Suonavamo Bene - Episodio 14 - Invitation to the blues

Il primo obiettivo di quella idea naif, che l'ntusiasmo di Ettore mi aveva trasmesso, fu Johnny. Il prossimo mio, che avevo a lungo odiato come me stesso.

Lavorava nel ristorante dell'albergo sulla collina, un posto ruspante che accoglieva nei week end turisti d'ogni sorta. C'ra da lavorare, si sudava, s’imprecava, si litigava sempre dietro le quinte, mai davanti ai clienti che dovevano essere accolti con sorrisi smaglianti.

Ordini dall’alto. Come tutti gli ordini.

Era una bella mess’in scena, in cui ciascuno, contro la propria indole, interpretava un ruolo ben definito, ma era pur sempre un lavoro.

Tempo addietro m'ro ritrovato a bazzicarci anch'io, portato proprio da Johnny che cercava disperatamente aiuto per completare il rango che avrebbe dovuto servire al matrimonio della figlia del proprietario.

Successivamente feci qualche altro extra, non di più, non reggevo i ritmi di gente che andava e veniva così rapidamente da non riuscire a scorgere da dove sbucasse.

L'ultima volta fui declassato a lavapiatti, il titolare mi rimbrottò, «mi sembra che qui manchiamo di professionalità.»

Certo!

Era la seconda volta che tenevo più di due piatti tra le mani, il tipo non conscio delle reali possibilità della sua attività pretendeva l'alta scuola di gastronomia quando tra le mani teneva una trattoria montanara a buon mercato.

Per quello che pagava poi, finì che abbandonai del tutto.

Tra alberi che, invischiati l'un l'altro, e a stento lasciano passare i raggi del sole e una vallata che meravigliosamente domina tutto il panorama fino alla costa, tra vialetti e sentieri si erge questa rustica costruzione a due piani con una decina di camere da letto e una sala ristorante riscaldata dallo scoppiettante camino che puntualmente crepita al sopraggiunger dell'inverno.

Un fine settimana di ritorno beccai Johnny sulla piazza e mi avvicinai.

«Non se ne parla neanche, non ho tempo da perdere con voi scazzati e i vostri sogni da Walt Disney. Devo lavorare e poi se lo vuoi sapere ho venduto quella merda di chitarra che m'ha portato solo rogne, e tempo perso e denaro andato in fumo. E questo braccio che cazzo! Tu hai i tuoi che ti danno ancora la paghetta, caro mio, io me la devo sudare, la paghetta,» - sembrava l'avessero pizzicato nel culo, inviperito come non mai - «e poi con chi? Con quel rompicoglioni precisino fino alla nausea? Col sorrisetto che ti fa incazzare al solo vederlo, quello lì ti rovina la giornata già quando l'incontri per caso in strada. E quel tipo tutto mossettine, ma dove cazzo l'abbiamo preso, come ce lo siamo trascinati? Te lo ricordi com'ravamo io e te, rustici contadini, country come dicono quelli là, eravamo il meglio io e te, semplicemente perché ci divertivamo senz'avere obblighi e scadenze verso nessuno. Io odio la disciplina fine a sé stessa, e quella degli orari delle prove lo era. Da non credere che sono stato per anni con tipi come voi... quello... quello raffinato, elegante, bla, bla, borghese del cazzo, caro mio m'è bastato un anno di urla e liti e poi quella serata di merda... Prima che accadesse... mi capisci... prima di tutto ci avevano detto d'abbassare il volume, e poi... poi dicevano che eravamo grezzi! Cazzo grezzi, che aggettivo può essere per un musicista? Meglio il linciaggio, meglio quello che è venuto dopo, almeno mi sono sfogato le ho prese... cazzo se ne ho prese, ma le ho pure date... Credimi, senti... ci siamo illusi, mi ci metto anch'io nel grande imbroglio... m'avete convinto ch'ravamo meglio degli Zeppelin, c'aspettavamo le fans che ci saltassero addosso come ai tempi dei Beatles... Ti ricordi... ricordi la serata al cinema, per... la festa... il liceo, quei ragazzini... ecco... i miei amici m'hanno sfottuto per settimane e settimane. Il cicciotto che spezza le bacchette e sfonda la cassa, tu che non azzecchi un accordo, dico uno che fosse uno, io che rompo tutte le corde del mondo e il nostro Robert Plant che nell'acuto vomita addosso alla scollatura della tettona. Immaginati che gruppo, che band da favola. E tu lo vorresti riproporre, rimetterci insieme. Ma non t'è bastato? Dimmi? » - concluse tirando fiato dopo aver imprecato ininterrottamente.

M’aveva picchiato con le sue parole in una foga che non riuscivo a comprendere. Aveva parlato e a lungo, sputacchiandomi addosso fastidiosamente, tanto da farmi indietreggiare di qualche passo. Nonostante tutto non ero riuscito a celare il mio sorriso, e più lui l’ho fissava, più s’incazzava.

«Johnny! Intanto calmo! Non t'incazzare che ti sfondo la testa, se la devi mettere così. Primo: mi sembra che tu ti senta un po' un cazzo e mezzo e che io sia venuto a pregarti. Lo sai non prego nessuno. C'è quest'idea. Punto. Ettore ha messo su un localino davvero niente male» - mentivo spudoratamente, sapendo di mentire - «e ha pensato a noi come band fissa. Tutto qui. E poi mi pare che tu abbia del tutto dimenticato quando al capannone d'nzo venivano da ogni parte le ragazzine e tu per primo le vedevi sbucare fuori come conigliette dal cilindro. Tempo perso per chi? Che se non sbaglio più d'una te la sei sbattuta nel portoncino del retro, e c'hai fracassato pure una cinghia dell'ntrata... Questo... questo lo ricordi o no? E la musica? La musica che abbiamo fatto, suonato, rifatto, risuonato, credi che sia stato tempo perduto? E le parole di Brasino? E il suo vino? E tutto il resto? Come fai a dire tempo perduto, dieci anni della tua vita nel niente, questo pensi? ... Ora... davanti a me... adesso, reciti la parte del tipo responsabile, capofamiglia, e sputi sul tuo passato e soprattutto su di me... I tuoi amici ti hanno sfottuto? Per settimane? Cazzo! Cazzo, Johnny, io chi sono? Da dove vengo? Con chi è che sei cresciuto, cazzo? Johnny è con me che stai parlando adesso, tieni da parte gli altri. Che vuoi fare, allora? » - dissi.

«Senti forse, sarà... sarà pure che ho esagerato un po' ma non la tirare per le lunghe, è che non ho tempo, né voglia. Spesso... diciamo che nella vita non tutto quello che speri di realizzare si conclude. Non è che... voglio dire... di aver perso tempo, nessuno credo in fondo possa dire di averlo perso, ma è così che è andata. Trova qualcun altro. Quanti ce ne saranno meglio di me, migliori nel saper suonare e nel saper comportarsi con la gente? Questo è il mio carattere, chiamami testa di cazzo fai tu, tu puoi, tu m'hai visto crescere, sì, hai ragione, lo abbiamo fatto insieme, abbiamo fatto molte cose insieme ma questa caro mio credo di no... credo proprio che dovrai trovarti qualcun altro. Non pensare che voglia essere pregato, poi da te, figurarsi, è che non mi sento... non c'ho voglia. Tutto qui, semplice no? ... Ah, non fare quella faccia sconsolata del cazzo, vieni che ci scoliamo un goccio, andiamo da Peppe...» - e mi prese per il braccio tirandomi verso il bar.

Bevemmo un po' ricordando i nostri tempi, come fossimo vecchi di millenni, eppure era trascorso appena un anno e poco più... ma non era come allora, in qualche mese sembrava che le distanze si fossero moltiplicate, continuavamo ad abitare le stesse case, le case che c'avevano visti bambini e c'avevano cullato e poi cresciuto, abbracciato e consolato, le stesse case, le stesse mura.

Di diverso c'ra la nostra pelle e gli occhi che sorridevano meno, di diverso c'ra la scuola che non ci legava più, avevamo smesso da tempo i grembiulini blu e le scocche a pois, io vivevo del resto i miei giorni a Palermo, Johnny sorrideva alle colline che ricambiavano giorno dopo giorno alla stessa maniera.

«Ascolta... lo sai... ci conosciamo da una vita, tengo ad una cosa sola al mondo, oltre mia madre e mia sorella, tengo alla mia libertà, tengo alla libertà di decidere come e quando e con chi. E in quel luogo con quelle persone, avvertivo, avvertivo davvero che questa mia idea di libertà stesse andando a puttane, avevo bisogno di cambiare aria. Non nego che per primo ho approfittato della serata della festa... sì della festa... di quella guerriglia fascista di merda... che ha mandato tutto a puttane... per dire basta, ma ti confesso che dentro di me avevo detto basta già da un pezzo. Forse, forse non era questione di persone, dai... voglio crederlo, non vorrei che tu legga nelle mie parole rancore per i ragazzi, affatto, sai bene che non potrei averne, è un fatto personale, mio, intimo diciamo. Forse la musica, quella che ti urlai un giorno, ricordi? Quella che avrebbe dovuto liberarci dalla nostra miseria quotidiana, ecco... forse quella musica non è riuscita nel miracolo. Mio padre ritorna a me, spiaccicato per terra, e il volto di mia sorella che piange e non capisce perché e mia madre sola, sola da anni. Sola come forse non avrebbe mai voluto essere. Non doveva capitare a mia madre, tutto questo. Ecco, la musica, la nostra musica non l'ha fermato, non l'ha cambiato il mio destino... e non lo ferma ancora oggi, né mai lo farà. Vedi... diciamo che Johnny ha chiuso con la musica, ma non con voi...» - mi fissò rimanendo in silenzio, prese la mezza birra dal bancone e ne scolò in un sorso un bel po', raccolse col cucchiaino un pugno di noccioline americane e le buttò giù, continuò qualche istante a fissarmi senza dire nulla, poi sorrise e abbracciandomi mi sussurrò all'orecchio - «ho un segreto da confidarti... usciamo fuori» - mi tenne per le spalle come un tempo, come quando da piccoli giravamo come trottole per le vie del paese e continuò a bassa voce - «queste mie belle parole non sono tutto. Forse, forse davvero le convinzioni che ciascuno di noi matura, forse... sono semplicemente figlie di quello che puoi o non puoi fare... in quel momento, in quel preciso momento. Non esistono, non possono esistere ideali sganciati dal contesto quotidiano, finiremmo per prenderci per il culo più di quanto facciamo giorno dopo giorno... Ecco, guarda...» - e mi mostrò la sua mano sinistra - «non vedi nulla, non puoi vederlo, e neppure io a pensarci bene, ma io lo so, conosco quel che non si vede... la gente non lo sa, nessuno... e nemmeno tu puoi saperlo, né immaginarlo, perché in fin dei conti non lo vedi. Tutta l'immaginazione dell'uomo è racchiusa in uno sguardo, magari di un istante, ma... ma tutto ciò che immagini è il risultato di quello che hai visto, in qualche momento della tua vita, ecco... non lo vedo neppure io ma so che pur non essendo visibile mi impedisce di fare...»

«Scusami ma mi sono perso... cosa non vedo e cosa non puoi fare? »

«Suonare la mia vecchia Gibson...»

«Johnny! Sai come la penso... sono il fesso della compagnia tutti mi sfottete per questo, ma io resto convinto della mia idea, cioè che la volontà può, cazzo può tutto, è ciò per cui viviamo, è tutto quello che ci spinge ad andare avanti a non mandare il mondo a fanculo...»

«Dici bene... dici bene...»

«E allora? »

«Anch'io ne sono convinto ma...»

«Ma? Johnny che hai? »

«Sarebbe meglio dire che non ho.»

«Cazzo non ti capisco, chiaro... chiaro, parla chiaro.»

«Poco fa ti ho mostrato la mia mano, è un'inesattezza, avrei dovuto mostrarti il mio braccio... vedi in quella notte funesta come direbbero i poeti... in quella notte ho lasciato in quel locale qualcosa che la volontà non potrà più riportarmi indietro.»

«... ma...»

«Quei simpatici omaccioni armati sapevano bene che li avremmo distrutti.» - disse con lo sguardo perso nel fonde del viale.

«Ma che dici? Hai fumato? Hai fumato... ora capisco non si spiega, non capisco nulla...»

«Affatto... è da un bel po' che non lo faccio, che non fumo, no... lo so non ci crederai, ma ho quasi smesso, comunque ascolta. Quei fascisti sapevano bene che noi li avremmo distrutti, schiacciati con la forza delle nostre armi, armi non convenzionali, imbracciavamo armi che loro non erano in grado di far funzionare. I nostri strumenti dico... quelli sapevano che suonavamo così bene da schiacciarli con qualche semplice riff, e per questo... e per questo ci hanno attaccato» - si fermò col respiro lieve più simile ad un rantolo, ebbi paura, lo scossi ma lui rimaneva lì nella stessa postura, seduto sulla sedia a contemplare il campanile della piazza, con le gambe accavallate e la mano sinistra che accarezzava la sua mezza birra, mi sorrise ancora e poi si avvicinò, «il tendine fratellino mio... la rottura del braccio mi ha reciso il tendine, questi miei ditini che prima ululavano e tu sai quanto e come... ecco questi miei ditini non ululeranno più, nemmeno alla luna...»

«... ma...»

«Niente ma. Fratellino questo lo sappiamo io tu e il dottore del policlinico, e nessuno si deve aggiungere a questa bella combriccola. Sei entrato nella confraternita del tendine, io ti ho permesso caro fratellino di entrare, per meriti conquistati sul campo nella confraternita del tendine reciso. A nessuno oltre noi sarà permesso di farne parte.»

Alle sue parole il mio corpo rispose con uno strano fare, lo stomaco brontolò come avessi un attacco gastrointestinale, e la schiena fremette dal freddo, lo sguardo impietrito a quello sfogo.

Non accadeva da mesi, mesi in cui non m'ro affatto sforzato di vedere oltre il mio naso, mesi in cui c'ravamo allontanati dolorosamente pur restando ad un tiro di schioppo, nelle stesse case, sotto le stesse lenzuola, ma con animi diversi, distanti e lontani.

Non c'ra verso, niente a combattere o dar di testa, nessun tipo di volontà a ben vedere poteva ridare sensibilità al tendine reciso di Johnny Richards Page Battaglia. E poi alle parole di Johnny quell'idea strampalata si frantumava ai miei occhi. Avevamo davvero ancora un futuro? E un'altra domanda mi assillava sulla strada di casa. Avevamo avuto un passato così come lo credevamo?

Nonostante quest'assillo e comunque andasse a finire la faccenda avevo dato la mia parola ad Ettore, m'ro messo in gioco anch'io.

C’era qualcosa di me che avevo riposto troppo in fretta, e che sentivo dover riportare alla luce, non sapevo bene allora cosa potesse essere, ma avvertivo un senso di vuoto, una sorta di sconfitta. Un cedere facile alle costrizioni esterne, una flebile volontà troppo docilmente piegata.

E non avevo di certo opposto resistenza.

Adesso volevo, sentivo di doverlo fare. Di resistere. Resistere agli eventi che non portano mai nulla di buono.

Avevo del mio da infilarci dentro, e non erano soltanto le parole di Ettore, forse erano state la miccia, senza dubbio avevano fatto centro, ma c’era la predisposizione in me, nel mio animo covava qualcosa.

E le parole infantili di Johnny da cui tutto aveva avuto inizio riecheggiavano nella mente.

In qualche modo c’era ancora della musica dentro di noi, ne ero convinto, avremmo dovuto tirarla fuori, per non commettere peccato. Dovevo prima infilarci gli altri, se volevo spingere Johnny a far esplodere quell'nergia vitale che aveva repressa dentro, e io lo sapevo bene, sulle corde della sua vecchia chitarra, anzi nuova, contavo di regalargliene una identica a quella con la quale aveva diviso sette anni della sua gioventù.

Fanculo il tendine!

Qualcosa avremmo pur inventato, pensavo. E così feci, almeno provai.

La sentivo come una missione, senza senso e del tutto laica, per carità, ma era qualcosa che dovevo fare, alla fine m'ro profondamente convinto che c'ravamo arresi troppo in fretta, bruciati da una serata, una semplice serata andata a puttane.

Mi dovevo dar da fare, e il tempo, al mio fianco, aveva del tutto abbandonato Ettore che contrastava col suo ingegnere reo di procedere come una lumaca nei lavori di ristrutturazione del locale.

Ettore e i suoi due soci annaspavano eccome, la stagione si sarebbe aperta da lì a poco e si sa l'state porta gente e la gente denaro.

I lavori andavano a rilento, ed io avevo il tempo al mio fianco come di rado accade, quel tempo che ci aveva traditi nel battere lento, adesso mi consolava in questo strampalato tentativo di reunion.

Che poi la consideravo una reunion vera e propria come se avessimo avuto un gran passato da rispolverare, ma soltanto polvere era quello che potevamo scrollarci di dosso, polvere di stralunate aspettative mandate in frantumi troppo presto, polvere dalle confezioni d’uova lasciate a marcire, polvere di amplificatori rimasti avvinghiati all’angosciante scricchiolio di una porta da tempo serrata.

Non era una reunion, non era un ritorno, era l’idea caparbia di non rimanere fottuti dagli eventi, era il moto di ribellione che Ettore aveva stillato in me, un moto sopito in fretta, e forse in fretta e senza logica rispolverato in un pomeriggio di pioggia, nello sguardo abbandonato di occhiali che nascondono i colori dell’iride, in un tiro di sigaretta allegra rispolverata.

Ecco, la polvere!

La polvere era troppo presente in quel progetto, e attenuava i colori, e le voci, e i nostri sorrisi. Non era soltanto una questione musicale anzi non lo era affatto.

Era una questione di vita, oltre la polvere del silenzio.

Mi riscoprivo ancora ragazzo, fortunatamente aggrappato alla speranza del fare, per non rimanermene zitto e muto, ero anch'io come Ettore, un ragazzo che rincorreva il suo sogno, stupido per quanto possa dirsi, quel sogno che avevo lasciato qualche passo indietro, troppo in fretta.