Suonavamo Bene - Episodio 5 - Jailhouse Rock
- Castelbuono,
- Attualità,
- Massimiliano Città
Nell’estate del ’77 morì il re. Per una triste legge del contrappasso tutto quello che aveva tirato fuori nei lunghi anni trascorsi in giro per il mondo gli era tornato in gola e lì rimasto. In quella maledetta gola che s’era macchiata di nero, spegnendolo senza alcuna possibilità di ripresa.
Un umile ragazzotto della provincia americana dimenandosi come un forsennato aveva contribuito a generare una delle icone musicali del novecento.
Adesso moriva soffocato da ciò che non era riuscito a cantare.
In quella stessa estate, nella quale il ragazzo che avevano battezzato re passò a miglior vita, i critici musicali di tutto il mondo affermavano entusiasticamente che il rock si sporcava le mani.
Qualcuno urlava finalmente!
Quella musica che chiamavano rock lasciava dietro sé le paillettes e le futili superficialità, e giri triti e ritriti di basso ostinato, e quell'incedere lento verso dio sa cosa, lasciava tutto questo, dicevano, finalmente, per sporcarsi la veste. Riverniciando la facciata, come da qualche decennio faceva, a ben vedere.
Ogni dieci anni arrivava l'ingegnoso imbianchino, non importava che sembianze avesse, importava però che fosse pronto, pronto a rinfrescare il viso a quello che chiamavamo rock, pronto a rifarsi il trucco.
E stavolta aveva mescolato i colori distorcendo visioni e percezioni.
Nell'anno in cui quel rock sporcava suoni e melodie generando il punk, noi, noi in quell'anno, precisamente in quell'estate, nell'estate di quello strambo settantasette, lanciavamo vagiti di ben altra specie. Non picchiavamo sulle nostre armi musicali, cercavamo semplicemente di suonare.
E a quanto pare lo facevamo bene.
Ci ostinavamo a tenere i capelli lunghi e non pensavamo affatto di colorarli adattandoli alle nuove mode sgargianti, li tenevamo sciolti e spettinati e, così conciati, uscivamo al mondo suonando blues, da un locale all'altro. Più di venti, a partire dalla città dormiente passando radenti le falde del vulcano in tempesta, e poi all’ombra del duomo milanese, giungemmo lì, dopo un viaggio dal sapore omerico, un viaggio dentro l’anima del nostro paese stravolto da incomprensibili e pericolose incongruità.
Eravamo sulla strada, suonavamo per locali.
E dico i migliori, non certe bettole che si vedono in giro stravaccando per le strade la notte. Nulla di tutto quello. Locali con le palle, davvero.
Avevamo la musica dalla nostra parte, e se dio avesse scelto di schierarsi contro non c'avrebbe cambiato molto. Lo avremmo buttato giù, tirando d’un fiato, come accadeva con i vagoni di whisky che ci trascinavamo dietro. Sentivamo che il tempo trascorso a sudare sulle nostre speranze e tutto il resto, e le liti, e le botte a freddo, e l'abbandono, e la ripresa, e tutto quello che avevamo vissuto convinti di crescere in quei dieci anni appena, ci aveva reso uomini, forti.
Credevamo d'esserlo, e forse eravamo qualcosa di più.
Eravamo musicisti.
E suonavamo blues.
A modo nostro.
In quell'estate una ventina e passa di tizi telefonavano a ronda continua, facendo impazzire il povero e indaffarato Ettore, chiedendo di noi.
«Siamo i gestori del Pub *** di via *** abbiamo sentito parlare della vostra band e vorremmo avervi in prova almeno una sera nel nostro locale. Alcuni amici ci hanno segnalato il vostro nome... Si sente parlare in giro di voi, anche il giornale l'altro giorno, in un trafiletto appassionato riportava di un vostro spettacolo, si dice che abbiate possibilità grosse per fare il grande salto, avete contatti per una tourneè in giro per l'Italia, insomma, si dicono un po' di belle cose su di voi e noi vorremmo... Si dice che vi segua un fiume di gente... e capirai... vorremmo rilanciare questo locale... Puntiamo su di voi. Tutto pagato, trasferta pernotto, tutto pagato. Paghiamo bene la prima, nessun problema per quel che riguarda il denaro, nessuno s'è mai lamentato di come trattiamo gli artisti, e fino a qualche anno fa ne giravano eccome per il nostro locale, ecco, adesso vorremmo riprendere il ritmo, ma con qualcosa di nuovo, rinnovare, e voi siete un bel biglietto da visita a quanto si sente dire. Almeno uno spettacolo, poi si vedrà, starà a voi. Ma abbiamo sentito parlare molto, molto bene... Davvero.»
Ed Ettore appuntava. Appuntava tutto su un lurido raccoglitore dall'improbabile copertina rosella che non so da quanti anni si portava dietro. Sempre nella tasca destra del suo ingombrante giubbotto, che fosse estate o inverno, che l'indossasse o no quel capo d'abbigliamento così demodé. E a chi chiedeva «ma li senti anche tu i quaranta all'ombra? », indicando quel grottesco fardello che teneva sul braccio, lui, tranquillamente, come se il sudore che scendeva a fiumi dalle nostre fronti non fosse affar suo, rispondeva sempre alla stessa maniera: «qual è il problema? ».
Rispondeva con una domanda. Non rispondeva in fondo, come spesso gli accadeva, anche e soprattutto per le questioni più sostanziali.
Ettore, dunque, appuntava.
Date, nomi, indirizzi, numeri di telefono di puttanelle entusiaste di quel che potevamo diventare, senza esser capaci, loro, di rendersi affatto conto che noi divenivamo di continuo qualcosa di diverso da prima.
Ettore, comunque, appuntava e annotava di tutto. Perfino i dialoghi surreali che farcivano le nostre infernali serate.
In preda all'alcol e agli effetti di genuini tiri di marijuana dissertavamo sopra i massimi sistemi sempre con nuove e incredibili soluzioni ai problemi che affliggevano il nostro paese. Avevamo fantasia non c'è che dire, forse troppa, ma non avevamo di certo generato radici tanto forti da non poter essere sradicate alla bisogna.
Eravamo mobili, pensavamo davvero, e ingenuamente, che si potesse fare qualcosa. Non avevamo allora preso coscienza di alcuni basilari concetti del vivere sociale quali ragionevolezza, moderatezza, necessità (formalità) ragion di stato.
Signor sì. Signor no. E amen vari.
E non eravamo affatto prudenti.
Spiantati musicisti e null'altro.
Comunque, anche nel piccolo, intimo mondo fatto di subitanee rivoluzioni, i nostri propositi naif venivano a scontrarsi, allo spuntar dell'alba, con la misera e banale routine quotidiana, che ci affliggeva allora, e in maniera diversa, ci affligge adesso.
Forse a quell’epoca c’era dell’incanto in noi, avevamo la fantasia della speranza, o nel profondo delle nostre coscienze, senza darlo a vedere né sentire, speravamo d'avere fantasia. Di qualsiasi genere, ma bastevole a farci uscire fuori dalle nostre scadenze. Prigionieri di un tempo concepito alla stregua di un archivista comunale.
Prigionieri di un tempo che non riuscivamo a costruire al di fuori dalla grande clessidra.
Scriveva questo Ettore, delle nostre giovanili angosce e delle nostre ingenue confidenze.
Confidavamo in noi e nei nostri gesti, e ci confidavamo.
Ettore era così.
Niente a dargli addosso, col suo incedere lento ma deciso, il ghigno insolente e la mano tesa a raccogliere i cocci delle serate passate. Preciso e puntuale appuntava.
La nostra bussola.
Avrebbe dovuto diventare uno scrittore per raccontarvi lo spettacolo che fu, invece ha continuato a trastullarsi nel mondo degli affari - buon per lui - e sempre con quel ghigno astuto ha lasciato idealmente l'incombenza a me, a me che non avevo un straccio di appunto.
Non vogliatemene.
Minuto di statura, con i suoi occhialini a fondo di bottiglia e le basette sempre curate, si muoveva nei meandri delle nostre inquietudini con sicurezza, così piccolo e sgusciante da esser di gran lunga il più maturo.
Ci tirò letteralmente fuori dal capanno di Enzo, nel quale iniziammo a provare per il gioco d'evasione proprio di tutti gli adolescenti, catapultandoci nei palchi più in della città. E da lì oltre, verso il viaggio che avrebbe mutato le nostre vite, quel viaggio, a ben vedere, che le avrebbe generate le nostre vite, donandoci la dannata consapevolezza d'essere.
Sta di fatto che Ettore fece tutto ciò senza scomporsi nemmeno un po'.
Con la sua capigliatura ferma, senza che acqua e vento riuscissero a muovergli un capello, così, fisso ed immutabile era il suo modo d'ssere. Granitico. E le parole che misurava nel numero e nell'intensità del dire, e i gesti che silenziosamente urlavano molto più degli strilli segugi di affannose giornate che ci assillavano togliendoci il fiato.
S'accompagnava ad uno sguardo perso nel vuoto dei suoi pensieri, che fino in fondo non sono riuscito a scorgere, e l'immancabile pipa come se avesse trascorso gli ultimi quarant'anni della sua esistenza a navigare ogni tipo di mare, ma aveva soltanto diciannove anni allora, e non sapeva affatto nuotare.
Lo conobbi all'università, era d'ottobre e l'aria, che fino a qualche settimana prima dolcemente sfiorava la pelle rilasciando tepore, iniziò bruscamente, e senza preavviso, a infreddolirsi, a infreddolirci. Lo incontrai per la prima volta in uno di quei mattini confusi che le prime giornate d'università sono solite regalare e scoprii che abitava un paesino vicino al mio.
Frequentavamo gli stessi corsi.
Stacanovisti del sapere, all'erta di primo mattino, intirizziti dal sonno e continuamente alla ricerca di quel bislacco dio Morfeo che per nulla si faceva completamente afferrare. Mettevamo in fila le gambe verso le aule che avrebbero accolto i nostri salutari sbadigli. Lui sempre presente, pronto a prendere appunti, attento a tutto, informato sui programmi e sugli orari delle lezioni.
Era il mio calendario vivente.
Lo seguivo per non perdermi.
E più inseguivo i suoi passi più mi rendevo conto di quanto fosse distante nell'animo da quello che appariva. Il pensiero guidava la mano, ma non riuscivo a scorgere cosa quel pensiero celasse nel profondo. Avevo la sensazione - e di questo parlammo a lungo nei nostri pomeriggi trascorsi a rimuginare su formule e schemi che difficilmente digerivamo - che appuntasse tutto quello che gli accadeva, tutto ciò che poteva trascrivere sul rosella, come se avesse allora il cruccio della testimonianza.
Scrivo, fisso su questi fogliettini di carta ciò che è accaduto, non per averne memoria, semplicemente per non perderlo.
«Nel culo! »
«Come? »
«Nel culo, dico ... nel culo! »
«Ma chi? E ... e perché? »
«Non lo so ma li mando a fanculo, tutti, tutti! »
«Ah ... se è così sono d'accordo con te, come dice il vecchio saggio: c'è, e ci sarà sempre al mondo qualcuno da mandare a fanculo, e di certo un motivo valido si troverà! Prima si manda qualcuno a fanculo poi, soltanto poi, se ne trova il motivo ... Il tuo qual'è se è lecito chiedere? »
«Vaffanculo! »
«Ah ... allora sono io quel qualcuno? »
«Falla finita e passami la grappa! »
«Ma si può sapere che cazzo ti passa per la testa? »
«Niente è questo il punto! Sono settimane che vado dietro a quegli esercizi del cazzo, mai che me ne riesca uno, un solo cazzo d'esercizio ...»
«E questo ti scoraggia ...»
«Mi scoraggia averti davanti cazzone, con quel sorrisino, mi scoraggi ... tu! Sei tu ..., sapere che tu sarai il futuro del mondo, mi scoraggia ... mi deprime vedere che il mondo è già nella merda senza sapere cosa l'aspetta! »
«Ah, ah, ah ...»
«Ridi, ridi, ne parliamo tra vent'anni.»
«Ok. Tra vent'anni, minuto più, minuto meno, ci ritroveremo qui, sperando sempre che la scaletta non venga giù ammazzando qualcuno. Tra vent'anni! È stabilito! Guai a chi si pente. Io starò qui ad aspettarti.»
«Ok.»
«Una curiosità ...»
«Allora? »
«Ma di che minchia dobbiamo parlare tra vent'anni? »
«Che ne so, ci sarà da parlare, già sarà qualcosa se ci saremo noi tra vent'anni, troveremo qualcosa di cui parlare, come adesso, sul nulla, sul nulla che siamo, sul nulla che ci attende ...»
«Sta minchia ... E ... se tra vent'anni ... se tra vent'anni non ci sarà questo posto, qui, proprio qui, dove, sancendo quest'indissolubile patto, abbiamo fissato l'appuntamento? »
«Può succedere ... Potrà succedere ...»
«E allora? »
«Troveremo un altro posto.»
«Non sarà la stessa cosa ...»
«Cioè? »
«Cambierà la prospettiva, fratellino, la prospettiva è tutto in questo mondo.»
«Vaffanculo! »
«Si, si ... parli bene, ma ricorda caro mio che ogni cosa ha una sua essenza, seppur minima (come è per la tua natura, tu sei minimo e mi spiace per te). Ogni cosa ti ripeto ha una sua essenza se la relativizzi ad altro.»
«Vaffanculo! »
«Tu esisti, ricorda queste mie sante parole, perché sei diverso da me o da una pianta o che so io da questa bottiglia di grappa, non pensare caro il mio fallocentrico che tu possa esistere di per te. Qualche filosofo che non perdeva il tram manco a sparargli farfugliava cose del genere, lontane dalla verità, ricorda fratellino.»
«Vaffanculo cazzone. E tra vent'anni ti anticipo che io non ci verrò qui o in qualsiasi altro posto del cazzo se mi devi stressare il cervello con queste cazzate. Ché se ragioni così adesso non voglio immaginare che sarà tra vent'anni. Esaurito! »
«Ah, ah, ah! »
«Ti sei bruciato il cervello fratellino, non hai nemmeno bisogno di fumare più di tanto, le tue cellule si ammazzano da sole, dovresti farti visitare, hai un suicidio perpetuo di cellule nella tua testa. Sarai di certo qualche caso strano di neurologia o roba del genere, in te si genera un processo di autocombustione cerebrale, sei completamente fuso. Sarai un interessantissimo caso per la scienza, devo informarmi come fare a segnalarti ai ricercatori che si occupano di queste problematiche. Sei completamente fottuto di cervello. Ma prima che tu lo sia del tutto, dammi una mano con questo cazzo d'esercizio che non vedo l'uscita.»
«E certo che non la vedi questa lampada non illumina un cazzo.»
«Vaffanculo! »
Era di queste bizzarrie ed inquietudini che discorrevamo e per questo comune sentire, sotto la pelle e oltre le maglie del suo immancabile giubbotto, entrammo subito in armonia.
Scambiavamo opinioni e battute su tutto, sul filo dell'ironia, su quel filo che spesso ci teneva distanti anni luce dalla maggior parte delle persone che ci ruotavano attorno e semplicemente sfioravano le nostre strade. Quel modo d'intendere le cose e la vita creava una sorta di alone tra noi e il mondo, quel mondo che ci scorgeva bizzarri, e forse ci compativa per questo, ma di certo non riusciva, né voleva, comprenderci fino in fondo.
Per quanto fosse possibile, noi c'impegnavamo a fondo cercando di rimanerne discretamente fuori, fuori dal convenzionale. E del resto, per quel relativismo che ci pervadeva, avevamo fissato a priori la soglia di demarcazione fra convenzione e originalità.
Avevamo molto da spartire a quel modo, tant'altro però ci divideva, aspramente. E come galletti impettiti, pronti a portar avanti con fare orgoglioso il nostro zampettare per l'aia, riuscivamo a trascorrere intere giornate l'uno accanto all'altro senza scambiare un respiro.
Eravamo orgogliosi, e molto.
Entrambi.
Non sono mai riuscito a capire chi di noi due lo fosse di più, fatto sta che lo eravamo.
Rimanevamo per giorni interi in stand by, senza che nessuno facesse il benché minimo passo verso una direzione, una qualsiasi fottutissima direzione. A torto o a ragione, rimanevamo irremovibilmente attaccati alle nostre sterili convinzioni. Ma già allora giocavamo, una sorta di piccola resistenza cerebrale.
A chi l'ultima mossa?
Eppure bastava poco per minare il nostro essere anticonvenzionali, bastava poco per piegare tutta la nostra libertà intellettuale, mestamente prostrata rispetto a tabelle d'orari, diabolicamente congegniate, e aule che freneticamente si svuotavano pronte ad essere caoticamente affollate qualche secondo dopo.
Che la marea favorevole sia con te e ti spinga lì, lì dove tu dovrai essere.
Chimica non è un indirizzo facile, molecole e legami che ti sconquassano il cervello così che s'arrivava alla sera stanchi e stremati, spossati nell'animo più che nel fisico. Ci rintanavamo a casa, o meglio nel nostro tugurio da studenti con le necessarie provviste dell'onnipresente grappino e trascorrevamo le nostre serate a parlare.
Avevo preso in affitto un bivani nei pressi del ballarò.
Più che nei pressi sarebbe meglio dire nel cuore del mercato. Tra voci sempre squillanti che ti penetrano nel profondo, giorno dopo giorno, e offerte varie, sempre a buon prezzo, tra profumi ed effluvi che stentavano a lasciare la nostra pelle, e che nell'intimo intaccano le pareti delle abitazioni.
La ricerca era stata breve e immediata.
La pigrizia, che caratterizza la mia persona, mi condusse stancamente verso quel diroccato appartamentino, e anche se la piazza avesse proposto qualcosa di migliore (e non era per nulla difficile), non avrei mai pensato di smuovere le mie chiappe oltre quel portoncino che già mi sorrideva. Non potevo essere sgarbato, ne avrebbe sofferto quell'allegra abitazione che tra proclami di frutta «bella, bellissima e frisca» già mi tendeva le mani. Dunque dissi di sì alla richiesta di un omino dalla pancia strabordante e dalla parlata a tratti incomprensibile.
Una scalcinata entrata dall'uscio sempre aperto, di un verde andato perduto, conduceva lungo una scaletta, impervia nell'incedere, con gradini traballanti e irti, che non poche vittime, anche eccellenti, fece nei tre anni trascorsi in quello che io mi affrettai a definire la mansardina, per dare un tocco poetico alla realtà evidente.
Il mio ammezzato era semplicemente una tana da ratti metropolitani.
Di poco sollevato dalla strada.
Due stanzette, minuscole da mozzare il respiro, in cui ragni e moscerini la facevano da padroni, che dividevo con un tipo assai singolare.
In quella camera, in cui venivano a convivere oggetti e manufatti dai colori peggio assortiti - tanto da far invidia ai designer di grido d'avanguardia - trascorrevamo il nostro tempo meditabondo.
Non eravamo mondani.
Rimanevamo ore e ore fermi, immobili a sospirare marijuana e quello che avrebbe potuto essere e non era, rimuginando sui nostri gravi errori - come se a quella età fosse possibile commettere tal sorta d'rrori. Rimanevamo ancorati nei nostri leggiadri pensieri sui cuscinoni presi a prestito dal magazzino in cui lavorava il nostro spaccino.
Un magazzino discarica, luogo malefico e meraviglioso al tempo stesso.
Un paese delle meraviglie in cui s'ammassava tutto ciò che proveniva da locali dismessi e attività fallite nella città. E a Palermo di queste meravigliose realtà se ne trovano a bizzeffe anche oggi.
Non fai in tempo a memorizzare quel bel negozietto nella cui vetrina hai visto i jeans che cercavi da mesi, che nel volgere di un giorno ti ritrovi una rosticceria o che so, roba del genere cinese, sgargiante, elettronica e sottocosto.
Comunque l'arredamento della mia misera casa studentesca fu fornito gentilmente da Saro, il nostro affezionato pusher notturno.
Che tipo!
Magrolino, dall'aria sempre afflitta, vestito rigorosamente di scuro, la barba incolta da più d’una settimana disegnava un viso scarno ed emaciato, e il suo esser esile non aiutava di certo a renderne allegro l'aspetto.
Fu soprannominato ironicamente “U quatro 'a saluti”.
Eppure, di salute, e forza, ne aveva eccome, anche se a vederlo per strada tutti temevano per lui che nelle giornate di forte vento potesse volare via sospinto da qualche improvvisa folata.
Con la mezza birra sempre in mano, il giorno rimaneva otto ore, se non dieci, impalato a custodire quell'norme costruzione che avrebbe fatto la gioia di scrittori e bimbi vogliosi di costruire un mondo alternativo. Tante erano le bizzarrie che conteneva, tanti i mondi dismessi che non aspettavano altro d'ssere ricostruiti. Ciascuno a suo modo - siano essi bambini o scrittori, il cui animo, in fondo, è fatto della stessa pasta - tende a ricostruire quello che non si è in grado di decifrare.
E sulle quelle ricostruzioni si ricamano storie.
Da tali mondi noi provammo a costruirne uno nostro, fatto di cuscinoni, provenienti dio solo sa da quali locali fatiscenti, gialli e rossi; ne scovammo uno viola che attirava ragazze come una lampadina fluorescente fa con i moscerini. E poi, mobilia varia, sedie di improbabile forgia e tavoli che si sostenevano oltre ogni ragionevole legge di gravità, finirono per arredare i nostri rispettivi tuguri.
Rendendoli molto cool per l'poca.
Era in questo habitat che nascevano le nostre gravi discussioni sul mondo e la sua esistenza, era sulla mia scrivania (in realtà una anta d'armadio scovata all'angolo, abbandonata da qualcuno che aveva di certo rinnovato la mobilia), sulla pittoresca tavolozza decorata dalla mia inesauribile vena artistica e sostenuta da due treppiedi alquanto zoppi che studiavamo anche, ma non troppo.
Fu lì che iniziammo a tracciare i nostri piani di guerre, ma eravamo senza armi e ci mancava la voglia di alzarci per fare qualche metro verso l'agognata bottiglia di amaro, figurarsi per imbracciare qualsivoglia pistola.
Avevamo le nostre idee che velocemente si muovevano tra quieti neuroni.
Niente paura, le tenevamo a bada quelle idee, però talvolta accadeva ahimè, che quelle venissero fuori da sé, autonomamente, come avessero gambe e piedi, e iniziassero a camminare da sole, allora, soltanto allora imbracciavamo le nostre scarpe da ginnastica, logorate dalla polvere e ci alzavamo. Diretti verso il locale che ci aveva a lungo cercato, diretti verso quella gente così entusiasta nel voler ridestare una città dormiente.
Combattevamo a suon di blues.