Suonavamo Bene - Episodio 15 - Melancholie Blues

Un silenzio invadente è sceso tra i due. Carico e pesante, come i loro passi, che si solleva da terra con una lentezza estenuante. Almeno così pare.

La gente inizia a circolare per le strade e un cicaleccio sale piano verso il cielo disperdendosi oltre i tetti incandescenti delle abitazioni. I due continuando il cammino si ritrovano con le spalle rivolte al castello. Tra filari paralleli di frassini che custodiscono ancora, a distanza di anni, le voci delle ardite effusioni di amanti adolescenti.

Quello era il luogo in cui ci si rifugiava più spesso cercando o scoprendo qualcosa che poteva essere chiamato amore.

Il cielo limpido sulle loro teste e le colline che scivolano verso il mare, in cerca del meritato refrigerio.

Lo sguardo di Giacomo si perde lungo la strada, come una calamita non riesce a staccarsi dall’asfalto, e gli occhi danno la sensazione di scorgere una immaginaria linea rossa che conduce ad una meta.

Che ben conosce.

Non ha bevuto abbastanza da considerare realtà differenti, non avverte la presenza di voci, né i colori del mondo gli appaiono alterati, sa di scorgere quella linea, una linea ideale, di pensiero, nel ricordo.

E sa anche dove lo spinge la memoria.

Quella linea si conclude, lì, a poche centinaia di metri, in un altra città, una città silenziosa, una città che nel viaggio quotidiano appartiene sempre ad altri, ma che prima o poi ti apre le sue porte, e finisci per scivolargli dentro.

Avvolto completamente da quel silenzio di tomba.

Là è finito troppo presto Mario, là vorrebbe andare Giacomo, per un saluto, ma non trova la forza, non ha il coraggio, e forse gli manca in fondo la voglia.

Ha sempre pensato che ciò che si vuole si può realizzare, lo ha creduto nel profondo.

Ha vissuto di quell’idea, ha sbagliato in quell’idea.

Se non sei predisposto a fare qualcosa inutile pensare di potervi riuscire, è solito dire.

Non c’è più nessuno al mondo che crede alla manna dal cielo. Nessuno la lancia, e pochi saprebbero che farsene.

Patetico, in panni che non sa indossare, si sente lì con lo spirito, accanto all’amico perduto.

Vicino alla foto che qualcuno avrà scelto per ricordarlo così come se ne andato, giovane, troppo giovane.

Ma non v’è spirito senza corpo, e il suo se ne sta fermo, accanto a quello dell’amico ritrovato, in silenzio, ma vivo.

Per quanto vivo si possa sentire in quel momento.

Preso dalla nostalgia di un ricordo che gli piega le gambe.

Il gusto del caffè amaro sorbito come ogni volta lo tradisce e gli ritorna alla bocca, uno sputo istintivo lo libera per un istante da un peso che potrebbe sgravarsi solamente con qualche lacrima, ma non è il tipo.

I suoi occhi sono asciutti e cinici, e mai al mondo potrebbero piangere. Non era accaduto a suo tempo per lei, distante qualche passo, eppure lontana anni luce dalla sua vita, non potrebbe accadere per un ricordo, che come tutti i ricordi, si perde nel tempo.

Sa bene che in quei luoghi non gli è consentito piangere, l’ha fatto altrove, lontano da casa, riverso su pavimenti sconosciuti e carichi di un sapore straniero.

Sa bene come ci si possa abbandonare facilmente a considerazioni, e parole, lacrime verso chi non ha mai conosciuto la ragione del nostro dolore.

Un atto naturale, uno sfogo umano che non preclude nulla all’interno del meccanismo sociale che ti ospita.

Giacomo vorrebbe piangere, per tutto ciò che vede essergli sfuggito di mano in quegli anni, per il tempo che l’ha fottuto, miseramente, in silenzio e senza far rumore, e adesso lo mette lì. Sulla strada scivolosa, su un piccolo promontorio, in piedi a scorgere oltre l’orizzonte.

Stringe i denti, trattenendo un’imprecazione, che non sa a chi indirizzare, o forse sì.

Nessun dio, né santo da rimproverare, soltanto se stesso.

Ed è difficile ritrovarsi soli nelle strade che c’hanno visti bambini, è terribile scorgersi distanti dalle parole, dai gesti, dai rumori che ci hanno a lungo accompagnato.

E incontrare occhi che non riconosci.

Se te ne vai è per non tornare.

Ma non c’è logica nelle azioni degli uomini, che siano piccoli o grandi, scribacchini o bassisti.

Giacomo è tornato.

Sa bene di non essere ritornato la sera precedente, sa bene che non è stato nel gesto del ritorno, nel prenotare il biglietto d’aereo, nell’imbarcarsi a Ciampino, nel ritrovarsi preda di una virata ardita in cui le ali d’acciaio sfiorano le onde del mare, nello scendere i gradini di una scaletta tremante, nell’abbracciare con uno sguardo la sua vecchia città.

Sa bene che non c’è ritorno nell’esser salito a distanza di secoli in un autobus di linea, lo stesso di trent’anni prima, col medesimo conducente che sbraita e guida tutto riverso a sinistra lungo la statale.

Giacomo è ritornato a casa da tempo.

Per ogni volta che con la mente ha ripercorso i passi della sua infanzia, di quello che è stato. Per ogni volta che ha incontrato la voce brusca di Johnny, la timidezza esasperante di Mario. Per ogni volta che Brasino entrava dentro il capanno, con il solito passo, gli stessi gesti di sempre, lenti, calibrati, sorridenti e pieni di attesa.

L’attesa di poterli ascoltare.

In quegli anni trascorsi Giacomo si rende conto, solamente adesso, di aver dormito sempre a casa, una casa che ha mutato l’arredamento, il tramestio delle stoviglie al mattino, il rintocco della pendola che segna l’ora, ha ingrigito inesorabilmente i capelli dei suoi genitori, ne ha piegato le voci, piegato le gambe, rallentato i movimenti, storpiato i sorrisi.

Il peso del tempo che passa oltre le nostre spalle.


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