Suonavamo Bene - Episodio 1

Da questa settimana (e per molte altre) l'angolo delle poeticherie lascerà spazio ad un romanzo a puntate, retaggio delle pubblicazioni sui quotidiani di qualche tempo fa. Vintage come sempre, proporrò dalle pagine Web della testata Madonielive il romanzo "Suonavamo Bene", storia che narra le vicende semi-serie di un accolita di musicisti, delle loro fragilità e di un surreale sogno che sta quasi per essere realizzato, fino a quando la vita... ecco, fino a quando la vita prende il sopravvento.

ps:
Qualche hanno fa ho suonato, anch'io, del buon blues, e ho avuto la fortuna di condiviedere quei momenti con tante persone che mi hanno in ogni modo arricchito, una di queste se n'è andata via troppo in fretta, portando con sé un buon vecchio blues, è a lui, a Santino Merendino, che dedico queste pagine.
 
buona lettura

M.C.



Suonavamo bene - Episodio 1

Per chi s’era ritrovato a vivere lontano dal paese negli ultimi anni, quel bar così affollato nella piazza centrale avrebbe potuto dare l’idea d’esser stato calato dall’alto. Come se i marziani, di punto in bianco, l’avessero inserito a caso, sorteggiando ad occhi chiusi. Poi, messo lì, tra cadenti e antiche case, che deliziosamente arredavano il centro urbano. Perché dio non gioca a dadi, ma il gusto degli architetti talvolta sfida la storia.

Il vecchio bar, con la sua luce fioca e il bancone in fondo alla sala-corridoio spazzato via dalla necessaria modernità. Le foto sulle pareti, le uova di cioccolata dalle quali s’attendeva con ansia sbucassero fuori gallinelle d’ogni sorta, ordinatamente poste in alto sugli scaffali un po’ impolverati, avevano lasciato spazio a piccole lampadine strategicamente puntate a illuminare i nuovi prodotti della casa pasticcera.

Niente di quello che restava nella memoria era più visibile. Luci brillanti e particolari irradiavano il locale rinnovato nei colori e nei sapori. L’angusto bancone d’un tempo, dietro il quale il barista pareva esser nato e senza possibilità d’uscita, bruciato via. Il nuovo s’era fatto innanzi a gomiti larghi e adesso lateralmente trionfava lungo tutta la sala bar. Un fantasmagorico bancone, pronto a farsi beffe della fantasia di Benni. Assemblato d’avanguardia, vanto di tutte le architettoniche avanguardie da bar, sorrideva alla stessa maniera agli avventori che entravano con una sorta di ossequiosa riverenza. Gli abituali clienti d’un tempo, imbarazzati al cospetto di cotanta modernità, si facevano avanti dubbiosi e circospetti. Con molta cura si accertavano volta dopo volta che i loro passi non lasciassero impronte impudenti sul pavimento del delizioso salottino. Mentre il bancone sorrideva, ché per quel motivo era stato costruito e messo là, alla reception.

Sorridere.

E sorridente se ne stava da mattina a sera, pieno di dolciumi dalle improbabili venature, scrigno di raffinate combinazioni pasticcere che andavano dai più tradizionali ai più temerari accostamenti, e una immensa macchina del caffè che troneggiava soddisfatta su di esso. Al singolo e storico barista dal volto compiacente si sostituivano numerose facce cangianti. Nuovi sorrisi gentili e affabili.

Un tizio entra con lo sguardo assorto, come confuso da quel radicale cambiamento, tiene una sigaretta fumante tra le dita. Compie qualche passo all’interno, poi, si ridesta, considera il divieto di fumare nei locali pubblici imposto dallo stato che patrocina la vendita di tabacchi, e ritorna indietro, aspira l’ultima boccata e la lascia scivolare per terra. Negli occhi del nuovo avventore si può scorgere un certo disagio, proprio di uno che in fin dei conti non ha messo piede in quella piazza, non è entrato dentro quel bar, dentro quel che era stato, da almeno vent’anni. Nel suo viso si legge chiaramente lo stupore, per qualcosa che avrebbe pensato immutabile e adesso è presente soltanto nelle immagini della memoria.

La sua.

Chiede discretamente un caffè ristretto al ragazzino di servizio, e poi, sempre più sorpreso getta lo sguardo a caso tra le antine che custodiscono pregiati manufatti pasticceri, liquori e quant’altro un bar di tale raffinata fattura possa accogliere al suo interno. Passa in rassegna i dolci esposti e ne assapora, invano, il gusto con la mente, ché d’altra parte non è mai stato amante degli zuccheri, di alcuni non ne ha memorizzato il gusto perché non l’ha mai assaggiato in vita sua. Si sofferma lungamente a sorseggiare il caffè rigorosamente amaro fin quando all’altro capo dell’infinito bancone gli sembra d’incontrare un volto conosciuto.

Un vecchio amico di infanzia.

Ci sono amicizie che non coltivi, persone di cui hai smarrito i recapiti, e che mai in fondo hai voluto cercare, per paura di trovarti magari quello che eri un tempo e che adesso non sei. Smarrito. Ci sono memorie e momenti che deleghiamo, nei gesti e nelle parole degli amici. D’infanzia o adolescenza. Davanti agli occhi dello spaesato straniero c’era parte della sua memoria, in ciò che un tempo era stato. Un ragazzetto gentile col quale aveva condiviso sbronze colossali e numerose partitelle a perdere per la strada e qualcosa di più, il breve viaggio di un particolare momento della sua vita che ancora portava dentro, come un sospiro. Negli occhi di quell’uomo, indaffarato a render lucido il già brillante ripiano del bancone, lo straniero è certo d’aver intravisto quelli del piccolo Antonio. La mascotte del suo passato. Antonio che trascorreva gran parte dei suoi adolescenziali pomeriggi nel capanno di Enzo. Quel ragazzino, com’era custodito nella sua memoria, ne aveva fatta di strada. In fin dei conti tanta quanta ne aveva percorsa lui, lungo un’immaginaria linea di spazio differente. Strade che s’incrociano e che conducono i passi di esistenze distanti nello stesso luogo, in quello stesso bar. E il tipo dallo sguardo assorto ricorda il piccolo e sgusciante amico dell’adolescenza.

Antonio che si presentava puntualmente al capanno per assistere alle prove della band. Con la scusa quotidiana rifilata alla madre, d’andar a studiare da qualche compagno di scuola più dotato di lui, giungeva con la sacca di libri e quaderni, che lasciava scivolare all’angolo, e accovacciato sul pavimento umido rimaneva ad ascoltarli suonare. Benché fosse un imberbe adolescente era entrato dentro quella band, ne era divenuto la mascotte.

Nelle sembianze del barista, nonostante adesso non vi sia più traccia di capelli, e lo sguardo adulto meno canzonatorio dell’epoca e le labbra quasi ristrette dagli anni mostrino tutto il tempo che gli è scivolato sulle spalle, lo straniero è certamente convinto di riconoscervi il vecchio amico dei pomeriggi musicali trascorsi al capanno.