A volo d'Angelo
- Castelbuono,
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- Massimiliano Città
Di primo mattino s’era alzato con un dolorino alla schiena. Non appena aveva messo il piede sinistro sul pavimento, pronto a issarsi, per affrontare la nuova giornata, aveva sentito un sordo crack dietro. Poco sopra il gluteo destro. Una goccia di sudore fredda era spuntata sulla fronte a segnalare un allarme.
In effetti accadeva spesso.
Ogni volta prima di una gara importante Angelo sentiva sempre qualche acciacco. Ricordò sorridendo quando s’era fatto convinto d’essersi strappato entrando nel box doccia, e i relativi sfottò di padre e fratello che non attendevano altro. Si divertivano a canzonarlo per quelle sue profonde ipocondrie. Era un ragazzino gracile nell’animo, molto più di ciò che poteva manifestare nel fisico a prima vista.
Eppure correva e saltava, anche.
Suo padre era un vecchio appassionato d’atletica, uno di quelli che, appena può, se ne rimane appiccicato al televisore ogni qual volta intercetta un paio di gambe zampettare sull’ovale. Aveva battuto qualche pista anni prima, fregiandosi di rappresentare l’Arma, poi il matrimonio, la famiglia e il lavoro avevano appesantito il passo, e così, col sorriso sulle labbra, aveva optato per l’atteggiamento sportivo più in voga, quello passivo. La passione del vecchio atleta però, senza alcuno sforzo, era stata trasmessa al secondogenito. In maniera diretta, come accade per talune malattie a carattere ereditario, Giovanni aveva passato al figlio il gene della corsa, il piacere dello sforzo, l’alta idea di un sacrificio ripagato dalla sensazione fisica di tagliare per primo il traguardo.
Di provare a farlo.
Angelo non aveva mai mostrato uno spirito eccessivamente competitivo ma, in seno alla famiglia, ci si era resi conto che lo stimolo delle gare teneva vivo lo sguardo spesso opaco del ragazzino. A scuola rimaneva sospeso tra gli anni di corso, mai eccellente, barcollava fino all’esito conclusivo. Un anno, alle medie, precisamente in seconda, fu fermato a malincuore, nonostante l’insegnante di lettere stravedesse per lui e i suoi modi gentili, «da poeta», li aveva definiti in un colloquio privato voluto con la madre, per comunicarle in anticipo la bocciatura.
La professoressa De Rose riusciva a mantenere certe delicatezze nonostante la scorza di sergente incorruttibile. Quell’anno Angelo saltò le gare, gli allenamenti e tutto ciò che non avesse a che fare con la signorina Limetti, donna di ampio respiro e massiccia sudorazione. Cugina di qualche grado della madre, accomodava, con pachidermico portamento, il suo enorme complesso di glutei puntualmente alle 15 e 35 senza mai sforare di un secondo e conduceva il giovane e malcapitato discepolo, pomeriggio dopo pomeriggio, nei meandri del letterario mondo.
Fu un’estate interminabile per il ragazzino. Nei suoi ricordi riferiti ai pochissimi amici, due in verità con i quali poteva liberamente confidare ogni crepa di spirito, raccontava di un alone che lo investiva senza tregua, mozzandogli il respiro. E con quella limitata capacità polmonare il giovane avrebbe dovuto affrontare l’irta salita del Leopardi. In qualche modo, sorridendo di gusto, diceva agli amici che anche quell’esperienza, seppur terribile, l’aveva temprato alla fatica. In quell’ambito Angelo era consapevole di aver trovato la sua dimensione. Nella fatica che, pur non avendone coscienza, considerava salvifica per la sua esistenza. I coetanei non si spingevano oltre la solita partitella a calcetto sul campetto sterrato del quartiere. Angelo, rifuggendo sorrisetti e sberleffi che l’accompagnavano lungo la strada, evitava quelle compagnie e preferiva spezzarsi il fiato lungo il vialone della pineta.
Nei pomeriggi calanti in cui il sole di primavera lascia spazio alla brezza che solleva i passi, il ragazzino s’imbatteva in giovani coppie dedite allo struscio continuo, famiglie a spasso con le loro fiammanti carrozzine equipaggiate di striduli vagiti e vecchi assorti su panchine lerce di solitudine. Fu in una di quelle occasioni che conobbe Anselmo. Anselmo aveva settant’anni ma la voce cavernosa e profonda sembrava provenire direttamente dall’ottocento. Appariva come un vecchio senza età, né storia forse, a scorgerlo nel profondo degli occhi, piccole fessure, serrate al bagliore della luce, nascoste agli sguardi impudenti del mondo. La prima volta lo incontrò in un momento di defaticamento, quando sul passo provava a scrollarsi di dosso un po’ di tossine. Tergeva le sparute gocce di sudore nel polsino di spugna, irrinunciabile dono del fidato amico Ezio, e si rifocillava con un po’ d’acqua limone e sale, mistura sana e salutare compostagli dalla madre. Anselmo chiese, seppe farlo, senza usare parole. Con modo pacato, e lentamente, come uno scalpellino che alacremente lavora alla sua opera, con estrema pazienza, riuscì a trovare la chiave per aprire il forziere che Angelo era riuscito a serrare alle orecchie dei suoi genitori. Per una combinazione alchemica che non sapremmo dire scattò una scintilla tra il vecchio e il ragazzino che li legò in maniera sincera.
Anselmo aveva vissuto miseramente. Era uscito piegato dalla malattia e aveva seppellito una moglie mai davvero amata. Era stato più volte sfrattato da tuguri che non voleva neppure descrivere al ragazzo, tanta era la tristezza che covava nel cuore al solo pensiero degli anni passati. Aveva cambiato mestieri e città di stagione in stagione, e le gambe, diceva, «avevano corso in certi giorni più di quanto tu abbia fatto fino adesso nella tua vita intera, ragazzo.». Fino a giungere alle soglie del gorgo muto con un piccolo assegno di pochi spiccioli, che non bastavano a portarlo dignitosamente alla fine del mese. Anselmo arrancava e negli occhi larghi del ragazzo, che aveva intravisto lucenti, nei piccoli muscoli tesi e brillanti del giovane scorgeva una vitalità mai avuta. In un certo senso provava invidia per Angelo, e forse, non confessandolo neppure a se stesso, gli si era legato per provare a strappargli un po’ d’energia.
Come accade per il crepuscolo che s’aggrappa ancora alla flebile luce del sole prima che giunga la tenebra a spazzarlo via. Angelo era un soffio di vita finito per caso nei polmoni bucati di miserando fumatore. Angelo era un vizio che voleva celare. Non furono parole, ma semplici gesti, appuntamenti di un dialogo scarno, senza orpelli.
Angelo correva, Anselmo attendeva.
Entrambi, per vie differenti, cercavano di adeguarsi a ciò che chiamiamo vita. S’aggiustavano al meglio, come si prova a fare con un abito, l’unico che abbiamo, e che necessariamente dobbiamo indossare per non andare nudi per strada.
Una vita scomoda era la loro.
Per un tempo infinito lo era stata d’Anselmo, per un breve cammino già bussava fastidiosamente alla mente di Angelo.
«Da quanto fuggi?», disse il vecchio dopo un paio di settimane di dialoghi mancati.
«Non fuggo mica», rispose stizzito Angelo.
«Perché corri, allora?»
«Perché mi va!»
«Non si suda così tanto, non si fatica ogni giorno soltanto perché mi va, ragazzo.»
«Corro e basta.»
«Io resto persuaso che tu fuggi e basta.»
«Stupido vecchio», disse Angelo e scappò via senza salutare.
Per alcuni giorni evitò accuratamente di allenarsi in quella zona, poi come attirato da una sirena vi fece ritorno. Anselmo era sempre lì, e per un attimo balenò in mente al ragazzo l’idea che il vecchio non avesse mai abbandonato quella panchina.
«Siamo di ritorno?», disse il vecchio lasciando intravedere nel sorriso accennato i pochi denti rimasti.
«Passavo di qui», rispose il ragazzo saltellando sul passo.
«Mi piacerebbe venirti a vedere, in gara dico, mi piacerebbe vedere come stringi i denti per fuggire più forte.»
«Ritorni sempre là, insisti con quel discorso, ti ho ripetuto già abbastanza che non
fuggo mica, corro.»
«Ma non mi hai detto perché», concluse il vecchio sornione.
Angelo rimase fermo per alcuni istanti, fissò il vecchio, forse per la prima volta si accorse del suo abbigliamento, dell’insieme di cenci che ne ricoprivano il corpo, un corpo che non sarebbe stato in grado di quantificare nelle proporzioni, così piegato, su quella panchina, raggrinzito, tenuto dritto a stento dallo schienale. Ebbe un gesto di insofferenza, voltò le spalle e salutò senza garbo. Ritornando verso casa rivide gli occhi del vecchio sopra i suoi, avvertì una sensazione di disagio, come se quel sorriso insistente avesse capito più di quello che gli era stato concesso. Riprese una corsa forsennata verso casa, fino a spezzarsi il fiato. Le settimane successive furono scandite dalla solita ansia da acciacco pre-gara. S’allenava con costanza, come sempre, eppure sentiva di non metterci tutto dentro quelle gambe, alcuni pensieri lo distraevano, l’eco di voci cangianti interrompeva i suoi discorsi, e occhi che non aveva mai incontrato lo scrutavano nel profondo della notte. Diventava sempre più insofferente. L’ultimo mese di scuola era divenuto insopportabile, sebbene il suo basso profilo lo tenesse alla larga dai guai, risse, atti di vandalico tedio e incontrollate sbronze mattutine davanti ai cancelli, era divenuto bersaglio di un gruppetto ostinato di compagni.
Le loro vocine sfottenti, che gli sussurravano oscenità, lo seguivano lungo la strada. Talvolta si facevano più insistenti, s’alzavano oltre il rumore del traffico e lo colpivano forte. Il ragazzo iniziava a piegarsi. Un reflusso gastrico risaliva con frequenza al risveglio, quando la madre sorridente si accertava che tutto fosse al posto nel solito zaino a spalla di una vita, quando il padre, nei turni mattutini, lo caricava in auto per lasciarlo ad un passo dall’entrata. Lo lasciava lì, abbracciandolo con lo sguardo, in un affetto che non era mai stato bravo ad esprimere a parole, e poi svoltato l’angolo, coperto dal rombo di un motore che faticava dopo migliaia di chilometri percorsi, non riusciva ad udire l’accoglienza che quel gruppo di teppistelli riservava al figlio.
«Signorina bella corsa!»
«Dov’è finita la nostra bella tuta attillata fucsia, ti fa veramente figa, me la presti?»
«Bel sorriso, ma un giretto in macchina quando ce lo concedi?»
Angelo non li guardava, con gli occhi sul brecciolino dello spiazzo tirava dritto, verso la classe, l’angusta prigione, il luogo in cui il solo respiro del compagno più prossimo gli trasmetteva ansia. In qualche modo avrebbe voluto ribellarsi, scuotersi, chiamare. Ma non aveva abbastanza voce per farlo. A casa gli mancava il fratello. Ricordava con malinconia quando bambini dividevano il tepore di un piumino sotto il quale gli raccontava storie di streghe e orchi. Adesso gli anni trascorsi lo avevano allontanato, portandolo a Trento per la leva. Ezio e Marco, amici di sempre, non avrebbero saputo ascoltarlo, per ciò che sentiva di dover dire, rimaneva Anselmo, ma a che pro parlare con qualcuno che già sapeva?
Sentiva d’essere solo, con l’amara consapevolezza di non potere contrastare quelle vocine sempre più insistenti.
S’abbandonava alle corse, tutto ciò che gli restava.
La sconfitta bruciante nell’ultima attesissima gara lo tranciò di netto, vincendo ogni possibile resistenza alla vita. Il circolo sportivo che rappresentava aveva puntato molto su di lui, qualche dirigente, sporgendosi oltre il semplice commento, s’era vantato d’avere tra le mani il nuovo talento dell’atletica italiana. Il carico d’aspettative aveva gravato come un macigno sui polpacci del fragile ragazzo, rendendolo rigido, cancellando la caratteristica eleganza di corsa. Giunse quarto, con le ginocchia in fiamme e l’animo misero.
Lo sguardo con cui fu accolto dal tronfio dirigente lo piegò più della mancanza di fiato.
La benevola pacca del padre al ritorno fu come un sasso scagliato con forza alle spalle.
Ma più d’ogni cosa il pensiero d’essere atteso al varco il giorno dopo dalle vocine non gli dava tregua. Sebbene fosse spossato nel corpo, non riuscì a chiuder occhio. Di buon mattino, senza che la madre, come solito, scuotesse canticchiando il letto, invitandolo a far presto per la colazione, s’era già bello e vestito. Evitò di incrociarne lo sguardo, quando questa l’abbracciò sussurrandogli all’orecchio che alla prossima gara avrebbe stracciato tutti senza fatica. Rifiutò il passaggio del padre, adducendo la voglia di ripassare la lezione durante la passeggiata verso la scuola. Senza nulla dentro lo zaino, ma con il peso della sua anima s’incamminò verso l’edificio. Fu uno dei primi ade entrare, salutò assente il vecchio bidello che sbraitava per il disordine lasciato dal «branco di bisonti» e salì per le scale. Continuò a salire, senza fermarsi al terzo piano, senza indirizzarsi, come gli altri verso la propria classe, salì ancora, e ancora. Uscì in terrazza, la scalcinata palestra estiva, un lungo corridoio fatto di mattonelle danzanti che subivano i palleggi dei giovani giocatori. Scrutò il cielo fumoso del mattino, poi s’abbandonò completamente ad ogni angoscia. L’appuntato Seppi prese la telefonata e si diresse in loco col maresciallo Angius. Un nutrito gruppo di spettatori era fermo, mormorante davanti l’ingresso laterale della scuola. C’era stato un incidente, avevano detto al telefono.
Seppi parcheggiò, lasciando l’automobile di traverso, e scese. L’occhio vispo del giovane milite colse in uno sguardo tutto ciò che c’era da sapere, e d’istinto indietreggiò di alcuni passi, poi si rivolse al superiore fermandone il passo con vigore. Angius lo fissò corrucciato, senza dire parola provò a scansarlo per farsi strada, ma il giovane appuntato gli afferrò i polsi con forza, il maresciallo non capì e provò a divincolarsi. La presa di Seppi, appassionato d’arti marziali, era serrata come una morsa.
«Allora, che significa?» urlò Angius.
«Maresciallo, lasci che le spieghi.» rispose sussurrando Seppi.
«Che c’è da spiegare, lasciami Giorgio, è un ordine!»
Giorgio Seppi fissava il maresciallo, ma contravvenendo alla disposizione del superiore non allentava la pressione ai polsi di Angius. Rimasero in quella goffa posizione per alcuni istanti, poi il maresciallo forte della sua mole si scostò d’un tratto liberandosi parzialmente, e come un cane al guinzaglio trascinò con se l’appuntato che non l’aveva mollato del tutto. Angius si fece largo tra la folla e, non appena gli si spalancò interamente lo scempio di quel triste spettacolo, cadde sulle ginocchia, come fucilato da un plotone. Si piegò sul corpo devastato del suo Angelo e gettandoglisi addosso lo coprì, nascondendolo agli occhi del mondo.
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