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Il silenzio sa parlare e crea imbarazzo solamente quando le persone vogliono riempirlo per evitare d’esserne inghiottiti. Ci sono occasioni in cui gli occhi dicono molto più delle parole, e lo dicono in maniera diretta, immediata, sincera. Sono quelle occasioni in cui sarebbe meglio indossare occhiali da sole per evitare d’essere svelati.
Ci sono occasioni in cui il silenzio dice.
In rari casi quel silenzio assume una sostanza così penetrante da dire più di mille parole messe in fila con garbo e buon gusto.
Giacomo e Antonio stavano parlando, e lo facevano scorgendosi, socchiudendo le palpebre a sprazzi, camminando con un ritmo comune.
Forse, visti dall’esterno ad acuti e critici osservatori avrebbero dato l’impressione di due vecchi rincoglioniti che da una buona mezzora strisciano le suole delle loro scarpe sui ciottoli della piazza, e guardano oltre le linea dell’orizzonte con occhi proiettati altrove.
Ma quegli stessi osservatori non hanno memoria comune, fili di ricordi intrecciati che legano alla stessa maniera, così come accade per i due vecchi amici.
Hanno parlato abbastanza, hanno in qualche modo usato parole opportune, forse alcune di troppo, forse avrebbero potuto dirsi anche di più ma adesso tacitamente proseguono nel silenzio dei loro ricordi.
Antonio ha sempre ammirato Giacomo, fin dai tempi del gruppo, quando come misero e modesto bassista era stato il collante della band. Soltanto la sua energia avrebbe potuto portare a termine quel bislacco processo di riunificazione, soltanto la sua incapacità di progettare il domani poteva fargli riprendere con tanta enfasi quell’idea.
Antonio, da parte sua, era stato uno dei primi a venirne a conoscenza.
Dopo che Ettore ne aveva parlato a Giacomo, questi di ritorno al paesello, s’era ritrovato a parlargliene a sua volta. Lui, sbarbatello senza arte né parte, confidente di un progetto senza capo né coda. In qualche modo s’era sentito partecipe pur non avendo realmente mosso un dito per far sì che quell’idea potesse iniziare a camminare su gambe proprie.
Del resto come fare?
Era semplicemente un ragazzino che li seguiva come un’ombra, ma di cui pochi conoscevano il timbro della voce, tanto era timido.
C’era una vicinanza di spirito per dirla ironicamente alla maniera di Giacomo.
E null’altro.
Poi Giacomo se ne andò.
Non ricordava più nemmeno quando, ne era passato di tempo.
Sapeva di certo come e perché. Nella notte, come un fuggiasco. Salito sul camion di un amico pronto a mettersi in strada per un viaggio che lo avrebbe portato fino in Germania.
Giacomo non osò tanto. Si fermò molto prima. Scese a Roma, e lì rimase. Senza dare più notizia di sé per molti anni. Qualche lettera, qualche telefonata ai familiari per segnalare che era ancora vivo, in qualche modo almeno, respirava.
Voleva tagliare i ponti.
Era passata un’estate di troppo nella sua vita, l’estate del sentimento perduto.
La maschera del cinico dallo sguardo di ghiaccio s’era sciolta in pochi istanti. Attimi in cui aveva scorto le labbra della sua donna incrociare le labbra d’un altro. Incredulo se n’era rimasto ad osservare una scena, surreale, dolorosa, terribilmente vera.
Non era ragazzo da contrasti, da lotte.
Stupidamente credeva nell’equilibrio stabile delle cose, almeno delle sue, pur scorgendo oltre il naso i mutamenti dei rapporti altrui, era profondamente convinto che tra lui e la sua donna, così chiamava la ragazzina alla quale s’era avvinghiato da tempo con tutte le sue forze, fino a dipendere talvolta da lei, sarebbe rimasto solido.
Stolido.
Si scopri solo nel bacio di altri, fragile, innamorato.
La vaga idea d’andare via e lasciarsi tutto alle spalle si concretizzò alcuni momenti dopo. S’infilò nel solito bar a bere, così come gli era capitato di leggere era uso per le delusioni d’amore. Chandler aveva saputo raffigurare in maniera sublime il suo stato, avrebbe voluto essere lo scrittore americano per poterlo narrare, ma avrebbe di certo fatto a meno di doverlo sopportare quello stato.
Rimase al bancone col ragazzino che lo rimpinzava di cicchettini di whisky, due pagati due offerti.
Così si supera un dolore, sostituendolo con un altro.
In quel bar rimase fin quando il pizzaiolo se lo caricò sulle spalle, portandolo come un sacco di farina fino alla porta di casa. Ma non rientrò quella notte, né nei successivi trent’anni.
Dopo la fulgida parentesi musicale s’era scoperto romanziere, ma era semplicemente un romanzo mal scritto.
Si riprese dalla sbornia alle prime luci dell’alba e barcollando leggermente si mise in cammino senza meta.
Fermo al caffè della piazza c’era un vecchio compagno delle elementari, uno di quelli che a venticinque anni aveva già tre figli sulle spalle, e almeno dieci lavori dietro.
Adesso faceva il camionista.
Si stava rifocillando pronto ad intraprendere un lungo viaggio.
Ti faccio compagnia disse Giacomo.
Paolo, il camionista, accettò con un sorriso incredulo. Poi, aggiunse, vado in Germania, riesci a sopportarmi?
Si fermò a Roma, lì aveva la possibilità di trovare ristoro presso una vecchia cugina di sua madre, zitella, sola e sorda. Ne aveva ricordo lontano, d’un inverno trascorso a casa sua, intenta a ripetere spesso le medesime cose, ma con un sorriso che avrebbe catturato chiunque. Da qualche parte aveva appuntato il numero di telefono.
Giacomo aveva trascorso anni ad immaginare un viaggio del genere, per la strada fino alla città che più d’ogni altra lo affascinava. Avvertiva la sensazione profonda che prima o poi nella sua vita avrebbe vissuto nella capitale, respirando la storia a pieni polmoni.
Mai avrebbe pensato di andarsene in quella maniera. Ma la mente era annebbiata, e non dal whisky, ché in quegli anni aveva imparato a contrastare.
I pensieri erano in preda al panico, per quel castello di affetti crollato qualche ora prima davanti ai suoi occhi così miseramente. E lui, pacato in ogni gesto, riflessivo anche fino all’inverosimile, che poche volte s’era lasciato andare a colpi di testa o pseudo-tali adesso fuggiva, senza pensare a nulla.
La sensazione d’oppressione, le strade, e i volti, i profumi, e sopratutto il sapore delle labbra della sua donna, finite in pasto ad un altro non gli davano tregua. Pianse a sua memoria per la prima volta dopo le liti da ragazzini per le strade inseguendo un pallone, ma era da solo.
Sulla strada.
Paolo troppo intento a tenere il camion in carreggiata e raccontare aneddoti piccanti, che tuttavia non riuscivano a risollevarlo dal baratro.
Non fu come aveva immaginato.
La stanchezza lo pervadeva e del viaggio non ricordò nulla che potesse essere tramandato.
Quando chiamò casa, dal telefono posto sulla credenza del salottino di zia Concetta, vispa più di quanto avesse memoria, sua madre pianse, da molto lontano.
L’ho tenuto nascosto a tutti, ma mi è arrivata una proposta di lavoro che non posso rifiutare, è la mia grande occasione, le disse soltanto.
Mentiva, come avrebbe imparato a fare meglio in seguito.