Suonavamo Bene - Episodio 8 - Innocent when you dream

In un’atmosfera surreale i due vecchi amici rimangono quasi sospesi, come le parole che vorrebbero dirsi, o trovare, forse, rimestando nel profondo delle loro anime. E forse, forse non sarebbero nuove, non potrebbero aggiungere nulla a quello che è stato.

«Quel blues che ha portato con sé? »

«Ho smesso coi ricordi.»

«Ne sei certo Giacomì? »

«Provo a farlo.»

«Non è nella natura degli uomini dimenticare.»

 

Io, Giovanni, Sax ed infine il piccolo Mario. Piccolo si fa per dire, già a quattordici anni pesava ottanta chili e rotti.

Agile come una gazzella a dispetto del peso, portava il suo grasso a spasso con grande noncuranza, un signore. Di contro era imbranato con le ragazze, impacciato e scuola, inesistente nello sport, eppure bastava mettergli in mano due asticine qualsiasi, plastica, legno e metallo che fosse, e dal silenzio creava la musica. Dallo scoccare inerme di un orologio a pendolo tirava fuori il ritmo di un sincopato blues, forse dio non esiste ma lui dietro una batteria si ci avvicinava, e molto.

La sua era una storia comune. Niente da raccontare sulla famigliola, lungi dall’esser soggetta a possibili romanzesche vicende, nessun amore traviato che avrebbe potuto sconvolgerne la crescita, nulla che lo turbasse profondamente nell’animo, tanto da farne un genio o un despota, un reietto o un superuomo. Figlio di lavoratori, che con gli anni avevano assunto una buona posizione economica nel paese, era l’unico del gruppo che avesse scelto la musica per quello che era, per la sua essenza musicale, per un’energia che lo pervadeva in ogni gesto, e si ritrovava ad ogni angolo della sua vita.

Non aveva bisogno di fuggire alla banalità quotidiana, il suo essere scorreva a tempo, e lui ne decideva il ritmo.

Iniziammo per scherzo, a perditempo.

Un pomeriggio assolato di un strano, caldo inverno, Johnny mi portò con sé nel capanno di Enzo, lo zio paterno. Un casolare ai margini del paesino che accoglieva le nostre rincorse a perdere. Una costruzione su un piano dalle finestre unte e dalla porta scricchiolante. Pieno di cianfrusaglie d'ogni tipo sparse qua e là.

Mi condusse quasi per mano lungo una stradina scoscesa, dove la natura faceva il proprio corso senza che l'ombra dell'uomo avesse scavato, asfaltato, costruito.

Nulla.

Niente di niente, eccetto quello scricchiolante capanno e oltre, dall'altra parte della trazzera, l'abitazione di una cara vecchietta. Lontano dai rumori cittadini e dai rombi di automobili che con velocità crescente invadevano le nostre strade.

Entrammo nella polvere.

«È ora di dargli una ripulita, avanti rimboccati le mani, questo che vedi sarà il nostro studio, la nostra sala prove.»

Rimasi lì, fermo sulla porta, inebetito, almeno per qualche minuto fin quando mi afferrò per la giubba scaraventandomi dentro.

«Allora ti muovi? », urlò.

«Ma che sala prove, studio, ma di chi? », risposi.

«La nostra, la nostra. Invece di passare le serate a gironzolare con mezze birre tra le mani per il corso ecco cosa dobbiamo fare. Musica! Il rimedio. Lo senti questo cazzo di silenzio? », continuando ad urlare mi guardava come un ossesso, «Lo senti? ! ? Mi soffoca, mi distrugge, mi annienta, lentamente. Non voglio pensare, non voglio essere più solo con me stesso, voglio rumore, caos, musica, ecco quello che voglio! MUSICA! », concluse scandendo il termine lettera per lettera.

«Se a malapena tieni in mano una chitarra, chi vuoi far ridere in giro? E poi io! Io? I miei m'hanno spedito per quattro giorni dalla zitella, quella tua orrenda cugina, per qualche lezione di piano. E sai cosa ha detto a mia madre, sai cosa? «Signora suo figlio, mi spiace dirlo, non c'è portato... » e lo ha ripetuto più volte fino a farmi sentire un deficiente ritardato «sì, non c'è proprio portato per la musica. » Ecco cosa ha detto tua cugina, pace all'anima sua.»

Allora come impazzito, e ancor'oggi a distanza di trent'anni credo avesse fumato, e di brutto, mi afferrò per il braccio e mi gettò per terra, poi sputacchiandomi in faccia parole e saliva mi disse farfugliando qualcosa del genere.

«Ecco! Lì sta il punto, pace all'anima sua, guardati indietro e dici, be’, potevo farlo. Sì, allora caro mio sei bello che morto, stecchito. Sì, pace all'anima sua.»

«Ma... ? »

«Niente ma! Non voglio essere un morto ambulante, non voglio silenzio attorno. Musica ai suonatori. Amico mio io voglio suonare.»

Da questo sfogo esistenziale di un quindicenne, che non sapeva di certo quel che diceva, nacque un duo senza nome, il nostro gruppo musicale.

La prima volta che uscimmo al mondo fu nel '74, nell'inverno del millenovecentosettantaquattro, sissignori, in occasione della festa scolastica d'inaugurazione dell'anno liceale. Eravamo rimasti chiusi in quel capanno per ben cinque anni. Il pomeriggio in cui Johnny mi condusse in mezzo alla polvere era di novembre, il novembre del 1969.

Entrammo nei giorni in cui Lucio Battisti iniziava a far sentir di sé, invadendo con la sua musica tutti i juke-box. A qualche oceano di distanza migliaia di persone s'rano riversate quell'state nel raduno simbolo di una generazione, senza che pioggia e fango avessero minimamente scalfito la nuova idea di libertà che veniva fuori dalla musica, una musica che fermentava sempre più, e noi dal canto nostro radunavamo quattro cianfrusaglie per ricreare nel piccolo capanno di Enzo una piccola rinnovata Woodstock.

Ne uscimmo cinque anni dopo, cinque lunghissimi, interminabili anni. Rivoluzioni di costume e di culture nuove ci avevano appena sfiorato, avevano intaccato i nostri cervelli adolescenti scaraventando novità dentro quel rustico capanno, rifugio e oasi, prigione e tormento.

Cinque anni passati dentro noi stessi per uscire fuori consapevolmente, per quanto si possa uscire fuori consapevoli da sé stessi.

Il capanno d'nzo, un piccolo e scricchiolante magazzino. Per molto tempo è stato gran parte di me, di noi. Forse di più, più davvero, è stato tutto quel che ho avuto, tutto quel che ho sentito mio nel profondo.

Contenitori d'uova, da tempo covate, appiccicati alla bene e meglio lungo le pareti e spugna. Strati di spugna avvolgevano le fragili braccia di quella vecchia costruzione, tappeti rubati qua e là a completare un variopinto pavimento. E poi, manifesti d'ogni tipo affissi sugli strati di compensato che avevamo apposto ai lati, sagomandoli pazientemente per pomeriggi interi affinché combaciassero con gli angoli mal squadrati del capanno.

E sopratutto ore ed ore passate a provare e riprovare. Iniziammo con qualche semplice giro di blues in mi maggiore. Johnny che, come per ogni impresa nella quale si cimentava, voleva essere completamente padrone della materia in questione, era riuscito a recuperare un numero spropositato di manuali d'armonia e scale blues. E riviste specializzate in materia. Articoli su articoli riguardanti chitarre e accordature e roba del genere che io sfogliai a malapena. Johnny li divorava.

Farfugliava dei padri del Delta, quasi fosse una nuova setta da seguire, si riempiva le labbra di vino e Robert Johnson, di imprecazioni per l’amplificatore gracchiante che non gli dava il suono caldo che avrebbe voluto e raccontava storie surreali di un tale, Skip James, che avevano riportato in vita da un ospedale per segnare una delle più importanti date della storia del blues. 1964 Newport, diceva. Senza avere gran cognizione di causa sul dove e quando fosse avvenuta davvero la storia. Johnny, l’anima blues del villaggio, cadenzava ed io andavo a modo mio dietro.

Questo il succo della storia, la nostra.

Pian piano iniziò a piacermi il gioco e quando il gioco ti piace allora si che tiri fuori il meglio di te. Chitarra basso, chitarra solista e voce. Un duo alla Simon ’n Garfunkel, perché in fin dei conti avevo una bella voce, almeno cosi pareva a noi due. O meglio, diciamo che nonostante le esperienze canore di Johnny in giro per matrimoni, dei due ero il più intonato, questo si può affermare tutt'ora. Sì, credo di sì, è parecchio vicino alla realtà dei fatti. Il duo proseguì lungo una strada lastricata da scale e armonie standard, andando avanti per un po' in questa serrata e affiatata formazione.

La musica scandiva la nostra quotidianità e ricordo che là dentro, dentro quel bugigattolo, organizzammo il più bel capodanno della nostra adolescenza, dove per la prima volta assaggiai il sapore delicato di una fanciulla, come dimenticare...

Ragazzi e ragazze a decine, costipati in angusti spazi, un eccitante fuoco acceso qualche passo fuori dalla porta e un pentolone che attende impaziente i suoi spaghetti e piattini che svolazzano qua e là, così come le nostre gambe piegate dalla forza del vino. Restai sulle ginocchia per alcuni giorni, vidi di che colore erano i miei succhi gastrici e non mi piacquero affatto. Qualche tempo dopo quella meravigliosa festicciola cooptammo Mario, a dir la verità non ricordo bene neanche come. Erano trascorsi appena pochi mesi, eppure la musica, la nostra musica aveva subito delle mutazioni non reversibili.

Il 1970 fu un'catombe per noi.

I Beatles di punto in bianco, senza chiedere permesso a nessuno, si prendono la briga di separarsi, così. Lou Reed abbandona i Velvet, Janis Joplin ci lascia le penne e Jimi lascia nel silenzio assordante un'intera generazione e noi ... noi?

Noi prendiamo un batterista, pure cicciottello.

Un pomeriggio, e d'improvviso il nostro studio divenne all’improvviso angusto.

La mole di Mario e il suo strumento limitarono e di molto gli spazi.

Ricordo ancora come il nome del grande compositore tedesco che mio nonno adorava troneggiasse al centro della candida cassa.

Ludwing.

Era una Red Sparkle, fiammeggiante.

Mogano brillante, doppio strato, un gioiello.

Montava un rullante da far rizzare i capelli e la cassa tuonava come fosse voce degli dei. E aveva percussioni che a quanto ricordo non usò mai, ma le aveva, e poi, vari bongo e l'immancabile charleston e piatti vari d'ogni misura, guai a sfiorarli anche con le dita, s'incazzava come una belva.

Il gioco a quel punto si fece più interessante. Si notò subito che il complessino aveva fatto una salto di qualità o come dicevamo noi, facendo infuriare Mario, «ci voleva qualcuno che tenesse il tempo, certo come metronomo è ingombrante, altroché, ma in fin dei conti può andare.»

Nonostante gli sfottò sapevamo che Mario era il ritmo. Il nostro ritmo vitale, scandiva il battito dei pomeriggi insieme, e provava a regolare i nostri affanni adolescenziali. L'affiatamento tra il mio scalcinato basso e la chitarra pittoresca di Johnny, decorata all'inverosimile, non soffrì affatto di gelosia, anzi, la batteria si inserì dolcemente e, senza fatica o stanchezza, i pomeriggi iniziali si trasformarono in nottate non stop di jam session blues, col beneplacito della signora Pina, la docile e rassegnata vecchietta che abitava il casolare a ridosso del capanno.

E che a pensar bene fu la nostra prima fan, se così si può dire.

Un pomeriggio di tempesta, nel bel mezzo di una pausa musicale farcita da fumo e birra, sentimmo bussare al capanno. Paranoiche paure ci portarono a nascondere tutto il corpo del reato, cartine, filtrini e rimasugli d'rba, dentro l'amplificatore di Johnny, e velocemente mi prontai ad aprire le due finestrelle, nonostante fossimo nel pieno di un temporale, per far stemperare l'aria. All'nnesimo toc toc, Mario lentamente, come ogni suo fare, s’alzò per andare ad aprire e con nostra sorpresa (immaginavamo già di sbattere il muso contro l'appuntato Caserta e il suo giovane e rompicoglioni ausiliario pel di carota) ci ritrovammo all'uscio, coperta da un'sile cerata turchese, la za' Pina che aveva attraversato la trazzera fangosa sotto la pioggia, lei ultrasettantenne, per portarci un thermos di caffè latte e una vassoio di cosi chini, odiosi dolci ripieni di marmellata di zucca.

«Avanti... avanti, fatimi trasiri picciutteddri musicanti, fatimi trasiri ca chiovi... e chissi su' pi vuantri,» - con fare allegro ci riempì di dolci e rimbrotti - « mi raccumanno e circati di fari menu tarilla 'a sira. Certi voti mancu a telivisioni arrinesciu a séntiri, di quanta tarilla cuminati. Pigliàti ca! Chisti li fici io, buoni su, cosi chini frischi frischi... e ca c'è u cafè cu tanticchia di latti, e lassàti apertu, puru ca chiovi, chi ’u fumo annorva. Ma quantu fumati? Accussi picciriddi! Ci l'ha diri a to ma Giova' quanno a 'ncocciu 'o mircatu, siti ancora picciriddi e tutti sti sicaretti vi fannu dannu...» - poi facendosi rapidamente il segno della croce sussurrò - «Me maritu scatarrivava da matina a sira e sapiti comu ci finiu.»

A dir la verità non sapevamo come fosse andata al marito della signora Pina ma accettammo con piacere la merenda della simpatica vecchina che, da perfetto cavaliere, m'incaricai di scortare fino alla porta della sua cucina sostenendola per il braccio tremante e nascondendo la sua esile cerata turchese sotto al grande ombrello multicolore della band.

Sono stati anni intensi, di vita e musica quelli. Anni trascorsi a provare e riprovare, accordi, melodie, ritmiche, timbri particolari. Anni passati, a provarci. Nel vivere. Sempre lì, tra la valle e la cittadina che quieta, ci ascoltava.

Finché venne il tempo dell'università.

I giovani adolescenti crescevano in fretta, male forse, ma in fretta, e ben presto si accorsero di essere diventati quasi uomini e agli uomini, anche ai quasi-uomini, si sa, non è permesso giocare.

S'ra giunti al 1973.

Un anno ricco di nascite, e nuove avventure che avrebbero accompagnato i nostri passi, magari da lontano. Spesso da molto lontano, ma non tanto da non poterli sostenere, e perché no, talvolta anche guidare quei passi.

Nel nostro piccolo eravamo innocenti, innocenti perché sognatori, come avrebbero cantato in seguito dall’altra parte dell’oceano.

Il millenovecentosettantatre!

L’anno in cui la voce roca dell'America iniziava a rantolare tra whisky e corse a perdere, sputtanando l’ipocrita perbenismo, la famiglia tranquilla e solidale, il sogno che si frantuma ad ogni svoltar d’angolo delle grandi periferie metropolitane. Celebrava papponi e puttane, anime perse e disperate, s’illudeva, accompagnandosi ad un pianoforte o alla chitarra potentemente elettrificata, che nella loro disperazione quei caratteri avrebbero potuto salvarci dal silenzio sociale nel quale l’occidente stava pericolosamente scivolando.

1973!

Che anno!

L'anno in cui due dei nostri songwriters preferiti mettevano il loro muso di fronte ad un microfono colpendo duro allo stomaco con le loro melodie cariche d'nergia ed emarginazione.

Qualche oceano più in là, dunque, un tipo bizzarro dalla camminata perennemente sbronza gracchiava al piano le sue storie di disperata emarginazione, mentre un ragazzo tarchiato col fisico da scaricatore di porto, imbracciata un chitarra incandescente e indossati un paio di jeans stracciati, iniziava la sua forsennata corsa.

Era nato per quello, per correre, cantava in un urlo liberatorio.

Il '73 fu anche l'anno in cui la voce più disimpegnata della storia della musica rock, la più bistrattata, la più sottovalutata, e forse per tutto questo e altro ancora la più bella, veniva fuori portata dal vento, ovunque soffiasse. Fu in quell'anno che maestosamente si regalò al mondo, da parte mia l'ascoltai qualche tempo dopo, entrò nel mio cervello per non uscirne mai più. E tutto questo ben di dio veniva fuori dal suono di un amplesso cosmico e ci pervadeva fin dentro le ossa.

Quello era il nostro 1973.

E fu il nostro primo anno universitario.

Un anno sabbatico per il gruppo. I viaggi settimanali nella confusa città palermitana, le lezioni, gli esami andati a farsi fottere e quant'altro ci allontanarono progressivamente dal nostro paradiso perduto, dal nostro sogno.

C’erano impegni da rispettare e scadenze alle quali attenersi, c’era un insieme di cose cui far fronte e non eravamo abituati. Vivevamo nella bambagia delle nostre abitudini. Chi ritrovandosi in situazioni più complicate, certo, chi d’altra parte galleggiando allegramente tra i pasticcini di nonna e la paghetta settimanale. Quello stato di cose ci permetteva di trascorrere i pomeriggi chiusi a strombazzare musica senza che il mondo fuori potesse distoglierci dal nostro incedere. Giusto la lontananza dal paradiso, da quella sorta di mondo interiore sgretolò la nostra forza, la forza di saper rimanere insieme a suonare musica.

Eravamo distanti nemmeno centochilometri, ma sufficienti a farci abbandonare il tempo che ci aveva tenuto insieme.

Eppure tutto succede per caso o almeno credo.

Be’, infondo qualcuno è stramaledettamente convinto che ogni cosa accada perché predestinata, perché già scritta, da chi o cosa non importa, il problema sta nelle diverse interpretazioni di quella scrittura spesso così indecifrabile, come se a metter dietro le quattro semplici parole che compongono l'sistenza di noi uomini sia stato un bimbo affetto da dislessia.

Da molte parti si sente affermare perentoriamente che tutto è scritto, qualcuno ne è profondamente convinto.

Sarà ...

Per quanto ci si affanni quotidianamente, cercando d'imbastire alla bene e meglio una concreta e compiuta trama delle nostre azioni, non siamo che il risultato di incontri non programmati. Tuttavia non importa.

Accade ...

Accade che un anno, un anno intero, un insieme di trecentosessantacinque giorni scivoli via, senza lasciar traccia alcuna. Nessuna fotografia nella memoria, nulla che possa dirsi vissuto, reale. Un anno in cui le euforie mentali mischiate a molteplici e confuse aspettative erano riuscite a spegnere la nostra musica. Senza una ragione precisa, una scelta, una rottura. Tacitamente e in silenzio, il capanno era rimasto mestamente muto, lontano. Ma le nostre voci no. Si accavallavano, rincorrendosi in nottate interminabili. Bolge alcoliche.

C'ravamo distratti.

Probabilmente avevamo scelto di farlo, nell'inconscio. Non si spiegava altrimenti l'aver abbandonato la nostra amante, rifugio e conforto di angosce e mutamenti.

Quella stagione dal settantatré al settantaquattro, oltre ad aver chiuso il grande teatro cittadino per renderlo conforme a chissà cosa, aveva chiuso il nostro blues dentro il capanno di Enzo.

A raccoglier polvere e umida tristezza.

Ma non ce ne curavamo, avevamo ben altro cui far fronte. E le nostre tossine scaricavano a velocità doppia, senza riff in testa ma con l'splosione di pulsioni mai sopite. Sfogavamo la nostra rabbia su oggetti vivi e più malleabili. Eppure qualcosa mancava, ma non volevamo ammetterlo, non ce ne sarebbe stato il tempo. Tuttavia non importa, un anno di distrazioni era più che sufficiente. Da qualche parte nella nostra testa iniziavamo a sentirne il richiamo. E nelle notti insonni, a cercar di rimettere dritte le nostre gambe spezzate dagli eccessi, sentivamo delle voci.

Certo forse c'ravamo ridotti male, talmente male da sentir voci, ma nessuno ci girava intorno, e credevamo d'sser troppo giovani per aver fantasmi ingombranti da allontanare. Quel richiamo da qualsiasi fottuta parte venisse, noi lo sentivamo. Ciascuno a suo modo, nella propria testa, con un timbro differente, volta per volta. E ci guardavamo accennando qualche sorriso.

Silenziosamente attendevamo in preda agli eventi la miccia che avrebbe rimesso in moto il nostro motore. Eppure nessuno fu capace di prendere l'iniziativa da sé. Il tempo ci rese schiavi di una attesa grottesca fino a quando...

Accadde una sera all'inizio del secondo anno che i vecchi tre moschettieri si ritrovassero tutti riuniti in una scampagnata presso una graziosa villetta sulla strada per Mondello. Accadde che, tra carni arrosto e fumi d'altro tipo, saltarono fuori alcuni strumenti e gira che ti rigira ci finirono per le mani. Forse tutto è predestinato o forse accade. Era quello che in fondo volevamo. Lo attendevamo da trecentosessantacinque giorni.

Iniziammo subito, la festa in fin dei conti per noi finì lì. Da quel punto prese il via qualcosa di più eccitante, iniziò un viaggio, il nostro personalissimo viaggio dentro le pulsioni di un’amante ritrovata.

Accordammo alla bene e meglio.

Mario imprecava come un turco, la batteria che aveva sotto il culo, diceva, non era buona neanche per il bambino che vuole rompere i coglioni ai suoi. Comunque iniziammo, c'ra uno dei primi amplificatori Marshall giunto lì, diceva la tipa, direttamente dall’Inghilterra via mare, capriccio del padre in gita. E un paio di microfoni.

Il padre di Teresa, la ragazza tutto pepe che aveva organizzato la festicciola, tra una partita a tennis e una a bridge con gli amici americani, si dilettava di musica e aveva messo su un piccolo e modesto complessino jazz. C'ra perfino una tromba gettata per terra, e lì rimase tristemente silenziosa tutta la notte.

Un pezzo degli Stones schitarrato a dovere da Johnny Richards Battaglia aprì il concerto. Non ero al meglio di certo, la mia voce vacillava, gracchiava pure. Niente. Un po' di birra per gradire e per sturare ma proprio no, non riuscivo. Fu allora che saltò fuori dal cilindro proprio come un coniglio zampettando per l'aiuola Sax. L'avevamo già notato durante la festa atteggiarsi e civettare con le ragazze, anche lì era uno spettacolo.

Mai però quanto con un microfono in mano.

Lo afferrò strappandolo letteralmente alla giraffa, mi si avvicinò con un sorriso beffardo e sornione, sussurandomi all'orecchio, «riposati un po' che ti do il cambio», poi rivolgendosi a Johnny, «qualcosa degli Zeppelin siete in grado di strimpellarlo? »

Un affronto chiedere gli Zeppelin a Johnny Richards Page Battaglia - che s’era inciso quelle iniziali sulla sua Les Paul di quarta mano, acquistata da uno spilorcio rigattiere Cefaludese, molto prima dell’avvento di SRV. Erano il nostro mondo, litigavamo su tutto, dio, donne, calcio, ma gli Zeppelin no! Fu così che iniziò la nostra cavalcata verso il paradiso, o come la definì tempo dopo Sax, la zampettata sul prato del puttanone. Avevamo trovato la voce, anzi qualcosa di più.

Accennammo qualche giro di cappelli e poi di colpo, dopo le prime battute laceranti di Since I've Been Loving You, esplose un suono distorto e dolorante che mai prima d'allora avevo ascoltato. Continuammo improvvisando sul momento, inventando parole, accordi e canzoni all'impronta. Fu la miccia che aspettavamo venisse accesa, fu la notte in cui nacque una band. Come il sogno dei bambini, l’idea stessa del sogno che si realizza nella mente, dal momento in cui ci si rende consapevoli di potere sognare. In qualche modo. Avevamo un sogno. A quel punto nessuno avrebbe potuto togliercelo. Fino in fondo. Avevamo ritrovato l’amante perduta, per distrazione forse, o per pigrizia. Credevamo di averla ritrovata, credevamo di amarla davvero una volta riascoltata, per questo pensavamo di averla ritrovata, di aver ritrovato la nostra musica. Eravamo ancora quasi-uomini, dunque credevamo.

Al terzetto, anzi prima che entrasse Mario, sì ricordo, al duo, per me e Johnny insomma, scelsi il nome. Battezzai quell'sperimento musicale di due adolescenti semisfigati con una semplice parola: Bohème. Puntai i piedi sulla scelta del nome allora, su quello come non mi accadde, né mi accade, fui intransigente. Johnny aveva avanzato delle proposte irricevibili, quali i fisioterapisti, da tradurre in inglese, secondo lui avrebbe dato un tocco più internazionale al tutto o l'italiano i pisellini odorosi. Rifiutai con sdegno. Ricordavo che da bambino feci un sogno: suonavo in un grande complesso rock e questo si chiamava Bohème. Forse ero troppo influenzato dalla storia dei Beatles, ma dentro tenni fermo quel proposito. Certo non diventai famoso più di Gesù Cristo (non provai fino in fondo a esserlo come avrebbe detto Sax. Chissà, avrei potuto riuscirvi con un po' d'impegno, ma la pigrizia mi pervade e stancamente smuove i miei passi ancora oggi).

Bohème, dunque, la nostra ritrovata creatura in un prato snob palermitano, sarebbe andata avanti, si organizzò la situazione come accade per una grande produzione casereccia. Tutto in casa, appunto, la mia.

I fine settimana si trasformarono in full immersion rhythm ’n blues.

Sax diventò il fratello che non avevo mai avuto. Dormiva, mangiava, pisciava con me. Diventò la mia ombra. Fece ciò che io per legge divina non avevo neanche osato pensare. Scopò quella che a detta di tutti era la ragazza più bella del paese. Mia sorella. Ed io entrai sul più bello, come si dice, ma per loro. Se avete una sorella da qualche parte v'assicuro che non è certo un'attraente sensazione. Litigammo per principio e per ripicca e per orgoglio e onore (il mio, così dicevo allora). Non avevo mai picchiato qualcuno, picchiai, senza cattiveria né a ben vedere ragione, ma picchiai. Non le avevo prese mai da qualcuno (sono di stazza robusta e assai robusto ero allora). Le presi (perché nel profondo non ero in grado di sferrare con precisione i miei colpi sul volto di un fratello). Un amico non fa certe cose, un amico si confida e non t'incula, bla, bla, bla, bla. Passò qualche settimana, vidi per la prima volta piangere sul serio e non per capricci mia sorella che veniva in camera mia ad implorarmi di perdonarlo.

I miei naturalmente rimasero all'oscuro di tutto.

Vidi per l'unica volta gli occhi fissi di Sax, non si muovevano come sempre impazziti alla ricerca di un colore che non c'è, mi guardavano immobili, muti, spenti. A vent'anni per la prima volta capii che dopotutto le parole non dicono nulla, servono soltanto a mascherare quello che vuoi davvero comunicare. Perciò comunicare è difficile, lo facciamo a parole. A vent'anni vidi mio padre piangere sulla mia spalla la morte del padre, a vent'anni e qualche settimana di troppo perdonai Sax.

Che ritornò a scopare, ma altrove.