julienne? Sì molto, anche se non si chiama Julienne.»
«In che senso? »
«Nessuno qui tiene il suo nome reale.»
«A che scopo.»
«Un taglio secco col passato, anzi come dice Violetta, addio del passato.»
«E tu? »
«Io sono Alfredo.»
«Alfredo? E da dove sbuca fuori? »
Si mise in posa d'attore e iniziò a far vibrare la sua voce fantastica cantando a squarcia gola «amami Alfredo». Tutti, chi intento a cucinare, chi intento a preparar la sala o a far altro, sbucarono fuori per ascoltare l'originale performance di quell'Alfredo che dichiarava amore a se stesso. Tutti furono pronti ad applaudirlo non appena ebbe finito.
«È il tuo pubblico, adesso capisco, hai scelto un nuovo uditorio.»
«Può darsi.»
«A tavola è pronto signori cantanti e non, accomodatevi! » - urlò Julienne, o chiunque fosse, dalla cucina.
«Vedi quest'oggetto, la maiddra, hai presente? » - mi disse Alberto indicando un enorme contenitore basso in legno sul quale veniva mescolata la pasta con il ragù appena cotto.
«Mia nonna la tiene in casa, nell'androne, ma a dire il vero non ne conoscevo quest'uso.»
«E quale altro se no? » - continuò Alberto.
«Mia nonna mette vasi e piante e fiori.»
Tutti sorrisero alle mia parole, ma non erano che la verità. Poi Margareth disse in un italiano impacciato:
«Stiamo scherzando e mi scuserai io vengo da Liverpool e l'italiano ancora zoppica, ma questa Mai...»
«Maiddra! » - esclamò Julienne.
«Bene questa cosa qua serve ad impastare il pane o la pasta, veniva usata dalle massaie, ecco detto! »
«Sta bene, sta bene io direi di discutere dopo e di mangiar finché è calda» - disse Alberto, e così fu.
All’interno di quella piccola società v’erano ritmi di vita propri, differenti. Quei figli di una rivoluzione silenziosa, quotidiana, senza volontà di stravolgere chissà cosa, se non le loro singole esistenze, riuscivano a vivere in maniera più genuina, diretta, così mi sembrava.
Non s’atteggiavano, talvolta avevo l’impressione che nessuno di loro ricorresse a determinate maschere per farsi accettare. Eppure quel modo di fare era una maschera.
Incontrando lo sguardo di Sax notavo che c’era qualcosa che non andava, era troppo diverso da come lo ricordavo, da come l’avevo conosciuto.
E se davvero lo sguardo mette fuori l’anima di una persona, Sax si mostrava con un altra anima.
Gli raccontai dell’idea, e sentii l’eco delle mie parole circolare nell’aria come parte di un disco già suonato più volte.
Ripetevo le stesse cose che qualche giorno prima avevo detto a Johnny e dopo a Mario, e Sax ascoltava, senza alcun minimo cenno, che fosse d’assenso o di rifiuto.
Parlai a lungo, mi lasciò fare.
E io continuai in maniera accorata, come un oratore, come non ero solito fare, senza impappinarmi, senza mangiar parole, lettere, accenti, significati.
Iniziavo davvero a crederci, e quella linearità d’espressione ne era segno evidente.
Mi lasciò concludere con alcune frasi che ricordo esser state davvero efficaci, suonavano maledettamente bene alle mie orecchie, ma evidentemente soltanto alle mie.
Alla fine, in maniera secca e senza possibilità di replica disse:
«Verrò di certo a vedervi per il debutto.»