Suonavamo Bene - Episodio 11 - This land is nobody’s land

Un tipo smilzo dal fare irrequieto s’avvicina al tavolo dei due amici e chiede una sigaretta, impreca, dice che quello non è modo di vivere, che lui prima o poi andrà via. Lascia scivolare a terra una monetina di rame, si china lentamente a raccoglierla, poi ancora a terra, e la riprende, e ancora una volta giù.

Un bimbo irrequieto prigioniero del corpo di un sessantenne.

Tiene un berrettino da bambino sulla testa e lo sguardo assente, perso nel vuoto.

Parla ai due senza aver scelto il suo diretto interlocutore, parla tra loro, e continua ad imprecare, prima o poi abbandonerà il paesino, non accetterà di vivere in quelle condizioni ancora per molto tempo.

I capelli sono radi e bianchi, i pochi denti si trattengono a stento tra le labbra smunte, e il suono della voce esce roco e flebile.

Un altro refolo e il senso angosciante di quel lamento si perderebbe tra i tendaggi dei balconi nel vicoletto. L’eco delle parole non sarebbe in grado di ritornare al suo padrone. L’uomo, smilzo fino all’inverosimile, cammina su gambe rigide, a passi lenti e pesanti, stanchi. Senza aver preso la sigaretta offerta da Giacomo s’allontana, sussurrando parole.

Lo fa da sempre, da quando i due erano adolescenti, e nulla è cambiato in quell’uomo.

Il tempo ha marcato la mano, ma Wish è rimasto al suo odiato paesino, con quella voglia di scappare, mai sopita, mai realizzata, è rimasto allo stato di quel suo soprannome.

Vorrei.

C’è chi va e c’è chi resta.

Giacomo se n’è andato, Antonio è rimasto lì.

Giacomo avrebbe voluto andarsene completamente, eppure si sente più legato di quanto Antonio immagini.

Se abbandoni un luogo, se lasci dietro le spalle una persona lo fai per sempre. Non c’è, né dovrebbe esserci tira e molla nell’abbandono. Una scelta radicale senza ritorno, eppure lo scrittore è tornato.

A casa.

Pavese diceva che una paese ci vuole, almeno per poterci tornare. Una radice che non si spezza, un’identità che ci permette di riconoscerci, almeno a noi stessi. Talvolta di fronte allo specchio ammiriamo i disastri del tempo, uno scultore maldestro, che sbaglia forme e male calibra il colpo di scalpello. Solca profondi segni, stravolge le armonie della giovinezza. E ci avvizzisce.

E ci sentiamo nudi e soli.

Lì, in una camera di motel d’infimo ordine, tra tovaglie sporcate da sperma altrui, e rossetti di momentanee puttane ritornate a sobrie casalinghe. Giacomo ha viaggiato con la consapevolezza che non sarebbe ritornato a casa un giorno. Adesso, invece, che ripercorre i passi della sua giovinezza, attraverso le parole e gli occhi del vecchio amico, avverte una sensazione d’intimo fastidio.

Ha ceduto.

Ha ceduto alla morbosità del ritorno.

L’idea di scorgere i volti della sua vita in quel villaggio che lasciò d’improvviso per sfuggire, come un ragazzetto, al dolore di un amore stupidamente nato e mai corrisposto. Sapeva bene di non essersene andato in cerca di fama e fortuna. Vana gloria che accompagna i defunti.

Aveva scelto di sentirsi vivo, e il fardello di due occhi che ti incrociano il cammino, senza che tu possa toccarli, baciarli, accarezzarli. quando li ritrovi un passo oltre, gli aveva annebbiato i pensieri, fiaccato le idee. Se ne era andato, mostrando tutta la sua fragilità, e ancor più fragile si sentiva adesso, sulla strada del ritorno.

Cosa era venuto a cercare?

Cosa sperava d’incontrare?

Forse lei?

Ma chi era lei, cos’era diventata?

L’avrebbe riconosciuta?

I primi tempi di un futile successo, come un bambino fiero delle sue pubblicazioni le aveva spedito dei plichi. Dentro v’erano i suoi romanzi dedicati esclusivamente a lei, in maniera struggente, alla maniera dei poeti romantici che tanto aveva apprezzato da adolescente.

Inconsapevole d’esser rimasto tale si piegava alla sua estrema fragilità del non saper dare un taglio netto al passato. Inutile dire che quei plichi ritornavano puntualmente al mittente. E lui se ne stava a contemplarli, li apriva e leggeva più e più volte la dedica, poi li gettava nel camino della piccola pensione romana in cui s’era andato a nascondere.

Scendeva in strada nel freddo capitolino che mai t’intorpidisce del tutto, e svoltato l’angolo entrava nel solito emporio di alcolici. L’unico che lo vedesse assiduo frequentatore, e prendeva la solita bottiglia di Jack Daniel’s. L’arrotolava dentro un foglio di carta e prima di uscire si scorgeva in un piccolo e sporco specchio laterale nelle sembianze del vecchio Brasino.

Ritornava mestamente in camera, sotto lo sguardo inquisitorio della donna che gestiva quella catapecchia e, poi risalito su, si scolava la bottiglia.

Talvolta piangeva.

Si piegava sullo sterno come a volersi soffocare. Cercava di soffocare i ricordi e quelle tristi melanconie che, pur trovandosi lontano da casa miglia e miglia, continuavano a bussare presso la sua mente, e non c’era verso di scacciarle.

In qualche modo riuscivano a insinuarsi dentro, i ricordi, e le sfumature degli occhi, e il tono di voce, figlio di un’eco lontana, che esplodeva come il fragore di una bomba atomica dentro quella celletta.

Certe volte rideva.

Rideva di quel suo stato patetico che riusciva a considerare ma non a cancellare con la ragione. Non c’entrava nulla la razionalità. In quelle occasioni prendeva il sopravvento il sussulto che dalle viscere gli saliva fino in gola come un rigurgito. E s’attaccava al cesso.

Qualche altra volta riscendeva giù, a notte inoltrata.

La porta della camera da letto della donna era sempre aperta. Aperta per lui. In un tempo lontano s’erano scambiati effusioni che nulla avevano di un amore sincero, ma soltanto incontro di due solitudini. Lei con un vissuto alle spalle intenso, aveva già seppellito mariti e amanti e allontanato agli occhi un paio di figli che s’era rifiutata di mantenere. Lui giovane laureato, senza arte né parte, collaborava presso alcune riviste pseudo-letterarie, scriveva versi mai pubblicati, e alcune storie che piano piano, come il muso di un delfino che sta per essere partorito, iniziavano a venire alla luce.

S’incontravano di notte, trattenendo il rantolo di un piacere rubato al tedio, senza baci, senza denaro, senza sorrisi. All’atto della penetrazione se ne restavano distanti, due corpi separati. Nessuno riusciva realmente a nascondersi nelle braccia dell’altro.

Intimamente perduti nelle loro storie passate spingevano il tempo avanti.

Dopo quell’iniezione di adrenalina, dopo aver scaricato le tossine di una bottiglia scolata d’un sorso, dopo aver provato a cedere ad altri il peso di una giornata mai bevuta del tutto, Giacomo se ne ritornava in camera sua, davanti una scalcinata Olivetti Valentine, rosso fuoco, un giocattolino sui cui tasti picchiava la rabbia repressa, provando a mettere in fila parole che avrebbe voluto dire allora.

Le parole non dette nascondono la forza della speranza, l’illusione di poterle in qualche modo dire nella giusta occasione, quelle dette perdono la loro carica, e disperdono il significato al vento.

Era un periodo della sua vita in cui credeva nel peso delle parole, le pensava, le sceglieva con cura, la maggior parte le abbandonava sulla via del racconto.

Di un racconto che scriveva perché incapace di viverlo.