Suonavamo Bene - Episodio 7 - Summertime
- Castelbuono,
- Cultura,
- Massimiliano Città
Nessun’anima in pena per le strade, il sole picchia, e stringe le sue dita invisibili sulla gola, e spinge e mozza il fiato e i pensieri.
«Quel si minore tenuto all’infinito lo ricordi ancora? »
«Mi strapazza le orecchie a pensarci, e fa male, fa molto male sapere che ha smesso di risuonare così presto.»
«Adesso viaggia e scrive saggi sul viaggio. Il nostro disperato eccellente, molto più di te caro il mio scrittore. Come dici tu, il viaggio è proprio dei disperati.»
«Non sempre.»
«Dici? »
Sandro - che si portava addosso il soprannome di «Sax» di cui mai volle spiegarci il perché - lo incontrammo più tardi, negli anni caotici di rincorse universitarie verso progetti che mai riuscimmo a portare a termine.
Aveva occhi chiari color del mare, ed un bagliore sinistro e inquieto che emanava dalle pupille in continuo movimento. Adorava i paradisi artificiali e non lo nascondeva affatto. E non era studente né osava sporcarsi le mani con miseri lavoretti. E forse era un bel giovane, sano e forte, di appena vent'anni, ma non si curava nemmeno di quello.
Era libero, enfatico fino al parossismo, rasentava una macchiettistica banalità in ogni parola che metteva appresso. Aveva il vezzo di definire le cose, era il suo rifugio. Chi nelle parole, chi nelle pagine scritte o in attesa d'sser macchiate da inchiostro inconcludente, chi nel blues, e lui, lui nelle definizioni.
Dunque era libero.
Questo diceva di sé, come se l'sser libero potesse essere una professione, o uno status civile, tutti ci sentivamo liberi, e qui stava la differenza, noi sentivamo d'sserlo, lui lo era.
O così faceva credere.
Smilzo ma ben piantato di corporatura, dai fluenti capelli castani che gli sfioravano appena i glutei e i baffetti che richiamavano il look dei moschettieri, si muoveva con fare elegante e gentile, senza per questo apparire effeminato, anzi, riusciva suo malgrado ad essere circondato da un numero impressionante di fanciulle, e in questo le suonava di gran lunga al nostro Johnny Gable.
Sax, un tizio davvero strano, a tal punto da risultare affascinante senza che se ne comprendesse il perché. Eppure così lontano dal nostro comune modo di essere, vivere e soprattutto di abbigliarsi.
Vestiva a cazzo, e non sto' esagerando per niente.
Bisognerebbe fantasticare sugli accoppiamenti più stravaganti, perfino brutti nelle loro combinazioni, privi di qualsiasi linea di sobrietà, per giungere a rivederlo nei suoi costumi. Avendo solamente una chiara idea di cosa possa essere il cattivo gusto si potrà ben inquadrare l'assortimento di abbigliamenti di Sandro Damiani.
Jeans stracciati, o strettissimi pantaloni di pelle nera, pullover improbabili, e sciarpe d'ogni tipo, camice attillatissime dai colori urlanti per sguardi che invocavano pietà e quant'altro potesse dare nell'occhio, lui l'indossava.
Aveva già ben compreso che l'apparire sostanziava l'ssere di questa modernità, l'aveva capito allora, prima di tutti noi, prima di molti.
Costruiva molto bene la sua immagine.
«Qualsiasi cosa io faccia la gente valuterà. E lo farà a modo proprio, dunque se mi comporto come dici tu, sobriamente, la gente interpreterà certamente in maniera diversa da quello che vorrebbe essere la mia idea, ergo: io sarò tutt'altro che sobrio.»
Era un grande esibizionista che amava pavoneggiarsi delle sue letture e conoscenze - «vorrei poter somigliare a Alësa Karamazov, ma mi accorgo d'ssere soltanto un comune Dimitrij», diceva come fosse quotidianità il conoscere quei caratteri - un buon giovane con lampi di spiazzante generosità, ma esibizionista fino al midollo e come tale spesso arrogante e di certo profondamente egocentrico.
Molto pieno di sé. Arrivò a considerarsi, al culmine di un delirio blasfemo, dio, e non aveva bevuto niente. Ciò nonostante non ho sentito ancora fino ad oggi una voce simile alla sua, un vibrato e un'stensione così potente, da pelle d'oca.
D'altra parte la radio non passa la nostra musica, né mai potrà accadere, e di tutto quel che è stato non rimane traccia alcuna, a parte queste pagine, che per quanto io riesca ad impegnarmi non potranno mai far risuonare le nostre voci. La sua.
«Un violino non a braccio, ma conficcato a forza e con dolore nella mia squallida gola» - questo diceva con fare teatrale e retorico della sua voce - «eppure vedete trangugio di tutto, bevo e respiro di tutto. Verrà un tempo in cui ogni cosa, quello che ho bevuto e fumato e mangiato e mancato di ricordare si ribellerà saltando fuori e scalpitando sotto forma di sputo e sangue, ma non è questo il tempo, ancora. Beviamo! »
Teatrale lo era in ogni gesto e respiro che consumava. Proveniva da una famiglia agiata, aristocratico borghese del palermitano. Uno di quei ceppi di cui senti la puzza di nobiltà a miglia di distanza. Eppure non lo faceva notare né pesare. Be’, aveva soldi, e quanti ne voleva e di certo non si faceva problemi. Nessun lavoro né studio specifico.
«Mi nutro di letterature» era un altro enfatico motto del suo vivere.
Andava spesso a teatro o alla sala concerti ad assistere all'sibizione di questo o quello, talvolta ci invitava ma ben presto capì che non era verso, fin quando almeno uscì per un po' dal suo mondo ovattato ed iniziò controvoglia a fare il paraculo: riusciva volta per volta a trovare biglietti gratuiti per qualsiasi spettacolo.
E il gruppo partiva per le sere teatrali.
Eravamo imbevuti d'bbrezza quello si, ma talvolta ci accompagnavamo ad un tocco d'intellettualismo, che non guasta mai.
Sax era il prototipo del tipo lunatico, dal fare movimentato e il più delle volte incongruente.
Presente sera dopo sera, parlava, beveva, fumava con noi ma mai che lo avessi visto realmente partecipe e coinvolto in quel che si faceva. Quando qualche fortunato riusciva a scorgere il suo sguardo, che fosse solo per un istante, allora e soltanto allora, in quell'attimo si poteva cogliere la reale natura indolente del ragazzo.
Non gliene fotteva niente.
Di nulla.
Avremmo potuto prospettargli un viaggio solo andata per la luna, o meraviglie del genere, e lui non avrebbe battuto ciglio, mentre passeggiando per viali di campagna si soffermava per ore, piegato sulle sue ginocchia tornite, a guardare le formiche a lavoro, o il volo isterico di una farfalla.
Probabilmente fu l'unico artista del gruppo, quello con l'animo più turbato e traviato, che in fin dei conti Johnny pensava troppo a divertirsi, era troppo empirico come egli stesso si definiva, abbandonava subito qualsiasi progetto, la fulminante idea, che fino ad un secondo prima gli era parsa sbalorditiva, per andare dietro ad una che gliela faceva annusare.
Il giorno e la notte, creativi entrambi ma da diverse direzioni.
Johnny lavorava dietro le quinte, arrangiava i pezzi, scriveva gran parte delle musiche e poi sul palco si defilava, lasciando tutto lo spazio a Sax, il nostro frontman, che si calava perfettamente nel ruolo di prima donna come fosse stato al pari di un Plant o un Mercury, senza peraltro scimmiottarne le caratteristiche movenze.
Era semplicemente un attore, un attore con una voce non comune, era la maschera, il parafulmine, a lui l'onere, il vino addosso delle prime esibizioni, gli insulti e gli sfottò, a lui l'onore di quella notte dell'state del '77 mai dimenticata.
Ma andiamo con ordine.
E in questa sorta di introduzione al nostro breve e serrato concerto vado a completare la composizione della band.
Mi seguano lorsiori...