Suonavamo Bene - Episodio 2

Sorride, avanza di qualche passo, immagina come potrebbe svolgersi la pantomima del suo ritorno e prova goffamente ad esibirsi in una maschera, l’ennesima. E recitando a tono gli rivolge sicuro la parola.

«Ma Rock’n’roll, poi, che fine ha fatto? »

«Prego? », risponde il barista perplesso, ma per nulla sgarbato.

«Rock’n’roll! », ripete allegro il forestiero.

«Mi scusi? », accenna il vecchio compagno, confuso da quella domanda così inaspettata per il genere cui è solito rispondere, e ancora ignaro dell’identità dell’interlocutore che ha davanti.

«Rock’n’roll! Non dirmi che te se sei dimenticato? Non potrei crederci. Johnny Rock’n’roll! », dice enfaticamente il forestiero levando entrambe le braccia verso il cielo come a voler fare caricatura di se stesso. E poi concitato, mordendo le parole, muovendosi a scatti, e accentuando ancor di più quella grottesca postura che da qualche minuto ha teatralmente assunto.

«Nessuno qui in paese può non conoscerlo. Tutte le femmine della sua generazione e qualcuna più bimba, molto più di qualcuna, tutte passate per le sue mani. Sorelle, cugine, madri anche. Rock’n’roll! Il chitarrista pazzo», continua divertito lo straniero e, assumendo il tono da narratore, rallentando l’espressione, e calibrando meglio le parole, continua la sua arringa di memorie. «Quello che finì dentro per resistenza a pubblico ufficiale dopo la rissa nel pub anarchico di Palermo. Quando i neri irruppero sfasciando cose e persone, tu c’eri caro mio lo ricordo bene, e ben per te che t’infilasti sotto un tavolino, non saresti qui a sentirmi adesso. Tu c’eri caro il mio Antonio, per quello che posso ricordare. Come non puoi sapere chi sia Rock’n’roll? », incalza puntando lo sguardo verso il povero barista che si sente ormai braccato, e quasi suda freddo, e rimane muto perché nulla ha da dire al folle che pareva essere stato così gentile nel sorbire il suo caffè e invece adesso gli si scatena contro.

Cosa vuole da lui quel tipo? E indispettito chiede a se stesso cosa cazzo c’ha messo dentro al caffè? E che ha dentro la testa il tipo, e perché proprio a lui, che già al mattino s’è dovuto sorbire la tirata della moglie, e ha dovuto preparare decine e decine di cappuccini, e ha spolverato vassoi e bicchieri, e bestemmiato in silenzio altrettanto?

Ma il forestiero senza umana pietà continua con quel grottesco interrogatorio, e incalza sempre più, alzando perfino la voce, fino ad allora rimasta coperta sotto la tesa del cappello.

«Rock’n’roll! Il tipo che mandò a fanculo la band più promettente di quegli anni per un capriccio. La band che qualche orecchio raffinato aveva battezzato come gli Zeppelin del mediterraneo. E poi, beh, poi, molti della nostra generazione sanno bene come andò a finire la storia di quella band. Non ce ne sono state di quella levatura credi a me, caro Antonio.»

Come in un lampo il volto disgustato del gentile barista s’infiamma, d’un rossore nuovo, non che sia imbarazzo, ma una sorta di disagio misto a incredulità. L’atteggiamento confidenziale di quel pazzo, che non riesce ad individuare, lo ha spiazzato.

«Si riferisce a Giovanni Battaglia, per caso? », risponde con un filo di voce, come d’istinto, per semplice difesa, diritto alla difesa, alla propria incolumità mentale che quel tipo bizzarro sta incominciando a minare.

«Certo che sì, proprio lui. Ma non mi hai riconosciuto? »

«Veramente... è da quando lei è entrato nel bar che mi sa di vecchio, nel senso di volto conosciuto, ma non riesco proprio...», mette parole senza senso, anche lui risucchiato nel vortice di quel pazzo da galera che ha bevuto un caffè stregato, ormai è certo.

«Intanto inizia a darmi del tu, te ne prego, abbiamo condiviso troppo per mettere tra noi un freddissimo e formale lei», dice il forestiero assumendo in maniera affettata un tono saccente, teatrante da dopolavoro ferroviario. Volutamente rompicazzi. Atteggiamento che mal si sposa con l’immagine naif che da di sé. Eppure sempre più divertito continua nella conversazione surreale, deliziato dal disagio del vecchio amico.

Il povero barista non riesce a uscirne fuori, quando il forestiero, che ha iniziato ad attirare l’attenzione degli altri distratti avventori per la sua postura bizzarra e il suo modo di porre domande, fa un gesto inequivocabile portando a vibrare nell’aria la mano destra, con pollice e mignolo a palmo aperto. Così, il barista fino allora ignaro dell’identità del cliente, di quel pazzo vestito di lino che si è lentamente avvicinato fino a ritrovarsi ad un palmo di naso, ma che tuttavia non riesce a scorgere, socchiude gli occhi. E rimane immobile, lasciando trasparire dai suoi lineamenti la fatica di chi sta affondando tutte le forze nella vana speranza di riuscire a ricostruire riferimenti che gli permettano di capire chi diavolo sia quel tizio. Un uomo dalla barba folta, fitta fino a coprire i lineamenti del viso, il cappello bianco a larghe tese a nascondere il colore dei capelli, a celarne la lunghezza. Quell’uomo che, con un sorriso allegro e canzonatorio, gli sta di fronte. Ecco ciò che vede, ma il buon Antonio è certo di sapere di più di quello che le sembianze dicono. E nella sua mente, come un lento database alla ricerca files di memorie, quel barista si dice che non può aver ragione, non può essere chi crede quel tipo davanti a sé, è completamente cambiato, anche se quel gesto, quel segnale, quel saluto..., è suo. Inequivocabilmente suo.

Era lui che lo faceva tanto tempo prima, troppo tempo, trent’anni. Ma non riesce a crederlo possibile, così differente da ciò che gli è rimasto nella mente. Poi, repentinamente, lascia cadere lo straccio col quale stava asciugando un vassoio di servizio, e con uno scatto felino aggira il bancone, si fionda sul forestiero e lo scuote con una violenza difficile da prevedere nelle fattezze di una persona mingherlina quale quelle del barista.

Adesso folle sembra lui, e scuote e scuote, senza alcuna musica, né ritmo.

Lo scuote affondo, come a volerne costatare la reale consistenza, gli stira la giacca e poi, con gli occhi arrossati, lo abbraccia con trasporto.

«Diavolo d’un bassista, merda secca di Giacomo Speriti, sei invecchiato maledettamente, sei un relitto d’uomo. Il mio scrittore anonimo del cazzo, che non si fa fotografare in nessun modo, che non ne vuole sapere d’apparire in giro per giornali e tv, quando tutti sbrodolano per esservi dentro. Lo scrittore che non esiste. Merda secca d’uomo che pare avere ottant’anni.»

La maschera scivola, e cade per terra, senza che nessuno se ne prenda cura. La recita è conclusa, il forestiero dai modi bizzarri è stato scoperto, e con fare commosso ricambia l’affetto del vecchio compagno d’avventura.

«Nemmeno tu scherzi caro il mio Antonio, nemmeno tu te la passi granché. E dei capelli che ne hai fatto? Secondo me dovremmo interpellare i carabinieri, chissà magari qualcuno si riesce a riportarlo a casa.»

E gli amici ritrovati, che mai s’erano cercati fino ad allora, iniziano a ridere di gusto, come se il tempo, quel tempo, trent’anni e qualche imprecazione di troppo, fosse appena trascorso in un sorso di caffè. E sorridono, attirando l’attenzione degli altri clienti che, con la discrezione di certi paesini delle colline siciliane, hanno fin dall’inizio seguito con la coda dell’occhio la conversazione tra i due.

«Salve è un piacere per me conoscerla, io ho letto tutti i suoi libri», dice uno dei presenti avvicinandosi al forestiero e stringendo vigorosamente la mano.

«La ringrazio», risponde con evidente imbarazzo lo scrittore.

«Mamma mia, quanto tempo è passato», dice un altro dal fondo della sala. «Ti ricordi Giacomì di quando ci divertivamo a gironzolare dietro la fontana, a lanciarci l’acqua dai cannoli a quattro palmenti? Che tempi, quelli. Meravigliosi tempi andati. Ti ricordi? », dice un tipetto smilzo col pizzetto malcurato, sempre rivolgendosi allo scrittore.

Questi sa bene chi sia il tipo, e ricorda benissimo di non averlo mai rincorso, né d’esser stato colpito da fiotti d’acqua dalle sue mani snob e simpatiche come un ronzio di zanzara nella notte, mani che tali sono rimaste nonostante il tempo le abbia inesorabilmente invecchiate. Nonostante ciò rende buon viso a cattivo gioco e col massimo della fredda cordialità che gli è propria lo saluta familiarmente, accompagnando quel saluto con un velo di tristezza che ad ogni modo non riesce a nascondere dagli occhi.

Lentamente, con fare dimesso, le gote arrossate dal sonno, le mani in tasca e lo sguardo a terra, un ragazzino si avvicina allo scrittore, ormai smascherato e al centro di costanti e morbose attenzioni, e, rivolgendosi al barista, chiede.

«Papà ma chi è? »

«Pietro, questo è uno di quegli amici d’infanzia di cui troppo spesso ti parlo. Adesso è diventato uno scrittore, ma lui non vuole che si dica. Perché in fin dei conti è sempre rimasto lo stesso borioso intellettuale e altezzoso fino all’osso che finge di nascondersi dietro la riservatezza», risponde il padre col sorriso aperto e il braccio destro teso a scuotere l’amico ritrovato. Poi, con un cenno di benevolenza si rivolge allo scrittore, e quasi a consolarlo dice. «Per me resta sempre uno di quei musicisti pazzi che hanno riempito le estati della mia generazione, molti e molti anni fa, più di trenta ne sono trascorsi ormai. Non immagini che via vai c’era attorno a loro. Dentro quel piccolo e sconcio capanno, sporco fino all’eccesso. Ma era il nostro piccolo rifugio, il posto in cui loro, musicisti meravigliosi, e fuori da ogni logica, provavano a ripetizione, qualche metro vicino casa nostra.»

Il sorriso si smorza e lieve si nasconde dietro le labbra di Antonio che rifiata un attimo. Guarda negli occhi il vecchio amico con una patina di melanconia nello sguardo.

«Giacomì, non immagini, del capanno non ne è rimasto nulla, nessuna traccia. Hanno spianato tutto, un mega parcheggio per l’ipermarket. Tutto a portata di carrello, comodo non c’è che dire, ma per uno come te che manca da anni dal paese, vedere quel che c’è adesso nel posto che ci ha fatto crescere, be’ credo proprio sarà uno shock.»

Lo scrittore annuisce, come se sapesse, con fare sconsolato, ma il vecchio amico gli da una pacca sulle spalle e rivolto al figlio dice, «Non immagini neanche, non puoi immaginare come suonavano questi qua. Che forza, che energia. Suonavano bene, figlio mio. Bene davvero», poi rivolgendosi a Giacomo, «Sai, ho comprato una chitarra, una di quelle economiche. Per lui, per Pietro, e piano piano sta mettendo su cose carine, talvolta ritorno a casa e mi strimpella qualche canzone, qualcuna dei miei tempi, dei nostri. Niente male, aiuta i miei ricordi a stare vivi e a me a rimanere in piedi.»