Suonavamo Bene - Episodio 9 - With a little help from my friends
- Castelbuono,
- Cultura,
- Massimiliano Città
Il capanno in quel tempo si riduceva a vista d'occhio, diventava sempre più piccolo.
Se avessimo avuto idee imprenditoriali avremmo potuto farci la cresta. Biglietti d’ingresso a poche lire e il gioco è fatto.
Venivamo ripagati comunque.
Vagonate di birre sempre fresche e scivolose prese poco prima all’emporio e sigarette scroccate a gogò potevano considerarsi un equa ricompensa per i nostri spettacoli d’essai.
Amici e amici d'amici e conoscenti raccattati qua e là, come nella più classica delle catene di san'Antonio, venivano in processione, pomeriggio dopo pomeriggio, ad assistere alle prove, si scherzava e si beveva in compagnia.
Nei ritagli di tempo, tra una dissertazione arguta su chi avrebbe vinto lo scudetto quell’anno o la solita conversazione accesa politicamente - che per la maggior parte delle occasioni si concludeva con un sonoro «Vaffanculo! » in risposta al perentorio «Tu non capisci un cazzo di niente! » e varie slinguazzate stratificate agli angoli del capanno, intrattenevamo il nostro pubblico appassionato diffondendo nella vallata il virus del blues.
C’era da perderci il conto.
Della gente, dico.
Ne sbucava volta per volta di diversa, d'ogni tipo.
Personaggi d’ogni sorta, e tra questi...
Un signore, sui quaranta all'epoca, magrolino da contargli le ossa, col pizzetto curato e lo sguardo allegro. Amava la musica, visceralmente, si lamentava di continuo di non esser musicale, diceva proprio così, di non esser musicale.
Imprecava, bestemmiava perfino quel dio che non gli aveva dato il fuoco della musica.
Era un tipo davvero originale, ultimo esponente della nobiltà paesana decaduta da decenni, non aveva nemmeno la più pallida idea di cosa fosse un lavoro, dunque impegnava la sua giornata in cose che agli occhi dei suoi compaesani apparivano inutili e futili.
Arte e pensiero.
Per cui in giro era conosciuto come 'u sfacinnatu.
Che lo fosse o no, amava la musica, e del suo amore ci parlò a lungo coinvolgendoci ancor di più.
Una sera ce lo ritrovammo tra strumenti, amplificatori e bottiglie di birra e cicche di sigarette spente da tempo, perché Bohème non è stata mai il massimo della pulizia.
Entrò sorridendo con un sacchetto tra le mani, un sacchetto di carta, di quelli in cui i panettieri infilano il pane quotidiano. Invece del pane, quel sacchetto, conteneva una bottiglia del vino di sua produzione.
«Picciutteddi! Chistu è pi vuatri. L'ati assaggiari. U fici ia.» - tirò il tappo di plastica e dopo aver bevuto a cannarozzo passò la bottiglia a Mario - «’Nca mica è veleno, vivi, vivi, arricriati e duoppu dimmi si ti piaciu.» - Mario bevve come invitava a far il tipo stralunato, poi a turno passò la bottiglia a giro, fino a riportarla nelle mani del proprietario - «Avà, ora putiti sunari, a sintutu diri ca va spirugghiati, fatimi assentiri.»
Ci guardammo divertiti e dopo un primo istante d'imbarazzo iniziammo a suonare i pezzi che credevamo più nelle nostre corde.
Il tipo ascoltava.
Impegnato a suonare non distoglievo comunque lo sguardo dal suo, che non dava alcun segnale, fosse d'approvazione o di repulsione.
Suonammo un tre-quattro pezzi, alla fine dei quali il tizio, don Brasino, ci fece cenno con la mano destra di allentare. Poi, stringendo le labbra, pronunciò un semplice ma significativo suono.
«Nciù.»
Che tradotto letteralmente vorrebbe significare non ci siamo, ma a tradurlo si perde del tutto la forza espressiva di questa onomatopea.
«Allavancati siti, carusi, troppo allavancati. Vi manca dinamica, 'un si capiu 'na minchia, parramuni chiari. Dinamica, dinamica» - eccitato urlava muovendo le mani per aria - «aviti visto mai un direttore d'orchestra, di musica classica? Secunnu vuatri la bacchetta chi servi a scacciari i muschi? E i volteggi su coreografie? Nossignore! Dinamiche, detta dinamiche 'ddra bacchettina. 'U diretturi indica dinamiche ai musicanti, chistu vi manca.»
Il nostro musicologo ci spiegò dettagliatamente in cosa eravamo carenti, passo dopo passo, e da quel giorno venne a trovarci tutte le settimane, portando con sé nuove bottiglie e rinnovati consigli musicali, ma a detta sua non ne volevamo sentire.
« 'A musica è prima di tuttu ascutari, principiatamente ascutari e pua, e pua, sunari. C'un sapi ascutari 'un po' sunari, né campari beddri mei. 'Un vi l'ati a scurdari sti paroli, pi capiri ’u munnu e ’a musica ati a sapiri ascutari.»
Diede un seguito a questa affermazione perentoria. Oltre la solita bottiglia di vino uscì fuori dal cilindro un giradischi portatile con il quale continuò le sue lezioni d'interpretazione musicale, e sul quale ci fece scoprire mondi sonori a noi sconosciuti.
Una sera silenziosamente entrò nel capanno senza l'inseparabile bottiglia che volta per volta non mancava di regalare.
Si avvicinò al suo solito posto, sedette lentamente e, continuando in quei gesti che apparivano parte integrante di un arcaico rituale, mise sul suo grammofono un disco.
Ascoltammo senza fiatare.
Quando la musica finì ci guardò e disse «Bird, Lover man».
Si alzò e come era venuto se ne andò.
Avevamo ascoltato uno dei capolavori di Charlie Parker.
E non servivano parole.
Un altro episodio che ci colpì particolarmente avvenne quando, dopo averci ascoltato nella nostra performance tirata, rimase a fissarci con un sorrisetto malizioso. Dopo qualche attimo si mise in piedi e gesticolando per l'angusto spazio del capanno iniziò un serrato monologo. Era in grado d’intrattenere un’intera platea per un tempo indefinito, da giovane era stato uno dei fondatori della piccola compagnia teatrale, poi aveva abbandonato tutto richiudendosi in se stesso.
Ma non aveva perduto l’arte dell’orazione, nel tono, nell’uso appropriato delle parole seguite a gesti espressivi, recitava giorno dopo giorno la sua parte.
La parte che aveva deciso d’interpretare.
«Immaginate. Provate ad immaginare. La piazza del castello piena zeppa di persone che giungono da ogni dove. Niente automobili parcheggiate, né saracinesche abbassate ad incupire quella meraviglia. Immaginate un grandissimo telone che copra l'obbrobrio di eternit, e sedie in fila come nei migliori teatri. E poi, il brusio della gente, e i musicisti che accordano gli strumenti, e un attimo di silenzio. Solamente un attimo e poi l'esplosione del suono, della vita. Dunque la musica, su un palco. Un palchetto che ossequiosamente omaggia il nostro castello, la nostra città. Di una musica non comune, che non piaccia né debba piacere a tutti, a tanti. Qualcosa che coinvolga tutta un'intera comunità, che la svegli dal torpore, che la porti lì, nella piazza. A partecipare. Piciutteddri, la musica partecipazione è. Immaginate una cosa del genere. Non mastodontica, di portata gigantesca, ma a misura d'uomo. Come devono essere tutte le cose degli uomini. Anche Dio lo è. Dio è a misura d'uomo.»
«Ma ogni tanto qualcuno lo dimentica Don Brasi', e ci ritroviamo qualche coglione che credere d'essere dio.»
«... e poi mi pare difficile da realizzare, quello che lei dice, una sorta di festival che coinvolga tutta la comunità, o almeno una parte, qui? »
«Io mica dissi di realizzarlo, dissi immaginate, picciutteddri, immaginate. Il resto viene da sé. Per chi ha forza e volontà di toccare con mano i proprio pensieri.»
In quella serata particolare vennero ad ascoltarci due vecchi amici, uno con l’immancabile sciarpa attorcigliata al collo, il cappellino ultimo grido orientato sulle ventitré e lo sguardo proiettato oltre gli eventi contingenti, l’altro col ricordo dei suoi riccioli tagliati dal tempo, ascoltarono a fondo le nostre performance e con ancor più attenzione le parole del vecchio pazzo, e un sorriso beffardo li accompagnò quando ci salutarono.
Forse si stavano preparando in cuor loro a dar forma all’idea.
Don Brasino senza che ce ne rendessimo conto forgiò il nostro stile musicale e ben altro. Non sapeva suonare per nulla ma aveva affinato a tal punto l'arte dell'ascolto da riuscire a trasmetterne i segreti.
Si presentava puntuale due volte a settimana, dicevo, imbracciava la sua seggiola di legno pieghevole, che conduceva fin laggiù da casa, e dopo averci consegnato la benzina che avrebbe messo in movimento il nostro motore, sedeva placido, e tra una sigaretta e l'altra ascoltava.
E interrompeva.
Qua va messo questo e là quell’altro.
Col passar del tempo le interruzioni e le correzioni diminuirono, stavamo imparando ad ascoltare, ad ascoltarci.
Dopo un paio d'anni di assidue frequentazioni e utili consigli, mancò al solito appuntamento del venerdì. Non venne a trovarci lasciando l’angolo, che avevamo consacrato alla sua presenza da direttore, nudo e silenzioso.
Pensammo avrà da fare...
Provammo come sempre, ormai riuscivamo a correggerci da noi, e sbaraccammo a tarda sera, come era tipico per le serate invernali.
Al mattino seguente mia madre mi strappò le coperte di dosso - era l'unica maniera per farmi alzare - e, dopo essere riuscito a mettermi dritto sul pavimento, con gli occhi appiccicati mi portai in cucina sbattendo dolorosamente l'alluce nell'anta della porta.
Come un automa sedetti al mio solito posto e iniziai a inzuppare i biscotti nel latte, che ormai era divenuto tiepido.
Distrattamente dopo qualche biscotto ridotto in poltiglia incrociai lo sguardo di mia madre, che non sorrideva come sempre.
«Che hai? »
«Nenti, nenti...»
«Hai una faccia ma'! »
«È... è... ca' muriu don Brasinu...»
«Cosa? »
«Sì, sì, don Brasiunu, antura mu dissi a za' Ciccina di ca 'nfacciu.»
«Quando? Come? »
«Ajeri a matina, ci pigliau un corpu.»
«Cazzo! »
«Ancora! ! ! Ancora cu sti parulazzi, quanti voti ti l'a diri, e chi si carusazzu? Ma, ma capisco, gioia, affezionati eravate, stranu era don Brasinu, ma bravu chistianu.»
Morì che non era mattino, nell'immensa casa vuota che accoglieva le sue bizzarre elucubrazioni e dischi e libri e scartoffie che nel corso degli anni aveva accatastato disordinatamente lungo le pareti scarne della sua abitazione.
L'infarto lo colse lasciandolo muto una volta per tutte.
Se ne andò in silenzio, senza salutare.
Qualche giorno dopo scrivemmo un pezzo, una lunga suite strumentale - Sax non era ancora all'orizzonte - che suonavamo soltanto per noi, nei momenti di malinconia, quando l'angolo di fronte l'ntrata del box ci appariva miseramente freddo e triste e senza voce.
Lo intitolammo Dynamic blues.
Avevamo per la prima volta generato della musica, la nostra musica.