Suonavamo Bene - Episodio 10 - Winter Blues

Col passare del tempo il nostro box diventò una sorta di fenomeno sociale. Centrale per un'intera comunità di ragazzi che, inconsapevolmente, ruotava attorno a noi.

V'assicuro che era una sensazione piacevole.

E venne il momento della prima esibizione, in realtà della prima esibizione su un luogo che non fosse l'umido capanno.

Giunse Ettore entusiasticamente a dirci che era riuscito a scritturarci, sì, disse proprio quella parola: scritturarci.

Aveva procurato un ingaggio per la festa del liceo che da lì a qualche settimana si sarebbe svolta nel cine-teatro.

Johnny non ne voleva sapere.

«No, non se ne parla.»

«Come no? » - dissi.

«No! Semplice.» - tagliò corto.

Mario e Sax rimanevano silenziosi e divertiti ad ascoltare. Sembravano esser già consapevoli della assurda dissertazione sulla musica che stavamo per intraprendere.

Ettore impacciato osservava il tutto profondamente convinto che lo stessimo prendendo per il culo.

«E allora che stiamo a farci qui? » - gli domandai.

«Suoniamo.»

«Questo lo so, me ne rendo conto, so che mi ci vuole un po' di tempo per comprendere le cose, ma da qualche anno ho capito che vengo qui i fine settimana per suonare, in fondo mi ci hai portato tu.»

«Non fare il saccente sarcastico del cazzo, per quanto mi riguarda potete cercarvi un altro chitarrista! » - disse perentorio.

«Non ti capisco, non capisco proprio dove vuoi andare a parare. Non credo che ci sia paura o timidezza, non sei il tipo, perché di ostini a fare il cazzone, per il gusto di farlo o cosa? »

«Sarò pure cazzone per il resto del tempo, ma non adesso, credimi. Il fatto è che quella che sta qua dentro è la nostra musica. Qualcosa che ci appartiene, e non mi va di portarla in giro.»

«Ma tutta la gente che si raccoglie ad ascoltarci volta per volta? Se fossi coerente avresti dovuto rifiutarti di suonare in presenza di estranei.»

«Non è questo il punto? »

Interruppe Mario sempre più divertito rivolgendosi a Johnny.

«E qual è allora questo punto? »

«Ma' la verità è che non mi va di esibirmi, nel senso di salire su un palchetto e atteggiarmi a non so cosa.» - rispose.

«L'abbiamo già fatto, se ricordi bene. Quando s'è presentato questo clown qui, quando s'è arrogato il diritto d'ssere la nostra voce. Ci siamo atteggiati, e non m'è parso che ti trovassi a disagio.» - sussurrò sempre più ironico Mario.

«Avevamo bevuto.»

«Be’, nessuno ci vieta di farlo ancora. Di nuovo.» - S'inserì anche Sax.

«Ragazzi non fraintendetemi è che non...»

«Abbiamo suonato abbastanza per noi, anzi voi molto più di me. L'avete messa su proprio voi questa pazzia, io mi ci sono ritrovato ma il treno era lanciato, m'è parsa una buona corsa, soprattutto non ne vedevo la direzione, ecco perché sono saltato su. Non è questione d'averci bevuto su o altro. Johnny la bellezza delle cose, se c'è in fondo, la possiamo gustare soltanto nel momento in cui la condividiamo. Sul fatto dell'sibizione non preoccupartene, sta a me. Come dice Mario io sono il clown, io mi dimenerò sul palco. Mi piace, t'assicuro e non mi sento affatto ridicolo. Lo sarei se lo facessi qui, ma non su un palco. Per pur piccolo che sia, anche all'Astro lo farò. Anzi ti confesso che non aspetto altro. Dovremo prima o poi trovarci sotto il fuoco incrociato di sguardi poco amichevoli. Per quanto possiamo continuare a intrattenere i nostri amici in questo che sembra un bivacco? Il desiderio di fuga di cui m'hai sempre parlato dov'è andato a finire? L'hai già scordato, o non è mai esistito? Credo a vederti reagire così, che non sia davvero mai esistito. Io ho voglia di condividere il nostro lavoro, ho voglia di mostrarlo, non volermene, ma è quello che penso.»

Le parole di Sax lasciarono una scia di silenzio che dopo qualche istante fu cancellata dal sorriso di Johnny.

«Cazzo, cazzo! E io che pensavo d'avere la mia musica, soltanto per me, soltanto per noi. Non è una sensazione grandiosa quella di sapere, di essere coscienti, che tu, soltanto tu stai ad ascoltare della musica che gli altri non conosceranno mai? »

«A me pare un'idea da minatizi, più che altro» - dissi.

«Non comprendi la potenza della solitudine caro il mio bassista, non riesci a comprenderne la forza deflagrante.» - replicò atteggiandosi a grande oratore Johnny.

«Anche la solitudine può essere condivisa, anzi dovrebbe esserlo. La nostra musica per te racchiude la potenza della solitudine, per me il divertimento dell'sibizione, per gli altri nasconderà ben altro. A ciascuno il suo. Considera che è la stessa, sulla stessa musica, sulle stesse note viaggiamo per giungere insieme, partendo da luoghi differenti, viaggiando per strade personali che difficilmente riusciremo a condividere. Il piacere, morboso quasi, lo dobbiamo scorgere nella possibilità di provarci. Provare a condividere la nostra bellezza, il nostro egocentrismo, la nostra solitudine. Johnny tutto tornerà a noi per quello che è stato, ma avremo viaggiato verso il ritorno, l'avremo fatto. Avremo provato a muoverci. Ecco mi sembra una buona conclusione alle tue masturbazioni celebrali. Muoviamoci.» - concluse Sax.

Aveva indossato la maschera del motivatore. Era riuscito a mettere in fila una serie di banalità sconcertanti, ma che dette con quel tono, in quel momento e a noi, quasi-uomini, finirono per risuonare come dolci campane rivoluzionarie, e noi eravamo pronti, volevamo sparare, in qualche modo, verso un obiettivo non propriamente identificato, come spesso si usa fare nelle guerre fantoccio che stanno tra le colonne di cronaca estera.

Applaudimmo come ragazzini, soddisfatti.

Era quello che ciascuno di noi provava, anche Johnny con quel suo tentativo conservativo di opposizione, ma non riuscivamo a dirlo.

Sax era lo nostra voce, non per niente.

Lo era stata anche in quell'occasione, eravamo convinti.

Ettore si diede da fare per organizzare la situazione, s'ra auto-promosso a manager della band.

D'altra parte chi avrebbe potuto farlo, e soprattutto chi avrebbe voluto? Era perfetto in quel ruolo e ancor di più se ne dimostrò all'altezza successivamente.

Il debutto avvenne qualche settimana dopo la nostra conversazione estetica di basso profilo.

Era il 5 novembre del 1974.

Al mattino, di primo mattino, cosa insolita per le nostre giovani abitudini da lupi mannari ci ritrovammo al box. Dopo che Johnny aprì, entrammo uno per volta in una processione laica e sonnacchiosa e come in una sincronia ideale rimanemmo fermi alcuni istanti a guardare quel mondo che da lì a qualche minuto si sarebbe sguarnito dei suoi, dei nostri, gioiellini.

Stavamo per montarne la corazza fuori, stavamo per costruire il nostro castello altrove.

Caricammo la strumentazione sul furgoncino che il padre di Ettore usava per i suoi commerci e via verso il palchetto del teatrino comunale, sede istituzionale di recite e varie manifestazioni culturali - avvenimenti che, messi insieme nel corso dell’anno, non riuscivano a riempire una pagina stropicciata nella sezione spettacoli del nostri villaggio.

Scaricammo tutto, imprecando per le dita schiacciate e per i gradini traditori che infingardamente erano pronti a scaraventarci in fondo alla scala con gli amplificatori.

Nonostante le carenze strutturali di quella vecchia costruzione uscimmo incolumi, o quasi, dall'operazione trasporto strumenti, e dopo averli disposti disordinatamente sul palco ci accingemmo, dopo una rinfrescante seduta alcolica, a disporli al meglio.

Procedemmo con calma, con estrema calma.

Poco prima di mezzogiorno avevamo dato una parvenza di serietà alla scena. Le armi erano pronte a sparare. Le avevamo preparate.

La potenza di fuoco sarebbe stata senza precedenti.

Ritornammo alle nostre case, per un pranzo emozionato, pronti a immergerci per la rifinitura nella luce fioca pomeridiana del teatro. Ci sentivamo in piena trance agonistica.

Johnny aveva ragione dalla sua, non era affatto la stessa cosa suonar fuori.

Anche se eravamo a qualche centinaio di metri di distanza in linea d'aria dal nostro rifugio, ci scorgevamo nudi, spogli di qualcosa. Le pareti che settimanalmente ci proteggevano dal temporale o dai raggi di sole eccessivamente invadenti non nascondevano più la nostra timidezza.

Che c'ra.

Soltanto qualche scarica d'adrenalina avrebbe potuto tenere a freno quella strana emozione.

Ritornammo sui nostri passi a pomeriggio inoltrato.

Il sole aveva già da tempo salutato le colline, e la valle era ricaduta nel suo abituale silenzio.

Alla spicciolata entrammo nel cine-teatro.

Accompagnati dalle nostre sigarette, quasi tutti.

Ettore copriva i pensieri dietro i soliti occhiali e la pipa fumante. Mario non aveva che le sue bacchettine. Eravamo sobri da far schifo. Non poteva andar così. Ci guardammo e simultaneamente ci riversammo fuori verso il bar in fondo alla strada per un cicchetto ben augurante.

Dopo aver effettuato un rapido fondino, ne facemmo un altro, e un altro ancora.

Il giro era concluso.

La band si componeva di sei elementi.

Ettore e la nostra mascotte Antonio ne erano parte integrante. Altrettanti furono i giri di Four Roses.

Sì, adesso eravamo pronti per il sound-check.

Ritornammo al palco. Imbracciammo le armi pronti alla messa a punto del motore della nostra Ferrari, quando un sinistro stonck fece saltare la corrente elettrica.

La sala piomba nell'oscurità e noi nel più profondo sconforto.

Johnny tira dal taschino il suo inseparabile zippo e l'accende, poi col sorriso del cazzo che lo contraddistingue ci passa in rassegna tutti e tre e con la voce camuffata sospira.

«È la maledizione del capanno, da millenni si racconta che chi entra in quel luogo non potrà mai più abbandonarlo, non da vivo. Vi avevo avvertito, ecco le mie rimostranze, non volevo confidarvelo. Ve la siete cercata. Siete musici ambulanti, ops morti ambulanti rassegnatevi cari miei compagni.»

«Johnny sonoramente vai a fare in culo! Vediamo un po' di capire che cazzo è successo.»

«A me più che maledizione mi pare sfiga.»

«E la sfiga del capanno... Nessuno è immune.»

«Ma toglimi sto lampione dagli occhi e muoviti, vuoi vedere il nostro cervellotico assessore non ha pagato la bolletta.»

Dal fondo della sala s'avvicina uno degli studenti organizzatori rispettoso e quasi imbarazzato dell'imprevisto - come avesse a che fare con delle star - S'avvicina dunque e con fare impacciato ci dice che c'è stato un corto, basterà un quarto d'ora e poi tutto come prima. Si scusa ancora e poi con la coda tra le gambe fa retromarcia e raggiunge gli altri. Be’, speranzosi torniamo dietro le quinte sempre illuminati dal cicerone che dritto dritto ci conduce verso l'amato ristoro custodito dal nostro alcolizzato Caronte.

Un anfratto scovato tra la porta del cesso in disuso e qualche dinoccolato camerino che un tempo servì davvero agli artisti.

Oltre alla compagnia di egregi dilettanti del paese, il nostro cine-teatro, nella sua storia ricca di vicende e aneddoti, aprì le braccia ad artisti che in tournée per l'isola si ritrovarono anche da queste parti, portando in scena scalcinati allestimenti di Amleto, rappresentazioni surreali e grottesche di Pirandello ed esperimenti mal riusciti di teatro d'avanguardia. Eppure riuscivano a fare il pienone volta per volta, qualsiasi cosa mettessero in scena la gente accorreva.

In fondo il paese aveva bisogno d'vadere, simulando, ricreando attraverso gesti e parole nuove mondi e contesti rinnovati. Il piccolo villaggio disteso su un pendio amava il teatro, avendo tra i suoi non numerosi abitanti un potenziale di personaggi e storie incredibile, voleva ascoltare raccontandosi.

Col passare degli anni e il passar delle mode quest'amore antico s'è assopito, scivolando via nell'anfratto dei ricordi smarriti.

Verso la fine degli anni sessanta la compagnia stabile del teatro chiuse i battenti per i noti tragici fatti e con il triste ricordo dell'attore morente, corroso dalle fiamme impietose sul palco, svanì la magia del teatro.

Non era più tempo per rigurgiti teatrali.

In quell'anfratto c'ra un giovane del tutto andato, in preda a deliri d'bbrezza, sdraiato sul pavimento, riverso sulla cassa di vino che aveva da sé portato, senza avvertirci, e che da sé stava finendo di trangugiare.

«Be’? E allora? Gli amici non si aspettano più? »

«Mentre gli artisti si esibiscono illuminati dalla luce dei riflettori chi organizza rimane dietro le quinte.»

«Ad alcolizzarsi! »

«A voi l'onore a me l'onere dell'alcol! »

«È già andato! »

«Certo guarda qui che arsenale s'è fatto fuori? »

«Cazzo tre bottiglie e da solo! »

«Bisogna recuperare, beviamo! »

Il quarto d'ora diventò miracolosamente più d'un ora e mezza giusto il tempo per scolarci la cassa di vino. Pronti a riversarla sul palco.

Alla fine, d’improvviso, com’era svanita la corrente elettrica così tornò.

In fretta e furia organizzammo un claudicante soundcheck e poi pronti e carichi di vino fino al midollo, con i giri di whisky che ci rombavano dentro, suonammo.

Sentivamo d'avere una carica da panzer tedeschi pronti all'assalto.

Che spettacolo!

Alla fine della nostra esibizione, come fosse stata una corsa sull'rba bagnata a perdere il fiato, grondanti di sudore scendemmo dal palchetto.

Chi con le proprie gambe in un estremo gesto eroico, chi sorretto a braccio dagli amici.

Avevamo combattuto una battaglia estenuante guidati dal nostro signore blues e segnavamo una resa incondizionata agli effetti dell'alcol trangugiato senza ritegno.

Alcuni intimi amici ci dissero «non male», altri più alla lontana sussurravano «scarsi da morire», i nostri detrattori (non so se ci fossero in realtà, ma m'ro paranoicamente convinto d'averne) fischiarono e urlarono di tutto.

Così mi parve.

Gli organizzatori, forse in forma consolatoria (erano le mie paranoie che leggevano gli avvenimenti sul momento e li mettevano in un ordine razionale, per quanta ragione il mio cervello alleggerito dal troppo bere poteva esprimere in quelle condizioni) ci dissero che era da un bel po' che la festa liceale non era movimentata a tal punto.

Almeno avevamo fatto qualcosa.

Purché se ne parli diceva il filosofo.

Eppure nel profondo sapevamo davvero come era andata, oltre l'bbrezza che guidava i passi verso il ritorno, soltanto noi sapevamo come era andata, ed era andata male, proprio male, da schifo, merda.

Avevamo bevuto di continuo, alle nove e mezzo, poco prima d'iniziare, stavamo già in piedi a malapena.

Johnny riuscì a spezzare quattro corde durante la serata, tre le aveva portate precauzionalmente, fino alla quarta non si era spinto e la quarta mancò. Mario scheggiò le bacchette, io scivolai per terra, Sax vomitò sul palco, fu una esibizione sui generis. Questo il risicato resoconto del nostro primo concerto.

Smontammo soccorsi dagli amici, e ritornammo con le pezze al culo a casa.

Durante il viaggio di ritorno ci guardammo ripetutamente negli occhi ma erano troppo spenti perché ciascuno di noi potesse vedere realmente qualcosa.

Ad ogni modo tutto non sembrò perduto.

Qualche giorno dopo...

Viene da me Johnny in preda al delirio più folle e urlandomi contro parole incomprensibili m'abbraccia e mi stringe, provo a staccarlo, appiccicoso com'è, e a fatica lo scaravento a terra.

«Ma che cazzo fai? Che ti prende? Ti sei fottuto il cervello? »

«Abbiamo spaccato! » - mi continua a urlare in faccia - «Abbiamo spaccato.»

«La testa ecco cosa t'hanno spaccato, la testa.»

«Zitto e fammi parlare» - e mi trascina con sé per terra - «Ho visto i tipi del circolo, quegli intellettualoidi di sinistra come li chiami tu.»

«Jo' stai bestemmiando o non te ne rendi conto? »

«Sccccchhh, lo so, lo so, loro sono compagni, e anch'io sono un compagno, ma era per farti piacere, comunque sia ascoltami, vedo due di questi, uno è il figlio del dottore Allegri, quello ne capisce un fottio di musica, e non delle cazzate della Rai, quello che ascoltano tua madre o la mia, quei tipi lì, quello in particolare segue roba seria, Stockhausen perfino m'ha detto.»

«Stochi? »

«Boh... e che ne so, Don Brasino ce lo avrebbe detto, lo conosceva di sicuro, che so... sarà qualche pezzo grosso, il figlio del dottore, Saverio, ne parlava con enfasi.»

«Qualche bluesman americano? Di nicchia di certo, quelli ascoltano soltanto musica di nicchia.»

«Probabile... comunque... il tipo, Saverio... viene, con l'altro a fianco e mi dice, 'complimenti', senti, senti, proprio così, mi dice 'complimenti, ho saputo della vostra performance' ... ha detto performance, capisci? »

«Sì, sì Johnny meno enfasi, che cazzo t'ha detto quel carcarazzo? »

«Minchia ci avevo pensato pure io, si veste di nero, ma un nero...»

«Ok, che più nero non si può, pare Calimero, piccolo e nero.»

«Sì, sì, ma va' a cacare va'. Comunque mi fa 'complimenti, avremmo intenzione di organizzare una festa, al cinema', mi fa', 'sarà una cosa non solo politica vogliamo coinvolgere parecchia gente e a quanto mi dicono voi avete un seguito nutrito'.»

«E poi? »

«E poi, e poi... niente, mi ha detto 'vi teniamo in considerazione'.»

«Ma dello spettacolo... di come abbiamo suonato che t'ha detto? »

«M'ha fatto i complimenti.»

«E basta? »

«Veramente lui, anzi loro, nemmeno hanno messo dentro al teatro per un minuto il faccino. Gliel'hanno detto.»

«Minchia come il telefono senza fili? »

«Che ce ne fotte! Andiamoci a fare una bella canna musico! »

«A quanto sei arrivato oggi? »

«Mai abbastanza, mai abbastanza. »