Suonavamo Bene - Episodio 6 - My father’s eyes
- Castelbuono,
- Cultura,
- Massimiliano Città
All'epoca dell'università, al tempo in cui feci amicizia con Ettore, alcuni attori di questa vicenda li conoscevo già. Altri li avrei incrociati qualche passo oltre il mio, per intraprendere un cammino che difficilmente potrei dimenticare.
Eppure accade, di dimenticare, dico.
Per una paura, una paura tutta mia, simile a quella tipica angoscia che caratterizzava Ettore nella sua mania di trascrittore d’eventi, mi nascondo anch'io. Provo a nascondermi in qualche pagina, in queste pagine, consegnando a loro un tratto del respiro intenso della mia esistenza.
Scrivo e illudo me stesso.
Scrivo pensando di poter custodire i ricordi, e mi vedo distratto a smarrire qualche dettaglio, a sfuocare i volti nello stress di una memoria mal funzionante.
Testimonio a me stesso quello che sono stato, quello che ho vissuto. E forse, più naturalmente testimonio a chi non c’era, a chi non ha vissuto quell’avventura insieme a noi.
Testimonio e ritorno al passato.
Dunque, alcuni attori di questa messa in scena mi erano noti. E da tempo. Giovanni da una vita. Avevamo fatto le elementari, le medie, il liceo, tutto insieme. Avevamo tracannato quegli anni d’un sorso, c’eravamo ritrovati ancora insieme, lì, post-adolescenti, mezzi uomini, frustrazioni in divenire. Il mio inseparabile compagno abitava ad uno sputo da casa di nonna Agata. A qualche metro di distanza dal mio intimo rifugio viveva la sua famiglia, in una piccola costruzione su tre piani, per una stanza e mezza a piano, e l'angusta scala che conduceva fino alla camera che divideva con la sorella.
Ogni pomeriggio, con la scusa della merenda genuina, creata con le sapienti, vecchie, ma robuste mani di nonna, mi precipitavo in quel piccolo cortiletto, afferravo il mio dolce e subito mi fiondavo al portoncino numero 17, qualche passo più in là.
Suonavo il campanello ripetutamente fin quando dal balcone si sporgeva, volta dopo volta, una rassegnata ma dolce figura che sorridendo strillava, «Sta' scinnennu, sta' scinnennu! Arriva! Un sunari cchiù ca ’ncanti u campanellu! »
Era la signora Lina, madre di Giovanni, per tutti da quando aveva sei anni o giù di lì, Johnny; sua madre, la prima donna della quale mi innamorai, il mio vero amore perduto. Così ogni santo pomeriggio, almeno nei primi tempi. Quando bambini inquieti girovagavamo per le viuzze. Durante i passi iniziali del nostro cammino andava sempre a finire che le nostre strade s'incrociassero, di continuo.
Scorrazzavamo per le strade del paese in cerca di chissà cosa.
Eravamo bambini.
Ogni angolo avrebbe potuto sorprenderci, ogni vicolo avrebbe potuto nascondere il nostro peggior incubo. Ma avevamo coraggio e non ci tiravamo indietro. Affrontavamo qualsiasi ombra, anche di giorno. E Johnny di ombre da combattere ne aveva tante, molte più di me.
Il suo fare a scatti, a tratti realmente isterico lo mostrava instabile, come profondamente era, nulla che perdurasse in lui più del volgere della notte, bastava un’alba nuova per fargli dimenticare l'affronto subito o l'idea geniale che avrebbe stravolto il mondo.
Trascorsero gli anni e le attese si facevano più lunghe, Johnny faceva il fighetto, si pettinava e s'imbellettava al meglio, diventò uno scopatore da guinness dei primati, ero contento di conoscerlo, in fin dei conti me ne passava qualcuna, ogni tanto.
Era un tipo che si dava da fare eccome.
Dalle donne al vino, dalle carte al lavoro. Dove c'era da lavorare, ecco, lo trovavi lì a sbracciarsi.
A vent'anni anni era passato, indenne, attraverso qualsiasi tipo di mestiere che la piazza potesse offrire. Dal cameriere apprendista a soli undici anni, quand'io trascorrevo i miei giorni abbuffandomi con le merendine di nonna, all'aiuto meccanico nell'estate di qualche stagione dopo, accompagnato dall'inseparabile tuta logora e macchiata da chiazze d'olio sempre vive - lo ricordo ancora. E poi, le numerose volte che era stato chiamato all'impiego che più lo entusiasmava: l'intrattenitore canoro nei matrimoni. Sagre paesane in cui centinaia di cittadini, come da tradizione, erano soliti partecipare, rinfrescandosi nell'unico ristorante di paese, la grande trattoria in collina in cui nelle occasioni importanti faceva anche da cameriere.
Lavorava e sodo. Non voleva pesare per niente ai suoi. La sua famiglia era qualcosa di complesso, e bizzarra appariva ai miei occhi. I miei primi studi, tutt'affatto scientifici, sulle tipologie umane si concentrarono nell'osservazione di quei quattro personaggi, così particolarmente differenti tra loro. Dostoevskjani li avevo definiti, sol perché a quei tempi m’ero imbattuto con voluttuosa frenesia nella lettura dei grandi romanzi dello scrittore russo.
Alla dolcissima madre dal sorriso celeste, e lo sguardo candido - così mi sembrava allora e tale mantengo il ricordo di lei - faceva da contraltare il padre, un tizio da cui stare alla larga.
Alcolizzato fino all'osso, e le ossa erano tutto quel che potevi scorgere in un viso così smunto da rasentare lo scheletro, un cadavere con folti e malcurati baffi penzolanti sulle labbra sempre tumefatte. Il tipo tornava a casa sbronzo come un animale e lì incominciava ad insultare ed imprecare verso moglie e figli, non poche volte Johnny tolse letteralmente dalle smilze mani del padre la piccola sorella e la madre.
Poi, qualche anno dopo, poco prima che finissimo il liceo, si trovò il tizio sfracellato al suolo, venuto giù dritto dritto dal terzo piano. Aveva bevuto così tanto da perdere il controllo di sé sulla balconata ed era precipitato rimanendoci secco. Si parlò molto dell'episodio in paese, ci fu chi, imbevuto fino al midollo dalle vicende degli sceneggiati che all'epoca passava la RAI, insinuò l'omicidio proprio ad opera dei familiari vittime innocenti di quel tiranno, chi pensò ad un semplice incidente causato dall'eccesso di alcol e chi, più cautamente, disse che si trattava con tutta probabilità di suicidio, l'anima in pena aveva deciso di cercare requie eterna. Di certo Johnny portò a lungo con sé quel vuoto, si caricò sulle spalle il fardello della memoria di un padre ubriacone e buono a nulla, con l'angoscia che, in qualche modo o in qualche tempo a venire, avrebbe potuto ripercorrere i passi che lo avevano generato, finendo come lui.
«Io, io ritorno a casa e non so. Credimi non so ancora per quanto.»
«Per quanto cosa? »
«Per quanto potrò sostenere lo sguardo di mia madre, e poi mia sorella, dovrebbe essere allegra ne ha l'età per esserlo, dovrebbe ancora per poco ma... ma vedi, no... no. Non puoi vedere, non puoi vederlo, il suo sguardo, mia madre. Non è più quello d'un tempo, si spegne. Si sta spegnendo ogni giorno che passa e io non sono sicuro di sopportarlo ancora questo stato di cose. E non so spiegarmi, non riesco a spiegarlo a me stesso, figurarsi a te, questa sensazione, così, così strana.»
«Cosa? »
«Come dire... La gente molta gente che conosco, anzi, tutta quella che conosco a quanto mi pare di capire, ama ricordare le persone care che adesso non sono più.»
«Che c'è di strano, mi sembra naturale? »
«Sì, sì, e come... come me lo spieghi che ogni volta che il volto di mio padre mi si para davanti, senza preavviso ... non puoi immaginare ... quegli occhi che mi fissano insolenti, a qualunque ora del giorno, con il sopracciglio spaccato e gli zigomi lacerati, come lo spieghi che lo stomaco mi va in subbuglio? Ma... ma non perché non c'è più, questa è la cosa terribile, che mi crea fastidio. Non mi inquieta la sua assenza. No, no. Mi angoscia quello che è stato. Se potessi cancellerei completamente dalla mia mente ogni suo ricordo.»
«... era tuo padre Jo'...»
«Ma non l'ho scelto io. Non sono stato io a volerlo così com'ra. Così com'è finito.»