Suonavamo Bene - Episodio 13 - Still got the blues
- Castelbuono,
- Cultura,
- Massimiliano Città
S’alzano appesantiti dal pasto abbondante. E continuano il loro cammino indietro nel tempo, una sorta di gioco degli specchi.
Osservi adesso guardando a cos’è stato.
Ritornano sui loro passi, senza scambiare parola, come immersi in pensieri profondamente intimi, difficili da poter esternare.
Ritornano verso la piazza centrale superandola in silenzio con gli occhi bassi sul porfido reso brillante dai raggi del sole.
Il grande arco si scorge a distanza, e il cielo limpido ne segna la sagoma oltre la punta delle due originali torri del castello.
Giacomo volta lo sguardo, apparentemente assente. E scivola oltre i vicoletti, quelle stradine antiche in cui s’intersecavano i sapori di un’adolescenza dal gusto intenso.
E il profumo della birra incautamente versata sui jeans sale lento alle narici, e il vocicchiare musicale di decine e decine di toni che s’inseguono creando una sinfonia di parole confuse che se rimesse ciascuna al proprio posto, riportate alla bocca d’origine, riacquistano un significato apparentemente logico.
Logiche come potevano essere quelle serate estive trascorse dalla bella gioventù del piccolo paesino, avvolta da speranza e progetti, e improvvisi conati di vomito da nascondere e impellenti bisogni di vesciche cariche, cariche d’un peso difficile da sopportare ancora, lungo le scalette di quei vicoli bui.
E i sussurri di piccoli amanti sfuggiti agli sguardi dei genitori a passeggio per la via principale, effusioni talvolta eccessive che mostravano l’impazienza di un amore sconosciuto da consumare in fretta.
E il localino che raccoglieva come un grosso imbuto i ragazzi della notte, quelli che non riuscivano proprio a rintanarsi in se stessi, a chiuder occhio, a pensare al domani con qualcosa da fare.
Niente di ciò.
Provavano a rimanere in piedi, e spesso scivolando lungo i gradini dei marciapiedi attendevano che il sole li svegliasse dal loro torpore.
Giacomo e Antonio erano stati tra loro, ne avevano fatto parte.
Nonostante il ritrovo delle performance musicali della band attirasse molti visitatori, era in quei pochi metri quadrati che si giocava la quotidiana partita di una gioventù in subbuglio, come è naturale che sia per ogni gioventù.
S’attendeva che la luce del sole illuminasse il selciato, mostrando i residui di una lotte lunga, talvolta interminabile, che ad ogni modo riusciva a passare portandoli sempre più nudi verso il mattino.
Giacomo aveva da tempo associato l’aria del suo paese alle peculiarità di una nuova Macondo, forse più reale, meno carica di magia, ma certamente colma di particolarità difficili da scorgere altrove.
In una dimensione sospesa, in cui il tempo non si cura d’essere, né sa di trascorrere, i due continuano la loro passeggiata.
Un numero sparuto di auto rende surreale la piazza. Chiazze di colori male assortiti intralciano un percorso nato per passanti e zoccoli.
Da bambino Giacomo si fermava sulla scalinata e chiudendo gli occhi provava ad immaginare il suono degli zoccoli e il nitrire dei cavalli e le voci potenti di cavalieri intenti nelle loro manovre quotidiane.
Spesso udiva l’eco di un galoppo lontano, e aveva la sensazione di respirare la polvere sollevata da quelle rincorse. Talvolta immaginava che i suoi occhi venissero attraversati dalla luce maliziosa di antiche dame pronte a soddisfare ogni suo desiderio. Poi volgeva lo sguardo in basso e si ritrovava d’improvviso nelle viscere della terra. Chino sulle gambe, a piccoli passi percorreva il cunicolo segreto che univa la cripta del castello alla chiesa distante qualche centinaio di metri. E un brivido freddo gli sfiorava la pelle all’idea di ritrovare sul cammino teschi e resti di qualcuno che prima di lui aveva provato a fuggire.
Ma non c’era verso di ritornare indietro.
La strada lo conduceva inesorabilmente verso l’unica uscita.
Annaspava e iniziava a sudare copiosamente.
Si destava, scorgendosi riverso sullo spiazzale del castello, in alto, lontano da occhi indiscreti. S’era assopito sotto la canicola, stanco di rincorrere i compagni spersi per le strade.
Alzava gli occhi al cielo e respirava a pieni polmoni, nessun teschio né resti umani in giro.
Puliva alla buona i calzoni rappresi di polvere, polvere antica, di cavalli e cavalieri, dame e cortigiane, e s’incamminava verso casa.