Suonavamo Bene - Episodio 12 - In the white room

Ettore ci aveva creati, e corrotti. Ci aveva tirato fuori dalla purezza del mondo che eravamo riusciti a nascondere dentro al box portandoci in mezzo alla gente, tra ragazzi. In fondo ragazzi come noi, che urlando e dimenandosi avevano dato vita alla più movimentata festa del liceo che si ricordi nel villaggio, e noi eravamo lì a suonare.

Ettore ci riprese dal silenzio e ci consegnò alla nostra piccola storia.

Che sempre storia è.

La serata politica ci scoppiò in faccia fragorosamente, riducendo le nostre speranze musicali in brillantina d'alcol sparsa per terra e per terra finì il nostro morale dopo l'esibizione.

Credevamo d’esser armati a sufficienza per poter contrastare il mondo, eppure ci scoprivamo fragili, fragili nelle nostre convinzioni, e completamente impreparati a respingere l’urto fisico di braccia sventolanti, a mulinello sopra i nostri volti, sulle gambe, e colpi allo stomaco dai quali è difficile riprendersi se non si è abituati a prenderle di santa ragione.

Così, in una tarda serata si spezzò molto più di una velleità musicale covata a lungo nella nostra piccola, calda e rodata intimità.

Si spezzarono braccia e resistenze, si lacerarono zigomi e lembi di pelle saltarono via, lasciando strascichi dolorosi, oltre il normale recupero fisico.

Chè di ossa rotte si trattò in fondo.

I compagni vestiti di nero (ossimoro? ) si fecero realmente sentire qualche settimana dopo, come aveva esclamato esultando Johnny e ci chiesero di animare la serata che avevano intenzione di organizzare, per rinvigorire (usarono testuali parole) la vis politica della nostra generazione, che ai loro occhi appariva pericolosamente indifferente.

Ci proposero dunque un ingaggio, la seconda scrittura per dirla alla Ettore. Un ingaggio degno di nota, tale lo consideravamo.

Accettammo.

I tipi avevano organizzato tutto per il meglio, non tenendo conto di quello che avremmo potuto dare alla serata, ma soprattutto di quello che avrebbero potuto darci.

Scelsero una sorta di covo in quel di Palermo, s'ra partiti col circolo di paese, col cinema che avrebbe accolto nuovamente nell'arco di qualche settimana le stars, e invece, invece si finì in un oscuro e profondo magazzino cittadino.

S'era iniziato con una cosa tra noi, tra faccini di colline vergini - nel villaggio abbiamo pressappoco tutti lo stesso faccino allegro e gioviale - si finì con tipi tagliati da cui stare ben alla larga.

S'era iniziato col voler fare musica, si finì tra spranghe e cinghie, bastoni e tavoli che volavano da parte a parte e sedie spezzate su schiene inermi.

Non era la nostra musica.

Ci rimisero in parecchi.

Gambe e braccia spezzate, volti tumefatti, ché degli strumenti ci dimenticammo ben presto.

Mario fu picchiato a sangue come fosse stato un sanguinario carnefice colto sul fatto, nessuno di noi poté dare una mano tanto eravamo impegnati a prenderle per conto nostro.

Arrivammo in loco verso le sei di pomeriggio, il sole era andato a nanna da un po', l'aria frizzante ci destava dal torpore del viaggio. Una saracinesca alzata a tre quarti indicava l'entrata del palco che avrebbe accolto furente le nostre scariche di adrenalina e guardando bene c'eravamo convinti che avremmo portato l'edificio sul punto d'esplodere con la nostra energia e i riff nervosi di Johnny.

Eravamo carichi, consapevoli degli errori del passato, appena tre settimane prima nella festa liceale, c'eravamo mantenuti d'un sobrio sconcertante, come mai prima né dopo allora.

Scaricammo gli strumenti e installammo il tutto sul palchetto messoci a disposizione dalla solerte organizzazione. Qualche stampa del Che, qualche reflusso sessantottino.

Il teatro mostrava subito la sua natura di magazzino parecchio lugubre, e le lampade sparse per la sala dalla luce fioca non aiutavano di certo a tirarne su l'aspetto. Noi, professionalmente, come avevamo deciso d'atteggiarci, organizzammo al meglio, provammo alcuni brani, testammo volumi e tutto, carichi d'adrenalina pronti a spaccare.

L'inizio non fu dei migliori, col passare dei minuti e delle canzoni, che in maniera serrata avevamo disposto lungo la scaletta per tenere vivo l'entusiasmo, ci rendemmo conto che in realtà la festa, se di festa si poteva trattare, aveva più un carattere congressuale che festaiolo.

Il nostro ruggito blues venne più e più volte addolcito dalle richieste degli organizzatori, che affatto imbarazzati ci chiesero di «abbassare il volume», aggiungendo poi «ma non facevate Jazz? », per concludere «siete un po' grezzi, abbassate per favore.»

A nessuno di loro veniva in mente di smuovere il culo per dimenarsi un po'.

All'ennesima richiesta d’abbassare toni e volume avevamo deciso di mandare a fanculo tutto e tutti. Sandro nel suo ultimo riff, con notevole potenza lanciandosi in arditi vocalizzi, s'ra addirittura lasciato così andare da insultare - rigorosamente in inglese - quelli che lui riteneva fighetti di periferia.

Eravamo dunque pronti nell'animo a smontare e andare (pensiero non sarebbe stato migliore), ma quell'idea di professionalità che ci portavamo dietro - ancora non riesco a comprendere dove l'avessimo scovata - ci obbligò a continuare perché «ci pagano e comunque dobbiamo portare avanti lo spettacolo.»

Cercammo di attingere nel nostro tutt'affatto vasto repertorio qualche brano più soft, ma le ballate erano poche e non potevamo di certo ripeterle all'infinito.

Ma ecco che...

Johnny sta cambiando l'accordatura, e rivolgendosi a Sax propone la melensa Love me tender, quando dal fondo della sala, nei pressi dell'entrata si sente un urlo, alcune ragazze iniziano a correre verso il palco, verso di noi.

La scarsa illuminazione non permette di distinguere nitidamente quello che sta accadendo là sotto.

Un gruppetto di ragazzi si pone di fronte la saracinesca, come una barriera di calcio in occasione di una punizione pericolosa, e quella situazione doveva esserlo, eccome!

La barriera o quel che sembra viene sgominata in qualche secondo, le urla e le imprecazioni si accavallano, qualcuno piange, le ragazze sempre più vicine al palchetto urlano istericamente, qualcuna di esse prende con forza un banchetto in cui erano i beveraggi e lo scaraventa lontano, ma non pare una grande mossa di difesa.

Siamo circondati e nonostante ciò, noi rimaniamo per un bel po' increduli con le nostre armi a braccio, come se quello che sta accadendo non ci riguardi.

Tutto appare surreale, teatralmente surreale e cinematografico, invece la realtà bussa, e non alle nostre porte ma presso i nostri volti.

Ci ridesta sonoramente il lancio di una sedia che colpisce nettamente la cassa, scuotendo Mario all'indietro.

Da lì in poi non riesco a ricostruire molto della vicenda. Ma ho ancora negli occhi quattro fascisti del cazzo che si scaraventano contro Mario pestandolo a calci e pugni e uno, grande e grosso che mi si para davanti, non ho nemmeno il tempo di muovermi che mi ritrovo disteso per terra con qualche osso fuori posto, ci picchiano e si picchiano pesantemente.

I carabinieri, come accade in queste situazioni, tardarono ad arrivare, e quando fecero irruzione nel magazzino non c'rano che oggetti e persone fracassate e alcuna ragazze rimaste all'angolo che piangevano senza voce, non valeva più la pena urlare.

Tutto finito, tutto finito...

Eppure qualcuno aveva ancora energie in corpo, e bestemmiò all'ntrata dei carabinieri, bestemmiò e imprecò sul perché fossero arrivati soltanto allora, dopo che tutto s'ra compiuto.

Urlò dimenandosi come un ossesso.

Sembrava un invasato in preda alle migliori sostanze stupefacenti presenti sul mercato, aveva il labbro spaccato, e nonostante fosse passato del tempo continuava a grondare, e sputava in faccia ai militi saliva e sangue.

Dava un accento ancor più surreale alla scena, mentre un inquietante silenzio pervadeva quel magazzino, teatro alcuni minuti prima di urla e legnate.

Lo presero per le braccia e lo portarono via, col volto tumefatto e il labbro ancora sanguinante.

Quel ragazzo era Johnny, l'unico che si fece una notte in guardiola per quella storia.

Dopo l'episodio, e i dolorosi strascichi che rimestò nella nostra memoria, fu lo stesso Ettore, un anno più tardi e poco più, a riprenderci dal fondo dei nostri pensieri, dalle nostre paranoiche solitudini, dalle abitudini perse, dalla radio assente, dall'insolente sogno irrealizzato che tutto assopisce.

Ci riprese, ci diede quella scarica, come la definì, e ci tirò fuori dal silenzio nel quale forzatamente c'eravamo infilati. A torto o a ragione.

Il silenzio di un occasione mancata.

Dolci melanconie, sì, la vita deve di certo lasciarne, ma rimpianti mai, mai che si dica potevo e non ho fatto, allora non ne vale la pena, questo fu il motto che condusse Ettore a scovarci dai nostri rifugi mentali.

Da quello che m'era arrivato all'orecchio (ché in fondo in quei lunghi mesi avevamo come voluto perderci di vista e tutto il resto), be’ a quanto ne sapevo Sax era perduto.

Andato chissà dove.

Scappato dal padre che non gli accordava l'ultimo fuoristrada sfornato dal mercato. Aveva lasciato i suoi in asso e s'era dato alla macchia.

M'era arrivata voce che s'era infilato in qualche comunità montanara, tutta pace e libertà, ricordo sbiadito dei tempi passati.

Sax era così, fuori moda del tutto, perché in anticipo, retrò nel suo fare, nei suoi discorsi, perché artista nell'animo. In quel caso non appariva, era.

Perduto nei meandri della sua inquietudine.

Rimase fulminato dalla meraviglia di riscontrare un mondo così differente dal suo, sporco e imbrattato, con colori che si dissolvono confondendosi, e non più chiari come quelli che avevano riempito il familiare guscio ovattato dove tutto è permesso, concesso e garantito.

Accettò la sfida e si ribellò alla comodità.

Quando lo cercai e parlai col padre, questi mi parve molto sconvolto dall'intento del figlio di divenire il nuovo san Francesco. Ché in fin dei conti nulla aveva in comune col santo.

Dopo averlo scovato lo vidi parlare con un cagnolino scodinzolante, ridere e scherzare, raccontargli le sue più profonde angosce. Sussurrava parole che non riuscivo a comprendere e poi si rivolgeva a me annuendo, ché il cagnolino, mi diceva, aveva perfettamente capito e risposto.

Ma nulla più della sua enorme inquietudine era santa nel senso tradizionale del termine.

Johnny fu il primo ad abbandonare il gruppo, ad abbandonarci, indicando il braccio frantumato che per non pochi mesi portò nervosamente aggrappato alla sua spalla.

Con la scusa di non poter imbracciare la sua arma pacifista si allontanò subito.

E mandò a puttane un bel po' di cose a quel tempo.

Aveva allentato gli studi, per non dire che li aveva mandati a fanculo. Anche lì si dimostrò coerentemente incostante. Nulla per più di qualche mese, amici, musica, studio, lavoro, ragazze. Diceva spesso che non puoi mangiare sempre la stessa minestra, anche se ne vai matto, devi per forza variare, rischi di perderne il gusto, non assapori più nulla, e tutto diviene abitudine.

E l'abitudine, si sa, uccide.

Ci rende dei simpatici morti viventi, sopravvissuti a noi stessi.

L'abitudine abbraccia il compromesso e soffoca la vita. Johnny era così, filosofico nel suo quotidiano incedere contro le avversità dell’esistenza, anche quando sorrideva i suoi occhi tradivano una patina mai del tutto nascosta di malinconia.

Gli mancava qualcosa, l'infanzia serena che tutti vorremmo aver avuto, gli mancava un padre e soprattutto il ricordo di un padre d'abbracciare nelle notti difficili, era più solo di quanto facesse pensare.

A quanto seppi litigò furiosamente in piena sessione d'esami con un suo professore, reo di avergli messo i bastoni tra le ruote perché figlio d'operai (la matrice comunistoide era sempre presente nel suo vivere).

Litigò e si arrese al potere, diceva lui, ma in fondo lo studio non faceva per Johnny.

Perdeva troppo tempo. Così andò a lavorare.

Mario, invece, era l'unico che continuava a suonare con costanza, amava troppo sedere tra ai suoi rullanti e nascondersi dietro la gran cassa, amava far rimbalzare le bacchette da un piatto all'altro.

Quella maledetta notte le aveva prese eccome, e lasciare tutto non avrebbe giustificato tanto dolore.

Così continuò a parlare con il charleston e coprire il silenzio con il rombo delle sue percussioni, era l'unico modo che aveva per rimanere con dignità a questo mondo.

Era il suo compromesso.

Seduto in quel minuto sgabello non aveva nulla da temere da nessuno, era la sua oasi, il suo rifugio, il paradiso perduto che aveva scovato in quest'inferno di terra e che per nessuna ragione al mondo avrebbe mai lasciato andare.

Perciò continuava a suonare e suonava in un complessino blues messo su a Palermo tra colleghi universitari.

In fin dei conti anche lui c'aveva mandato a fanculo.

Non parlava quasi mai, timido com'era, ma del gruppo era di certo quello più deciso e convinto, e in fondo poteva suonare anche senza di noi.

E così fece.

Il mio basso del resto era aggrappato al ricordo di un amplificatore spaccato quella notte oltre al mio simpatico braccio sinistro finito in frammenti dissonanti.

D'allora m'ro dato alla studio, proprio così, peggio di una droga, studiavo da matti, e non mi pesava.

Sfogavo a quel modo.

Avevo assopito del tutto l'impulso sessuale riversandolo nella voglia di conoscenza.

La verità però era un’altra. E chiara.

Volevo uscirmene al più presto, uscirmene dal paesino sperduto di una ridente collina che sorridendo t'uccide giorno dopo giorno, volevo uscirmene da ciò che definivo indolenza meridionale e salire su a far fortuna.

Banalmente volevo andarmene da lì.

Non è che avessi un progetto ben chiaro in mente, ma sapevo che volevo comunque uscirmene.

Un anno e mezzo dopo la serata che avrebbe dovuto lanciarci, quella serata che semplicemente finì col bruciarci sulla pelle, be’ un anno e mezzo dopo all'incirca, in un pomeriggio di marzo, Ettore passò da me.

Da tanto che non vedevo il suo muso arrogante. Dopo la nostra ultima esibizione ci scambiammo un’occhiata fredda in qualche aula confusamente strapiena di studenti senza meta. Ci salutammo quali semplici colleghi, sembrava che tutto il nostro feeling si fosse dissolto di colpo come il nostro passato recente.

Anche lui s'era allontanato. Aveva lasciato stare gli studi inseguendo affari e opportunità.

Lo sguardo severo e fieramente superiore, alla stessa maniera in cui lo avevo lasciato, si presentò: con gli occhialini a nascondere un sardonico sorriso. Mi canzonò per un po', fin quando gli chiesi ch'era venuto a fare.

Calmo, fissandomi con fare impertinente, svestì il giaccone, lo adagiò sulla poltroncina, sedette e continuando in quell'estenuante lentezza di gesti e sospiri, come suo solito, rispose,«ho preso l'Irish pub.», senza ombra di meraviglia, né orgiastico entusiasmo, così, come fosse dato sapere a tutti cosa diavolo fosse quell'Irish pub.

«Che hai preso? » - esclamai.

«L'irish pub! » - continuò placidamente - «non dirmi che non l'hai mai sentito nominare? Mai? Ma che cazzo fai la notte, dormi per caso? »

«No» - risposi toccato - «studio. Io.»

«E bravo il mio laureando! ... E la musica riposa in silenzio? Allora? » - continuò.

«Amen.»

«E sia fatta la sua volontà.»

«Ma quale volontà Ettore? » - esplosi come se non aspettassi altro - «La mia, la tua? Quella di chi? Eravamo quattro teste da metter su insieme, in sincronia. Bello a dire, ma i fatti? Le prove? La serietà? Sai meglio di me che non era per noi. È stato meglio mollare.»

«Se lo dici tu.» - si rullò una cannetta e fissandomi chiese - «Hai mollato anche questo? »

«Non ne sento la mancanza se proprio lo vuoi sapere.»

«Meglio così» - e l'accese. Silenziosamente mi scrutava, come a voler leggere i miei pensieri.

Ero in imbarazzo perché sapevo che, come pochi, forse l'unico, era davvero in grado di penetrarmi a fondo, anche a volergli mentire lui avrebbe capito e così d'improvviso gli strappai dalle mani il gingillo.

«Che cazzo, fammi fare un tiro, dai.»

«Ah! Ah! Com'è possibile? Ti ho riportato alla tossicodipendenza, ed è bastato nemmeno un quarto d'ora? Non pensavo d'avere un ascendente così forte su di te» - e scoppiammo in una risata scrosciante mentre dalla vetrata della mia camera sentivamo irrompere le prime gocce d'acqua di una scarica primaverile.

Parlammo un po'.

Alcuni mesi prima ci veniva naturale. Non c'eravamo allontanati poi così tanto come pensavamo, avevamo accantonato, riposto le nostre giornate, ma bastava un quarto d'ora e tutto ritornava, in ordine, il nostro disordinato e incoerente ordine.

Che pur ordine è.

Mi raccontò della nuova avventura nella quale s'era imbarcato.

Aveva preso in gestione uno dei pub più fallimentari della città. Frequentato da gente scazzata, la più scazzata. L'idea era quella di farlo diventare cool. Alla moda. Un locale d'élite.

Voleva organizzare delle serate teatrali e musicali. Rassegne, mostre, happening. Si sentiva già proiettato a Londra dimenticando d'ssere a Palermo.

«Ettore, la tua è una bellissima idea, per carità niente da dire, ma mi sa che semplicemente hai sbagliato città e di brutto. Cosa vuoi che si faccia qui, che gente t'aspetti che venga alle tue rappresentazioni teatrali, agli spettacoli musicali, alle mostre? È un'idea stupenda, tanto da essere utopica, almeno qui.» Risposi assaporando l'aroma di vecchi pomeriggi.

«Questo è il punto, se pensi d'aver buone idee e ti guardi intorno, be’, non le realizzerai mai, t'assicuro. Il punto è proprio questo, dici bene. Quello che ci circonda è polvere e vento, corse a rincorrere chissà chi. Fantasmi forse? Denaro, interessi, potere, dolci e sottili indolenze, fai tu. A pensar come te non ne vale la pena mai. Non vale la pena di far nulla, eppure bisogna fare, per essere vivi. Per esserci. Che alla fine ritorneremo sballottati dal vento da dove siamo venuti. Il viaggio, è il viaggio che fa la differenza. Ed io voglio viaggiare, non solo tirando qualche boccata, no, viaggio con la mente e con le mie scarpe, rotte, vecchie, malconce, ma sono le uniche che ho, e se voglio davvero viaggiare non ne posso fare a meno. Un'idea che rimane tale non è nulla, convieni? » - mi chiese enfaticamente.

«In effetti.» - risposi un po' turbato dalle sue considerazioni.

«Ecco, farciamo i nostri discorsi con belle parole, belle frasi e citazioni, e poi programmi e progetti ed altro. Fumo, niente di più. Ascolta me, nient'altro che fumo. Le idee se non le spingi, se non le forzi e le trascini non scenderanno in questo mondo di merda. Sono così intelligenti da sapere che appena scese qualcuno le corromperà, le violerà, le svenderà al primo che passa. Bisogna essere ostinati, ed io voglio esserlo. L'idea è pazza, stramba? Meglio! Mi ci butto a capofitto, più mi chiamano pazzo più reagisco. Immagina che soddisfazione guardare negli occhi quelli che come te adesso m'hanno dato del pazzo, guardarli negli occhi quando il mio locale sarà pieno di risate, rumori, fumi, scale blues, voci sconnesse uscite da Beckett e Ionesco. Immagina. Caro mio, io immagino, puoi imputarlo come un limite ma me lo tengo, e stretto, credimi.» - rispose strofinando il polsino del suo maglione verde pistacchio sulla lente degli inseparabili occhialini.

«E allora? Perché sei venuto a cercarmi? »

«Perché ti conosco e sei ostinato come me, perché sei un amico, perché se vuoi, e lo vuoi davvero, puoi rimettere insieme la band, tu soltanto puoi riuscirci. Non ci prendiamo per il culo. Lo sai tu e lo so io, nessuno come voi, nessuno come voi. Magari non farete mai dischi da classifica, né Canzonissima né qualche altra esposizione in Tv v'accoglierà ma che importa? Ricordi le giornate di prova quando tutti i ragazzi del paese rimanevano ammutoliti e veniva gente, dalle campagne, dai paesini vicini, veniva ad ascoltare, s'ra sparsa la voce. Un gruppo che fa musica americana meglio degli americani, un gruppo che stordisce. Non è passato che qualche mese, sì, sì qualche anno appena, ma caro mio e tu che fai? Te ne stai schiacciato sui libri, non è da te, lo so. Chiamami presuntuoso, fai pure, ma sai come me che quel che dico è la verità. Hai bisogno della scarica ed io sono la corrente che ti manca. Mettila così. È un'altra occasione, per voi e per me. Mettila proprio così se ti va, mi serve della buona musica, del buon blues e conosco voi, un amico che chiede aiuto. Tutto qui.» - concluse fissandomi come in trans.

«Ma sai che è difficile se non impossibile. Sandro non so neanche dove s'è andato a fottere, Johnny ha lasciato l'università, lavora, pensa se verrebbe appresso a degli scazzati come noi e Mario, boh! ? E chi l'ha visto più.» - risposi allontanando l'idea da me stesso.

«Proprio per questo ho cercato te, sei l'unico in grado di poterli rimettere insieme. E poi parlavi di Johnny, anche il mio è un lavoro, so che fa il cameriere al vostro paese, un posto vale l'altro. Ho bisogno d'un cameriere che sia fidato e lui lo è di certo. Potrebbe mettere insieme le due cose. Che te ne pare? Ottimo, no? »

«Tu la fai facile Ettore a me non sembra» - tagliai corto.

«Se non provi non lo saprai mai. Se non sceglierai non potrai mai sbagliare. Scegli di starci o no? »

Talvolta ragioniamo troppo e finiamo per confonderci. La vita è quasi sempre più semplice di quello che c'appare. Nel profondo avevo scelto di non pensare.

«Devo pensarci su, almeno qualche giorno, sai lo studio...»

«Bene, non c'è problema, avrai il tuo tempo per pensare, ma almeno spero verrai con me adesso, tanto il pomeriggio l'hai sprecato. Ti porto a vedere il locale, ci sono lavori in corso, cercherò di spiegarti come sarà tra qualche settimana.»

Lo seguii non troppo convinto.

Era venuto in vespone, senza casco e senza impermeabile coperto da un giaccone maleodorante appiccicoso, io non avevo nemmeno quello. Pioveva da far paura, fitte sbarre si muovevano in continuazione, c'attraversavano la strada senz'avvisare e l'asfalto viscido stava lì pronto a fotterci alla prima curva presa allegramente.

Ci inzuppammo dalla testa ai piedi e fradici arrivammo al locale o meglio al posto che avrebbe dovuto diventarlo, un locale.

Certo che se avesse voluto convincermi portandomi in guerra avrebbe avuto più chances.

Era un inferno.

Assi lasciate per terra, sporche, spezzate a metà, assi aggrovigliate tra loro, fili e cavi di qualsiasi genere avvolgevano l'avvolgibile, una striminzita squadretta di operai freneticamente al lavoro, luci che saltavano, calcinacci che cadevano come pioggia, tanfo di fogna e quant'altro può rendere un posto uno schifo.

Ecco, quel posto era uno schifo.

E più lo vidi irrecuperabile, più capii che ci voleva fatica a trasformarlo in un sogno.

«Ecco questo è... meglio dire questo sarà tra breve l'Irish Pub. Il luogo della fantasia dove le arti si intrecceranno sperimentando se stesse, il luogo in cui l'idea vincerà sulla materia, o più spiccio spiccio il palchetto dove tornerete a suonare! »

Indicando il luogo dove le macerie non avrebbero mai potuto sorridere con la luce elettrica che mai si sarebbe permessa di attraversare quei cavi così vacillanti e malconci, il luogo in cui degli indaffarati operai andavano confusamente avanti verso dio solo sa quale direzione.

Be’, indicando quel luogo, Ettore aveva pronunciato, urlando, parole, appena entrati. E lo aveva fatto in maniera grottescamente teatrale, in un modo che poco si addiceva al suo carattere.

Trascorsi il resto del pomeriggio in sua compagnia, inseguendone i passi che voracemente consumavano tutto il pavimento del locale, ascoltando le indicazioni, rincorrendo le immagini, i progetti, abbracciando del tutto il suo sogno.

Fu così che m'infilai anch'io senza indugi in quella stramba avventura.

Divenni contro la mia natura abbastanza indolente un segugio che non avrei pensato, nel giro di qualche settimana scovai il resto della band e dopo insistenti tentativi, riuscii incredibilmente a riportarli nella stessa stanza, almeno per ritrovarci e discutere sul da farsi, che in fondo sarebbe stato il turno di Ettore e il suo essere diplomatico a tentare di rimettere insieme i pezzi.