La forza della Memoria
- Sicilia,
- Speciali,
- Davide Bellavia
A vent’anni dalle stragi di mafia che uccisero i Magistrati Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, il ricordo dei loro sforzi e soprattutto della loro tragica morte è ancora ben’impresso nella mente di tutti gli italiani. In quegli anni Palermo fu più paragonabile che mai a Baghdad: benchè certi scorci ed a volte anche il clima possano essere già di per sè evocativi di quella parte del mondo, ad avvicinarle ancora di più era il clima da guerra civile che permeava la città. Eravamo in guerra ma nessuno l’aveva dichiarata, avevamo il coprifuoco ma nessuna sirena aveva suonato. Avevamo imparato a convivere con gli omicidi, con una mancanza di libertà e di fruibilità della città e della vita stessa inimmaginabili per qualunque altro italiano; ormai a quelle privazioni eravamo avvezzi. Vivevamo in un’atmosfera per certi versi simile a quella post 11 settembre. Palermo si era già lasciata alle spalle quella che gli storici chiamarono “Seconda guerra di mafia”, che vide contrapposti gli schieramenti dei Palermitani fra cui spiccavano i Bontade, gli Inzerillo, Badalamenti e Buscetta ed i Corleonesi guidati da Riina, Provenzano, Bagarella, il tutto sotto l’attenta regia di Luciano Liggio già in carcere. Una guerra svoltasi non in trincea ma lungo le strade della mia città, durante la quale furono commessi oltre mille omicidi, e che vide trionfare i corleonesi sia per ferocia che per superiorità del loro potere militare.
Purtroppo a conoscere queste barbarie non furono soltanto i cittadini di Palermo, perchè tutta la Sicilia era scossa in lungo e in largo da queste atrocità; in particolare nell’agrigentino e nel nisseno si consumò un’altra guerra, quella fra gli stiddari e Cosa Nostra, sempre più intenzionata ad estendere la propria egemonia su tutta l’isola.
Ma gli anni ottanta e soprattutto gli anni novanta si distinsero dai precedenti perchè gli attacchi non furono più rivolti in prevalenza a criminali appartenenti a cosche rivali, ma bensì ai rappresentanti dello stato, magistrati in primis. Il primo a cadere fu il giudice Rosario Livatino di Canicattì, assassinato brutalmente mentre percorreva senza scorta la ss 640 per recarsi al tribunale, ucciso per l’appunto dalla meno nota ma non meno feroce “stidda”.
Nel ’92 però l’attacco allo stato raggiunse il suo acme: il 23 Maggio – esattamente vent’anni fa – a Capaci, Cosa Nostra compì un’attentato degno di Al-Qaida posizionando e facendo esplodere ben cinque quintali di tritolo sulla A29 all’altezza dello svincolo autostradale, dove persero la vita il Giudice Giovanni Falcone, sua moglie e la sua scorta. Stessa sorte toccò due mesi dopo al suo collega ed amico Paolo Borsellino, ucciso nei pressi dell’abitazione della madre da una carica di cento chili di tritolo piazzati su una Fiat 126; insieme a lui trovarono la morte tutti gli agenti della scorta eccetto uno.
Vogliamo ricordarli intanto come magistrati di rara caratura, il cui contributo fu essenziale ed indispensabile per la lotta alla mafia. Vogliamo lodare il loro stoicismo e la loro determinazione nel portare avanti i propri compiti e il loro senso del dovere indubbiamente fuori dal comune. Stoicismo e determinazione che non li hanno abbandonati quando si trovarono soli davanti al loro destino, consapevoli di dover morire di una morte atroce: o sforacchiati dalle pallottole o dilaniati dal tritolo, hanno guardato in faccia la morte ed hanno sorriso. Sapevano con chi avevano a che fare e che certamente l’avrebbero pagata, ma nonostante questo hanno tirato dritto. Due uomini. Avete presente cosa si può provare sapendo di andare incontro ad un destino così funesto? Ovviamente, e per fortuna, no. Alla maggioranza di noi fa paura l’idea di morte di per sè, si cerca di sfuggire a quel pensiero, lo si vive come un tabù. Il terrore di morire di morte cruenta è una di quelle paure che ti entra dentro, che ti attanaglia quando credevi di aver scacciato quel pensiero e non ti fà dormire la notte, una cosa alla quale non riesci ad abituarti, della quale non riesci a fartene una ragione. Infine, apprezziamo il loro coraggio e lo prendiamo come esempio: d’altronde il coraggio non è non aver paura ma trovare la forza di andare avanti e non lasciarti paralizzare da essa.
E’ indubbio che il loro sacrificio non è stato vano: oltre all’importantissimo contributo professionale, essi sono riusciti a smuovere le coscienze della società siciliana abituata a non reagire ed a rifugiarsi dietro l’omertà. Per la mafia l’attentato ai due giudici è stato il peggiore degli autogol, ha fatto sì che la popolazione siciliana, disgustata da tanta atrocità abbia trovato il coraggio di scendere in piazza e dire “Basta”, schierandosi apertamente e definitivamente contro quella che Peppino Impastato definì “Una montagna di merda”.
Ed è per questo che in questa ricorrenza più che mai è fondamentale ricordare il loro sacrificio, affinchè anche chi non c’era possa sapere, affinchè queste atrocità non si ripetano e la lotta alla mafia rimanga una priorità. Perché per dirla con Caponnetto “La mafia teme più la scuola che la giustizia”.