Una brillante giovane contesta Sgarbi

Una giovane amica ha “postato” nel gruppo Facebook, un Sindaco vero per Cefalù, l'intervento che segue. Non solo è interessante e scritto bene, ma in esso traspare l'orgoglio di essere una donna che ragiona e che, pertanto, non può essere oggetto dei giudizi offensivi di uno Sgarbi qualunque.

La giovane è attualmente studentessa presso la prestigiosa università di Pisa, dove è giunta dopo il liceo classico, frequentato al Garibaldi di Palermo. Questo è il suo secondo intervento a sei mesi di distanza dal primo: una prova che interviene soltanto se ha cognizione e opinione di ciò di cui parla.

Ecco, di seguito, l'intervento, che è anche una risposta ai sostenitori di Sgarbi.

Giorgia Di Cara


“Ogni donna che becco la dedico a mio padre”. In questi termini l’esimio professor Sgarbi ha mostrato il senso più profondo di ogni sua nuova conquista in campo femminile. Di certo, uno come lui, una donna non la può che “beccare” come accade con l’influenza o con un terno al lotto e qualora questo avvenga, alla stregua di un trofeo o di un successo personale, trova legittimo e perfino poetico dedicare la vittoria alle persone care che maggiormente l’hanno ispirato. “La donna è sogno, è speranza, è desiderio”, io credo che al punto in cui siamo la donna dovrebbe sognare,sperare e desiderare di meglio che una simile considerazione e diventare per una volta soggetto attivo della frase che la coinvolge. E invece quella sera,alla presentazione del nuovo libro del professore,dalla prima fila proprio le donne elargivano divertite grandi sorrisi e nel post serata giustificavano ogni parola detta nei loro confronti che sarebbe potuta essere oggettivamente offensiva dicendo “ma sai com’è, lui è fatto così”. L’aggraziato esercito delle donne dell’arte presentato dal dottor Sgarbi è stato, probabilmente suo malgrado, legittimazione della serata che lo ha visto al dire il vero ben poco protagonista. Queste stesse donne, con le quali il professore ha nel corso della sua vita intrecciato un vero e proprio rapporto amoroso, sono in il prototipo femminile cui più spesso Sgarbi fa riferimento. Donne esteticamente gradevoli, della cui compagnia si può godere gratuitamente ma ancora più spesso a pagamento, e soprattutto donne intrinsecamente impossibilitate a parlare, anche se sarebbe interessante scoprire, per una volta, cosa loro avrebbero da esprimere su di lui che, da critico dell’arte, le porta a spasso per il paese dichiarando le sue considerazioni su di loro. Queste donne godono davanti al professore di un trattamento esclusivo del tutto particolare, infatti qualsiasi altra donna del suo tempo che volesse intrecciare qualsivoglia tipo di relazione con lui, non potrebbe esimersi dal dargliela, cosa dalla quale (fortunatamente per loro) le “piene di grazia” sono esentate. Gentil dame, sante e madonne diventano inaspettatamente cornice di uno spettacolo che di culturale ha ben poco e che ha toni più congeniali a quelli di uno show del Bagaglino che di più alto ha solo l’astrazione dovuta all’assenza effettiva delle veline seminude che scorazzano sul palco e che,ahimè, lo spettatore deve, con uno sforzo di fantasia, sforzarsi ad immaginare, aiutato però dal linguaggio scurrile di Sgarbi che ben poco lascia all’immaginazione. Se in un’atmosfera di assoluto relativismo e davanti un pubblico ipnotizzato è possibile dire di tutto, forse sì, il burka delle donne arabe, da sempre esempio della subordinazione delle donne a un dispotico potere maschilista, può farsi portatore di una cultura semplicemente diversa dalla nostra e non reprimere necessariamente un atto di libertà alla stregua del velo dell’Annunziata di Antonello o di quello delle suore. Piene di grazia le donne del libro di Sgarbi analogamente a quelle che della sua grazia ne hanno piene le scatole.