Suonavamo Bene - Episodio 6 - Back Home blues

Il sole si fa strada anche nelle viuzze del paese, s’incunea con i suoi bollenti raggi e non risparmia calore ai piccoli balconi che coronano la piazza. La giornata è particolarmente afosa. Nel loro cammino i due ritrovati amici non poche volte si sono imbattuti alla vista di anziane signore che, lentamente sui loro passi, sventagliavano con antichi ventagli, altri più sgargiatamente alla moda, altri sgarrupati e vinti dall’incuria nella loro originaria forma. Tutte intente a far vento, a cercar aria fresca.

Eppure di quella non v’era avviso per il paese.

Dal vicoletto, reso ancor più angusto dai tavolini del piccolo e caratteristico ristorante, sguscia via un gattino con qualcosa tra i denti, non si capisce bene cosa sia, un topo, forse un relitto di pesce scovato dai fusti dell’immondizia. Guardingo dà un’occhiata in giro e poi attraversa il corso e s’infila in un altro vicolo sparendo alla vista.

Antonio continua nei suoi racconti, cercando di raccordare nella memoria di Giacomo le persone che avevano conosciuto e frequentato anni prima con ciò che oggi erano diventate.

«Allora ti sembra che sia venuto il tempo di sederci? A mia mi spirugliau pitittu! Clara è a lavoro, e Pietro oggi è di festa. Fa sempre festa quando pranza da sua nonna, dunque mi hai a completa disposizione», dice Antonio indicando il vicoletto che s’è lentamente riempito di gustose fragranze.

«Bene, bene, sediamoci, d’altra parte è l’ora», risponde Giacomo dando un’occhiata all’orologio che segna l’una e mezzo.

Il posto è discreto, il sole cade a picco insinuandosi tra tende e inferriate, e insolente scivola sulle teste dei due avventori. Il cameriere si avvicina e sorpreso nota il barista. Il piccolo ristorante non è solito servire gente del luogo, particolarmente all’ora di pranzo.

C’è sempre qualcuno in casa che imbandisce la tavola.

Ricca o modesta che sia.

Sulle strade del ritorno nel meridione segui i profumi della tua cucina, sai riconoscerli.

Un luogo sicuro dentro il quale nascondere la fatica quotidiana di un lavoro difficile da mantenere. Quando si è riusciti in qualche modo a trovarlo.

Il rituale del pranzo in casa, davanti un piatto che può variare, come il più delle volte ripetersi, seduti nella stessa postura, sulla stessa sedia, puntando di sbieco il televisore che canta le notizie di giornalieri disastri. E altalenanti voci si alternano senza infastidirci nel nostro ritiro.

Abbiamo fatture da archiviare, macchine del caffè da rendere funzionali, qualche marmitta da pulire, talvolta uffici che producono anche, ma non accade sovente. Il Darfur è dall’altra parte del mare, e di terra da percorrere ce n’è abbastanza anche per gambe abituate a lunghi percorsi.

Il vicino di casa che ha sterminato nel volgere di un mattino un’intera famiglia non potrebbe essere mai un nostro vicino, i nostri sorridono sempre, o ci fanno causa per una stradella in comune che noi potremmo ma non dobbiamo utilizzare a loro dire.

I nostri vicini ci offrono il caffè o ci attendono in tribunale da almeno vent’anni.

Giacomo e Antonio danno una lettura attenta al menù. Come se stessero per affrontare una scelta decisiva per le loro esistenze. Il silenzio pervade i pensieri. Lontano giunge l’eco del tramestio di bicchieri e piatti messi in fila pronti ad esser caricati del risultato di una cucina essenziale e ruspante.

Qualche tavolino oltre, una coppia di anziani assapora il pranzo. Hanno gli volti stanchi, assolati. Vengono dal nord e non potrebbe essere altrimenti. L’uomo, sulla settantina, con occhiali scuri a celare l’anima o quello che del tempo vissuto ne rimane, indossa un paio di calzini corti bianchi, d’estate, con quaranta gradi all’ombra. Non hanno ancora scambiato parola, ma una scommessa sicura di allibratori navigati li piazzerebbe tra lande teutoniche. La donna ha occhi azzurri, diafani, oltre i quali esce fuori un fare lento. Avrà camminato tanto lungo le strade di mezza Europa. I tedeschi sono grandi camminatori, è noto. Anni prima hanno percorso tutte le vie del vecchio continente nell’intento di trasformarle in strade di casa.

Il cameriere si avvicina loro e la coppia di anziani sorride, muovendo il capo in segno di apprezzamento. Benché abbiano lasciato gran parte delle portate intatte.

Un improvviso refolo scosta le tovaglie propiziando una buffa danza nel vicoletto, alcuni tovaglioli ne prendono parte e iniziano a fluttuare nell’aria fino a depositarsi dopo un lungo e divertito svolazzare sul pavimento di ciottoli unti e sfocati dal sole.

I vecchietti non fanno caso a quella danza improvvisa e nemmeno si curano del cameriere che prova a tener calmo il tovagliato. Lo fa in silenzio, e il silenzio si sa non riesce ad ammansire. Il soffio cala d’intensità e lentamente tutto ritorna all’equilibrio originario.

Giacomo, che ha avuto riflessi pronti nel trattenere il cappello, rimane con lo sguardo rivolto verso l’alto, fissando le tende colorate dei balconi che giocano con l’aria e sbattono ad un ritmo piacevole da ascoltare contro le inferriate arrugginite dal tempo.

Qualcosa è passato dentro al vicoletto, ha costretto qualcuno a rincorrere, rinsaldare la presa per trattenere un oggetto, un essenza cara, utile, necessaria.

Il vento ha mutato il ritmo del respiro, e le cose. È passato dentro al vicoletto lasciandolo nuovamente in silenzio. Diverso da quello che è stato. Giacomo considera che il refolo è come la presenza delle donne. Attraversano le nostre esistenze cambiando gli equilibri, mutandoli, rendendoli spesso instabili, e così come sono giunte, quelle donne, così se ne vanno lasciandoci in silenzio. Lo scrittore pensa a quella non-canzone di De Andrè, che spesso gli gira per la mente. Alla voce delle due donne che alternandosi recitano pochi versi, essenziali ma così carichi di vita da esser sopportati con difficoltà. Eppure non ci sono nuvole in cielo alle due di un’afosa giornata estiva in quel paesino. E le ombre delle case, degli uomini, degli animali, delle cose stesse tardano a mostrarsi, anch’esse rifuggono la calura.

«Allora, il fottuto Johnny? »

«Va e viene. Il tempo non è riuscito a placare quell’insana inquietudine. Ma adesso si muove col sorriso. Non c’è traccia di facili entusiasmi, non potrebbe essere altrimenti. Ma a scorgere nel profondo i lineamenti del volto lo vedi, chiaro è sta lì. Johnny sorride. Ha seppellito l’incubo della memoria, finalmente è riuscito a farlo. Ritorna al paesello con cadenze regolari. Viene per le feste comandate. Tutti cambiano, il tempo ci corrode e ci modella. Chi l’avrebbe mai detto? L’anarchico a casa per natale. Eppure ritorna e sorride, carico come babbo natale di regali per i nipotini. L’anarchico aziendale. Manager d’impresa. Il tempio ci modella e ci corrompe. Eppure la sua non è stata una vita comune.»

«Quale vita lo è? »