Suonavamo Bene - Episodio 4 - Lover man

Il sole scende a picco sulla fontana della piazza centrale, e lascia poco spazio alle ombre. Un anziano signore claudicante si sporge sulle gambe facendo attenzione a non bagnare la camicia a quadri che indossa, tenendola ben sistemata dentro i pantaloni. Tira fuori dalla tasca un fazzoletto bianco, lo bagna leggermente passandolo sotto il cannolo zampillante d’acqua fresca e lo poggia sulla fronte con un evidente sollievo, si stira un po’ la gamba intorpidita da quel movimento inusuale, sistema il pantalone, lo scuote, e, lentamente, s’incammina sui suoi passi, trattenendo una seggiola con la mano destra a strascinare sui ciottoli rinnovati della piazza. Va alla ricerca dell’ombra, e si siede sotto la balconata della sede storica degli amici della musica. 

Lo scrittore è appena uscito fuori dal bar, tira fuori il suo immancabile pacchetto di Lucky Strike e accende una sigaretta. Il calore opprimente del sole non sembra infastidirlo, assorto nei suoi pensieri, si guarda intorno sperso, come un bimbo che è giunto da poco in un luogo mai visto prima d’allora, ma la dimensione della memoria rimane quella che ha impressa nella mente. E il respiro della sigaretta ritorna a essere regolare. Le campane della chiesa dalle merlature profane risuonano l’ora, ridestandolo dai suoi pensieri mentre il calore di una mano amica si spande sulla sua spalla.

«Il mio turno finisce adesso, che ne pensi di accettare l’invito a pranzo? », dice il barista.

«Beh, veramente mi sembra un po’ presto, non è che abbia tutto questo appetito.», risponde lo scrittore.

«Potremmo farci una bella camminata, rapi u pitittu si dice! »

«Sì, mi sta bene. Passeggiamo. Non si può non passeggiare in questo paese, è d’obbligo. Ricordo che se ci si rifiutava di farlo ti guardavano storto, non c’era possibilità di riuscita con le ragazze se non passeggiavi. Ecco forse perché mi sono sempre sentito un forestiero qui, non passeggiavo.»

«Amuninni và. Ti racconterò di come è andata a Johnny, d’altra parte è di lui che mi chiedevi no? Ne ha fatte di cose, a quanto si racconta, ché poco è rimasto qui. Ricordi quella sua inquieta voglia di lasciarsi tutto alle spalle e andarsene? In qualche modo l’ha fatto, lui c’è riuscito. Ma adesso ritorna, ogni estate, e negli occhi puoi vedergli un’altra luce. Quiete. Il suo sguardo è proprio così, amico mio, quieto. E ad averlo conosciuto all’epoca, non si crederebbe affatto. Ritorna per qualche settimana a ritrovare i suoi, la madre, che nonostante abbia una certa età mantiene nei lineamenti quella sua straordinaria e giovane bellezza del tempo passato, la ricordi? Io me ne ricordo benissimo, e tu di certo, ne andavi matto, mi raccontavi che da bambino rimanevi come un innamorato deluso sotto il balcone di casa sua aspettando che uscisse a stendere i panni. Non lo dimentico, e lo dicevi con una luce negli occhi e sembrava davvero che l’amassi. Che l’avessi amata veramente.»

Lo scrittore sorride di gusto senza dire parola, Antonio continua nel suo racconto.

«Comunque Johnny ritorna a casa. Viene a ritrovare i nipotini e la sorella. La famiglia. Ok, ha provato a farsene una, ha provato a trovar moglie, ma gli è durata da Natale a Santo Stefano. Ha divorziato in un lampo, e mi raccontava sorridendo che non è affatto facile condividere la sua esistenza. Concordammo in pieno. Ma in fin dei conti la vera famiglia la ritrova qua al paesello. Sapevamo tutti, lo vedevamo bene come soffrisse per l’anomalia della sua, per quella non famiglia in fondo. Con le vicende di suo padre, e per com’è andata. Adesso ritorna a casa, ne ritrova una, migliore, equilibrata. Credo che da questa situazione nasca quella sua deliziosa calma. Adesso grazie alla sorella, al cognato, alle bimbe, ha anche lui un focolare domestico presso il quale ristorarsi. Ché poi, per il resto, è rimasto lo stesso sbruffone di un tempo. Non crediamo ai miracoli Giacomì? », chiede con un sorriso accennato all’amico.

«Be’, ancora no, non ancora.»

I due continuano nella loro passeggiata, talvolta incontrando gli sguardi avidi di curiosità della gente che non riesce ad individuare chi accompagna Antonio, nonostante quel forestiero, nella sua camminata abbia qualcosa di familiare a molti.

Sono nei pressi della fontanella in pieno corso, e, sotto lo sguardo della Venere frivola, lo scrittore si accosta, avvicina il fianco, toglie il cappello che ne nasconde quasi il volto e lascia svolazzare i pochi capelli che ancora gli rimangono, e piega la testa, come in un antico rituale.

La immerge sotto l’acqua che scorre fresca.

Si scuote, quasi fosse un cagnolone inzuppato fino alle zampe, schizzando numerose gocce in direzione dell’amico che si scansa indietro con un balzo di alcuni passi, e sembrano ritornati ai giochi della loro adolescenza.

Sorridono ancora una volta.

Lo scrittore chiede un fazzoletto per asciugarsi meglio, ed entrano nel piccolo bar dell’angolo.

Antonio smette di colpo di sorridere e pare perdersi in qualche ricordo, Giacomo lo nota e chiede.

«Allora? »

«No, nulla, nulla», risponde l’amico come a voler cancellare i pensieri di qualche istante prima.

«Niente un cazzo, ’Ntò.»

A queste parole, al tono col quale sono state pronunciate, urlate quasi, il disagio di innumerevoli anni trascorsi distanti senz’aver avuto notizie l’un dell’altro, senza aver voluto cercarne in verità, quel disagio seppur dissimulato, che aveva seguito i due lungo la breve passeggiata si dilegua definitivamente, Antonio ridà la classica pacca sulle spalle all’amico ritrovato e più delicatamente lo abbraccia stringendolo a sé. Riprendono il loro cammino, lentamente, senza scuotimenti, in silenzio. Alcuni passi e Antonio interrompe i loro pensieri.

«L’altro giorno, era da tempo che non andavo, e una sorta di peso, qui, nello stomaco, na’ vucca i l’arma, non mi dava pace. Da settimane non andavo a trovare mia madre.»

«A proposito come sta? », chiede Giacomo.

«Be’,», Antonio ha un attimo di sbandamento, poi risponde, «È morta, morta cinque anni fa. Una morte dolce, come dovrebbe essere per tutti. Se ne è andata nel sonno, senza rendersi conto di nulla. Purtroppo già da qualche anno non aveva cognizione di sé, e di ciò che le accadeva intorno, l’ Alzheimer l’aveva ridotta male.»

«Mi spiace, mi spiace davvero.», dice Giacomo con un lieve rossore che ridisegna il volto.

«Sta nelle cose della vita, la morte, a quanto pare. E poi non potevi saperlo», risponde Antonio, abbozzando un lieve sorriso consolatorio, «Ma non è di questo che volevo parlarti, di mia madre. No, è che guardandoti, riparlando con te, mi sono venute in mente molte cose del passato, tutte insieme, mi sembra che la mente sia stata immersa nei miei sedici anni, d’improvviso. Ti dicevo che da tanto non andavo a trovare mia madre, a portarle fiori. E avvertivo un senso di pressante fastidio dentro. Allora un giorno mi decido e vado. Rimango qualche istante cercando di pregare ma non so come si fa, né se lo faccio bene, comunque prego. Poi cambio i fiori e facendo per andare via, mi accorgo che sulla destra c’è qualcosa che mi riguarda, che ci riguarda. Mi avvicino e come no, un senso di vertigine mi prende. Da non crederci per uno della mia età. Qualcosa l’ho pur vissuta, ma niente, la testa mi inizia a girare e le gambe non rispondono più. Devo piegarmi un po’ per evitare guai, il respiro è affannato, cerco di calmarmi, di respirare con più regolarità. Guardo meglio, ma so bene cos’è stato a rendermi squieto. La lapide di Mario, sta lì, e lui con lei, chiuso dentro. Là sotto. Mi assale una tristezza che non immagini. Impreco dentro me stesso, ma non per quello che è successo, no, non per la sua morte, ma perché mi rendo conto soltanto in quel momento, davanti alla sua lapide, ecco Giacomì, mi rendo conto d’essermene dimenticato. Appena ti ho riconosciuto il primo ricordo è stato quello, l’immagine della lapide, e la voce di Mario, e lui, e le cose che abbiamo fatto insieme. Troppo poche, troppo in fretta. Mi sento scippato a quel pensiero, scippato di cose e persone, ma non so da chi.»

Giacomo rimane in silenzio, tira fuori nuovamente dalla tasca il pacchetto ammaccato delle sigarette e ne riaccende un’altra. Continuano a passeggiare lungo il corso, poi Antonio stende il braccio e ferma i passi dell'amico.

«Non immagini. Subito scappato via subito. Perché prima d’uscire fuori dal cimitero mi vado ad imbattere nella lapide du zu’ Brasinu, t’assicuro un’angoscia m’ha preso alla gola che quasi non respiro più. Mi sembrava di ritrovarmi in uno di quei film dell’orrore in cui il protagonista cammina per i viali del cimitero fino a che incontra la sua di lapide. Ho iniziato a correre, cercando di uscirne al più presto da quel posto, tanto che il custode appena gli son passato davanti sudato e con l’affanno ha cercato di prestarmi aiuto portandomi un bicchiere d’acqua, ma io l’ho lasciato là e me ne sono andato, mentre lui m’urlava dietro. «A fari beni ’e puorci! Facchinu!»

Giacomo lo guarda stupito, ha l’impressione che in fondo tutti quegli anni non siano affatto passati se Antonio si è messo a correre tra i viali del cimitero sfuggendo alla morte come accadeva quando erano giovani.

«Ma lo ricordi Brasino, u zu Brasi? », chiede Antonio.

Nello sguardo assorto di Giacomo si legge la risposta, scontata.

Come no!

«Che personaggio! », continua Antonio, «Uno che ho invidiato per come era capace di viversi la vita. La sua. Una vita personalissima fuori da qualsiasi cliché, oltre ogni convenzione. Non lo so se c’è voluto coraggio per farlo a modo suo, di certo l’ha fatto. Senza essere eclatante, ma scegliendo volta per volta. E quella sua capacità di scegliere, in maniera esclusiva e indipendente, credo sia stata la causa della sua solitudine. Perché in fondo era maledettamente solo.»

Giacomo annuisce, silenzioso.

«Però che spasso quando scendeva al capanno con l’immancabile bottiglia del suo vinello, delizioso. S’è perso il gusto di roba così ruspante. Io mi ci dedico al vino», dice con una punta d’orgoglio. «Ho un piccolo vitigno, e leggo e mi informo. Da anni, mosto dopo mosto, spinucciata dopo spinucciata, san Martino dopo san Martino, ma mai che abbia avuto il piacere di assaggiarne un sorso simile a quello. Che cazzo ci metteva dentro poi vai a sapere? », dice Antonio accompagnando quel fastidio con un simpatico gesto della mano.

«E di quando è venuto col giradischi portabile, e noi fermi a guardarlo stupiti, che diavoleria s’era portata dietro ci chiedevamo? E lui che infila un disco, in silenzio, come se stessimo partecipando ad una cerimonia religiosa, e ci fa cenno di tacere e ascoltare. Che pezzo era? Qualcosa di Jazz, ne sono certo ma non ricordo bene.»

«Bird, era Bird, Lover man», dice Giacomo e la sua mente nel rispondere all’amico viene attraversata dalle note di quel pezzo.