Suonavamo Bene - Episodio 16 - It's easy to remember

Mario non fu difficile certo da trovare. Era stata sempre una sua caratteristica, in fondo. Sapevi bene dove rintracciarlo, era reperibile come fosse stato in guardia medica.

Non aveva paranoie da celare, né estreme malinconie da affogare in qualche rullo di tabacco sofisticato, o dentro un bicchiere riempito a ripetizione.

Stava lì, e se ti ripensavi ad immaginarlo, non potevi fare a meno di scorgerlo seduto comodamente in quello sgabellino sofferente, mentre lui, incurante di tutto, si divertiva a dettare il tempo della sua esistenza.

Abitava a qualche isolato da me in quell’instabile quotidianità palermitana. Divideva l'appartamento con un ragazzo tutto casa e università in una delle traversine tentacolari della Palermo antica.

Splendide e sporche.

Sordide e brillanti di vite e voci.

Tanto vicini eppure così lontani. Pochi passi distanti conducevamo vite parallele, diversamente parallele.

Da tempo non ci vedevamo e seppur abitassimo lo stesso paesino, facevamo in modo di non incontrarci.

Tra quelli della band s'ra instaurato un tacito patto.

Un patto di sconfitta, almeno così lo consideravo a quel tempo. Un patto dal quale non mi ero escluso per nulla. Anzi avevo stupidamente, quanto e più degli altri, accettato quella diaspora. Eppure nelle poche occasioni nelle quali, inevitabilmente, avevo incontrato Mario m'ro creato un'opinione: che nel profondo, senza che lo desse a vedere albergasse in lui l'idea che non tutto era concluso, che uno spiraglio si era tenuto aperto e si potesse spalancare, con qualche spallata, e le sue spalle erano grosse, timidamente grosse.

E resistenti.

Suonai al vecchio campanello, incastonato tra mura scrostate e assi di legno che davano l'impressione di caderti addosso da un momento all'altro, eppure stavano su.

Vi furono ripetuti squilli e trascorse qualche minuto. Infine, venne ad aprirmi il coinquilino di Mario, che dopo aver meccanicamente tirato a sé la porta si rintanò misero e con lo sguardo rivolto in basso nella sua celletta.

«Che vuoi? » - disse senza nemmeno volgermi un sguardo, seduto, nella sua solita postura di trequarti, con il viso tendente verso il basso a nascondere lo sguardo nei confronti del suo interlocutore, chiunque fosse.

«Come che vuoi? Che tono è? » - risposi.

Sollevò il suo viso pieno, molto più di quel che ricordassi e fissandomi negli occhi con un mezzo sorriso, pacatamente rispose.

«Ma che fa mi prendi per il culo? Sono quasi due anni che non ci si sente neanche per un come stai, ho visto il tuo visino una volta soltanto, quando ho debuttato al locale in fondo a via Libertà e niente di più e adesso piombi qui con quel sorriso. Dai, non prendiamoci in giro siamo stati accanto troppo tempo. Ti ripeto che c'è? » - e lentamente allungò il braccio verso il suo inseparabile borsello traendo fuori un pacchetto di Malboro. Lo aprì, tirò mezza sigaretta fuori e me lo porse.

«C'è che...»

«... che mi sono innamorato di te! » - canticchiò con la solita voce quasi inudibile accendendo a sua volta la sigaretta.

«Be’ non esageriamo, sarai bravo alla batteria ma non sei il mio tipo, sai com'è.»

«Com'è? »

«È che Ettore...»

Aspirò profondamente, poi soffiandomi in viso, come a creare una patina di fumo tra me e lui, si alzò lentamente e avvicinando il suo volto al mio disse:

«Ettore? Ma è ancora vivo? Non ricordo dove avrebbe dovuto portarci, chissà, palchi e festival, grandiose manifestazioni e ricchi premi e cotillons! »

«È vivo, respira ancora, almeno credo. Comunque a parte le battute, ha messo su un localino e vorrebbe...»

«Buon per lui ci andrò a mangiare qualche volta, a patto che mi offra il pranzo» - e così come lentamente si era alzato ritornò a sedere.

«In realtà è che vorrebbe di più, più che offrirti il pranzo, vorrebbe che noi suonassimo ancora, nel suo locale, blues, il nostro blues.»

Per la prima volta dall'inizio della nostra conversazione si mosse di scatto, non riuscì a mascherare l'insofferenza delle mie parole con la sua solita pacatezza, e risoluto rispose, quasi a rimproverarmi:

«Il nostro di chi? Quello mio e tuo? Non vedo altri qui dentro.»

«Il nostro, Mario, il blues che facevamo nella Bohème! »

«Quel blues? Ah quel blues! » - disse alzandosi repentino, fece qualche passo e sorridendo puntò il dito verso di me - «Bello mio quel blues, quel blues non c'è più, e ti dico che non c'è mai stato ascolta me. Ti ricordi com'è finita o eri troppo ubriaco? » - si adagiò alla sua scrivania stracolma di fogli pentagrammati lasciati a metà, partiture di jazz e libri di storia, aprì la finestra soffiando fuori - «è finita male, abbiamo stonato, fuori, ridicoli! Ci siamo divertiti per qualche anno, ci siamo presi per il culo forse, abbiamo di certo preso per il culo le ragazzine che venivano a sentirci giù al capanno, niente di più. Ragazzine. Poi quando siamo venuti fuori ci siamo sciolti, proprio così, sciolti come la neve al sole.»

«Ecco il punto! Il punto è che forse, forse, ma io credo davvero, ci siamo sciolti troppo presto! »

Serrò il pugno sconsolato e disse:

«Bah, sarà, ma come puoi vedere ormai, e sembrano secoli, già in così poco tempo abbiamo preso strade del tutto diverse, completamente diverse e distanti. Forse è meglio così, credimi, ne è valsa la pena per quel che abbiamo fatto, ma adesso abbiamo cambiato pagina, voltato.»

«Mollato sarebbe meglio dire o no? »

Mi porse una di quelle carte che affollavano la scrivania, una partitura di cui a dire il vero non capivo nulla:

«Mollato? Mollato mi sembra troppo, non abbiamo creduto in quello che facevamo, troppo superficiali, e per la gente superficiale la minima scottatura fa saltare in aria tutto, credo sia andata proprio così. Eravamo troppo superficiali. Vedi, io studio, e non da poco, anche ai tempi del nostro blues, come tu lo chiami, studiavo anche allora. Non considerarmi saccente, sai che non lo sono affatto, voglio semplicemente dirti che mi applicavo, ci credevo allora come adesso. Io voglio, e ti ripeto, voglio fare il musicista. Del mio impegno ne farò un lavoro, mal pagato che sia, ma sarà il mio sostegno. Non inseguo la fortuna, che ci vuole, non prendiamoci in giro, cerco di assecondarla. Metti che sia come un esame universitario. Vedi, il professore di turno può chiederti qualsiasi cosa. Può fotterti come portarti alle stelle. Sta a come s'è alzato, se la moglie o l'amante si son fatte scopare bene, sta a molte situazioni umane. La riuscita di un esame sta a molte varianti, per dir così. Ma se tu hai studiato e bene, be’ riduci quelle varianti a qualche ghiribizzo snob. Se sei forte su te stesso difficilmente potranno buttarti giù. Ecco, questo non è accaduto. Noi eravamo superficiali, le nostre gambe non hanno retto al primo soffio di vento, che ci ha spazzato via.»

«Credi davvero? »

«Non si spiega altrimenti» - e ritornò ad acquietarsi nella sua seggiola.

«Ecco il punto, abbiamo trascorso anni in quel capannone, è stata la nostra seconda casa, la nostra seconda pelle, o forse più di quello e dici che siamo stati superficiali? Abbiamo mollato, ecco cosa! Abbiamo avuto paura della gente, di quattro mocciosetti che c'hanno preso di mira e hanno fischiato e urlato tutta la notte. Ci siamo fatti abbattere da qualche mezzasega ecco la verità! »

Sorrise e allungando il braccio mi diede una pacca sulle spalle:

«Qualche mezza sega dalle spalle grosse, eh eh...»

«No, quella serata, la serata politica non la considero nemmeno... Dopo, il dopo. Ploff, ci siamo afflosciati, con mezze scuse, da parte di tutti, non lo nego. Come se avessimo in qualche parte del nostro cervello voluto che accadesse quello che è accaduto, per lavarcene le mani. Io ti chiedo semplicemente un’altra prova. Che ti costa? Un'altra ancora, un'altra! Ma non hai lo stimolo di rifarti, di spaccare, di far sputare sangue alla tua batteria ancora una volta come facevi allora.»

«Sul sangue sarebbe una storia lunga, che la mia batteria ne ha visto, e anche di troppo e pure tutto mio. A parte le battute vedi caro mio, io continuo a farlo, te l'ho appena detto» - disse spegnendo la sigaretta su un mattone pieno di cicche, che fungeva da posacenere.

«Con noi, con la Bohème, col tuo gruppo, con la tua band. Con la musica che t'ha fatto crescere. Una volta, non chiedo di più, e poi tutti a nanna, un'altra volta! »

«Mah...», aprì le braccia sconsolato, come a dir fai tu.

«Cazzo! »

«Sì, ma ammesso che io ti dia il benestare, che entri in questa storia... il resto, il resto, quei frammenti musicali sparsi, riesci davvero a scovarli e metterli insieme? »

«È cosa fatta, t'assicuro! »

«Se dici così. Ti vedo molto convinto, mi fai anche un po' di paura a dir la verità. Ma se è così che dici, be’ non mancherebbe per me. Riusciremo a rifare gli errori del passato? »

«Sono convinto di no.»

A questo punto dopo esser riuscito a strappargli la promessa di rimettersi in gioco mi condusse in una cucina tutt'affatto ordinata e da dietro un mobile scalcinato tirò fuori un bidoncino di tre litri pieno a metà.

Aprì la credenza e prese due bicchieri di vetro dal dubbio colore, riempiendoli a tappo di vino casereccio. Rimanemmo tutta la sera a bere, cucinò un piatto che non avevo mai assaggiato. In verità doveva ritornare in paese e non aveva scorte, per cui tirò fuori dal cilindro culinario spaghetti con aglio olio e una manciata di mandorle tostate passate al tritatutto.

Non so se adesso riuscirei a buttarlo giù, fatto sta che avevamo bevuto, e molto, ed era necessario metter sostanza nello stomaco per rimanere in piedi, era quello che chiedevamo allora.

Rimanere in piedi.


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