Landmark Motor Hotel
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Eccovi per questo sabato settembrino un racconto tratto dalla raccolta "il Funambolo", edito in formato eBook da ePubblica (lo trovate qui). Raccolta che contiene storie sul filo della vita, in cui ognuno di noi troverà il suo personaggio, o forse più di uno, perchè l'equilibrio è il risultato di più forze. La storia di oggi ci porta accanto alla cantante Janis Joplin, immaginando d'essere con lei negli ultimi istanti.
Buona lettura MC
Sul palco faccio l'amore con venticinquemila persone.
Poi torno a casa sola.
[J. Joplin]
Avrei voluto abbracciarli tutti, prenderli e tenerli per mano insieme, in un sogno unico e senza fine. Eppure ogni cosa è destinata a divenire niente, lentamente, come un urlo senza voce che striscia dentro.
Così finisce un amore soffocato dal silenzio.
Averci un blues.
A volte ci penso. Penso a tutto quel silenzio che mi passa dentro, e mi attraversa la mente da parte a parte, e accompagna i pensieri. A quel maledetto silenzio che se ne sta muto e mi guarda, occhi negli occhi. Sono istanti in cui credo, forse in quelle occasioni credo davvero, che quel silenzio sia musica. Una musica tanto assordante da confonderti le idee. E con una violenza che non avresti immaginato le schiaccia alle pareti, e hai voglia a staccarle e rimetterle in piedi com’erano.
A guardarti allo specchio non riconosci che rughe e cicatrici.
Certi suoni che non avresti mai immaginato.
Da lontano ascolti l'eco di pensieri che non riesci ad afferrare dentro il tuo quotidiano, non hai più la forza, eppure quelle voci ti ricordano d'avere un nome, e un viso forse.
O forse no, ma avverti chiaramente d'averle giù sentite, da qualche parte.
Almeno credi.
Voci distorte e ubriache, lamenti e singhiozzi e sentimentali riff s’accavallano. E s’inseguono al ritmo lento e morente di un blues ormai lontano. Un fremito che trascini da quand'eri bambino, se mai lo sei stato, se mai lo siamo stati tutti, bambini. Io non ricordo, ma in qualche modo sono arrivata qui, dunque in qualche modo sono stata bambina anch'io, e ne sono uscita. C'è un blues che c’accompagna, c'è un blues per tutti a ben vedere. E ci segue, prima illudendoti, e poi, senza che tu te ne accorga, senza che tu abbia nemmeno il tempo di sorridere o piangere o che so io bestemmiare, senza tempo né battito, quel blues del cazzo ti lascia per terra, e se ne scappa via.
Come fosse stato un uomo.
Bleah!!!
Silenzio.
Rimango ferma a rattoppare qualche buco della mia figura per non far scorgere il calzino stinto e mi nascondo dalle folate che soffiano forti fuori. Vorrei che il mondo finisse qui, sotto una coperta di lana, maglie larghe e strappate dai giorni. Vorrei che il mondo si chiudesse qui. In una coperta sfilata dal mio fare distratto.
Mi nascondo.
E indosso la mia inseparabile giacchetta per coprire le ossa dal gelo del mondo. Così carina, di seconda mano, presa in prestito anni fa e mai restituita. La tipa del bar, tutta tette e dolci malinconie, me l’ha data per una foto e un sorriso.
E forse un bacio, ma non ricordo più.
Lei e il suo sorriso, ostentazione di un nulla che nemmeno sa di sentire, maschera di un volto che non c'è.
Che dirle?
Io qui. Rantolo in continuazione e non so fermarmi, il battito dei denti è frenetico, e scivola sulla mia lingua esangue. Il tempo sprecato è il tempo in cui muoio. Anche lui lì, nel silenzio mi guarda, insieme mi guardano e scandiscono i passi che ancora devo percorrere in questa stanza. Mi tengono per mano, per quanto sia possibile. Tempo e silenzio.
E prima o poi mi lasceranno cadere.
Mi copro dal freddo e dallo spiffero impudente. Viene dentro come un orgasmo sottile, sale su per le scarpe sfondate, sapete vanno tanto di moda adesso, ma i piedi non sanno.
Ed io non so nemmeno che giorno sia, figurarsi il mese, la stagione, l’anno. E non chiedetemi come mi chiamo che non saprei per nulla rispondervi. Non ho la più pallida idea di quale sia il mio nome. Un tempo l'ho avuto, tutti hanno un nome, almeno per il puro gusto di dimenticarlo, o di farlo dimenticare a qualcuno.
E le idee si confondono.
Capita a tutti del resto, tutti hanno idee confuse. Basta guardarsi in giro e ascoltare le parole della gente. E tanto più bene parla tanto è confusa, la povera gente.
Ascoltatela.
Spegnete le vostre menti per qualche istante, zittite il trillare di telefoni invadenti e nascondete nei vostri freddi garages il rombo delle automobili, acquietate antichi dolori e rinnovate speranze e fermate tra le dita il sibilo di aerei insinuanti, fate tacere le urla dei bimbi che ingombrano la mia povera testa. Fate tacere le urla silenziose dei bambini che scalciano su prati di fango. Nei ghetti si ride per un pezzo di pane trovato per terra, si ride di nulla e si muore per niente e la mia mente oggi è un ghetto.
Ascoltateli.
Il tintinnare di monete sonanti scambiate al mercato da serpenti a sonagli, il fracasso di investimenti e azioni, e miliardi sparsi qua e là per nessuna ragione. Miliardi bruciati da invisibili fiamme. E la spranga che stride sul ferro, dolcetti appena sfornati e vitelli squartati, la vanga che sradica l’erba.
È il loro mestiere.
Sudore e denaro marciscono insieme per le loro pene.
Ascoltatele.
Frenetici passi in fondo alla strada, all’angolo, quando il marciapiede svolta sulla destra nascondendo il cammino e non sai dove andare.
All’angolo tra il negozietto alla moda che ti infilza di creme, gonnelline attillate da spezzare il fiato, crampi allo stomaco per culi d’inferno, tormenti e desideri e giochi che volevamo, ma era appena ieri. Quel negozietto di sogni e speranze e la vecchia baldracca che raccatta qualche cazzetto moscio per un caffè e latte. Ché fuori dicono faccia freddo davvero quand’è inverno.
A malapena in piedi, tra quel posto incantato e la donna che tanto ha ingoiato, e qualche rumorosa cinepresa ci sta questo piccolo motel che m’abbraccia stanotte.
Tempo e silenzio, e questo motel.
Un volto scrostato dai giorni, ricordo di colori sgargianti vinti dalla pioggia.
Nulla rimane com’è.
Qualche finestra cadente, una porticina e parecchi mal squadrati scalini da lasciarci le gambe, scricchiolanti più che mai. Anche qui, fuori dal mondo, oltre la mia cara coperta di lana, a quanto pare c’è confusione, e forse più.
Da parte mia ascolto e tendo le orecchie alla vecchia radio e la sua piccola cassa che gracchia, ansimando, più della mia voce.
Ascolto governanti e papi, dottori e puttane, e madri e padri in balia degli eventi, e piccoli bimbi che gridano sui prati di fango.
Tutto è confuso attorno, e i miei occhi piangono lacrime asciutte. Pensieri confusi e silenzio assordante, ecco quello che sono. Ho scopato fino a sfiancarmi con gente che nemmeno ricordo e adesso mi sento come un pensiero confuso in un silenzio assordante. E qualche brivido di paura mi tiene compagnia.
Non è che ci voglia granché poi per esser confusi.
Basta un po’ di solitudine, e un pizzico d’onnipotenza.
Quando le tue parole vengono ascoltate ed esauditi i tuoi desideri, allora non ci vuole molto a confonderti le idee.
Da non capirci un cazzo davvero.
Così me ne sto qua a guardare da questa finestrella un po’ sudicia, qualche passante distratto, un’auto scalcinata e un whisky che ballonzola su gambe malferme.
Il mio silenzio è claudicante come quell’uomo, va e viene, va e viene dal silenzio, nel silenzio.
Averci un blues da cantare, anche per qualche minuto, allora forse starei meglio, ma le corde le hanno spezzate e nessuno le può cambiare a quanto dicono.
Sono andata dal mio amico e gli faccio, “cambia sto’ ponte e metti corde nuove che voglio cantare”, mi guarda e mi dice che non c’è verso. Adesso le corde della mia vecchia chitarra non le fabbricano nemmeno più e quelle della mia gola martoriata s’allentano giorno dopo giorno.
Nulla da fare.
Eppure sembravano nuove, luccicavano ancora di smalto fresco e avreste dovuto sentire come suonavano. Ma adesso che dire, silenzio intorno, e ritorno a giocare con i polsini della mia camicia bianca unta d’alcol di non so quando.
Ma sarà stato di certo d’annata.
Piangi, piangi piccola, e fai rumore, canta più forte che puoi, con quanto fiato il buon dio t’ha ficcato in quella stretta e fradicia gola che ti ritrovi. Canta che la morte ha paura e rimane li, ferma sulla porta.
Mai sia fatto silenzio.
Nel silenzio ti prende che neanche t’accorgi. Siamo dunque tutti morti tra le pareti di questo hotel?
La chitarra freneticamente distorta che ascoltavano qualche passo più in là non suonerà.
Hanno staccato la spina.
E la lucertola che ballonzolava, sgusciando tra i vecchi tappeti d’arredo, e dribblava le sedie saltellando su una zampa e sedeva accanto a me aspettando che accendessi il camino, be' quel simpatico rettile credo non metterà più il suo musetto fuori. S’è infilato in un buco più grande di lui e non penso ne esca più.
Ha perso la coda.
M’è sembrato per un attimo che il vento mi dicesse qualcosa, come se avesse cercato di parlarmi, di attirare la mia attenzione, richiamarmi alla vita, fuori da questo buco d’albergo.
Zitti che non riesco a sentire, un po’ di silenzio signori, grazie.
Il vento ha qualcosa da dirmi.
Guardate come s’agita e sfronda foglie e rami e piega alberi e coscienze. Ammutolisco il mio cuore per ascoltare meglio, ma, v’assicuro, niente.
Non si riesce a capire.
Ché forse invece di parlare mi stava cantando qualcosa, una ninnananna magari?
Che sensazione magnifica essere cullati dal vento verso un sonno pieno e quieto. Come vorrei riposare adesso.
Averci un blues.
Lo tratterrei stretto nella mia gola, accarezzandolo dolcemente per poi colpirlo con forza, senza scampo.
Lo amerei fino a perdere fiato.
Che non mi lasci in silenzio. Lo potrei sussurrare, anche, perché no, ad avercelo tra le labbra, e invece nulla, nulla di tutto questo.
Labbra secche e spaccate nel profondo e animi lacerati, ma non importa ch’è tutta un’altra storia.
Piangi, piangi, bambina vieni a me e continua a piangere, che non è silenzio per noi.
Cazzo, averci un blues.