Nuova luce alla Cappella del Crocifisso nella chiesa Madre di Collesano
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Nelle passate settimane, dopo un lungo e complesso restauro, è tornata fruibile al pubblico la Cappella che ospita il dipinto quattrocentesco raffigurante l’Annunciazione, meglio nota come Madonna dei miracoli, all’interno della basilica di San Pietro a Collesano.
Di per sé la notizia non avrebbe nulla di eclatante, se non dal punto di vista culturale, ma vale la pena di sottolinearla in maniera particolare perché tutto il complesso decorativo e pittorico di quell’ambiente, tanto caro ai collesanesi, non ha subito un semplice lifting superficiale, ma finalmente si è attuato un esemplare intervento di recupero del nostro patrimonio culturale, di quelli che andrebbero presi come termine di paragone per giudicare ciò che è stato fatto in passato e per garantire ciò che è in programma di fare in questo ambito nel nostro purtroppo martoriato territorio.
Su questo tema scrive infatti Federico Zeri che «il tempo distrugge, il tempo rovina, ma non quanto i cattivi restauratori» e che «il restauro è stato uno dei flagelli degli ultimi duecento anni» e ancora che «un restauratore può rovinare molto più di un bombardamento» (da Dietro l’immagine). Pertanto, anche alla luce delle recenti polemiche che vorrebbero sminuire il portato dell’operazione compiuta, vorrei esprimere qualche considerazione in merito, convinto che in casi come questo la comunicazione sia l’unico strumento per bloccare sul nascere dispute inutili che arrecano solo danni e divisioni alla collettività.
Assai complesse appaiono le vicende storiche che riguardano le fasi costruttive della Cappella, frutto di una stratificazione di interventi succedutisi nel tempo, già indagati da Rosario Termotto attraverso l’analisi delle fonti e dei documenti e adesso confermate e arricchite dai risultati del restauro appena terminato.
In origine, fin dalla fondazione della chiesa, la cappella absidale a sinistra del presbiterio doveva essere di patronato della famiglia De Marti, proveniente da Pisa. Qui infatti nel 1546 venne collocata, entro la nicchia sulla parete sinistra adesso ripristinata, la statua marmorea della Madonna col Bambino, commissionata da Bartolomeo De Marti e che oggi si trova annicchiata in fondo alla stessa navata, opera questa che nell’estrosità della figura esprime un forte realismo anticlassico di estrazione popolana e che, anche a seguito dei documenti recentemente pubblicati da Angelo Pettineo che testimoniano i frequenti contatti fra la famiglia De Marti e Baldassarre De Massa, assegnerei proprio allo scultore di origine carrarese, in una fase anteriore alle collaborazioni con Antonino Gagini che attenueranno l’estro libero iniziale verso soluzioni di un Manierismo più contenuto, come si può vedere nell’altra opera del De Massa presente nella stessa chiesa, la tribuna della Cappella del Sacramento, firmata e datata 1555, con un probabile intervento diretto proprio di Antonino Gagini nelle severe figure binate degli apostoli nella predella.
L’aspetto attuale della cappella risale invece ai lavori intrapresi fra il 1632 e il 1636, quando il sito venne dedicato al culto del Crocifisso. Durante i primi quattro decenni del secolo XVII assistiamo infatti ad una profonda trasformazione della zona absidale della chiesa: la curva dell’abside centrale viene rettificata e convertita in un profondo cappellone, con lo scopo di accogliere il coro che in origine doveva essere collocato al centro della chiesa; nella cappella del Sacramento trova così alloggio la grande “cona” del De Massa, che forse in origine occupava l’abside centrale, come era l’imponente tribuna progettata da Antonello Gagini nella cattedrale di Palermo, da cui quella di Collesano deriva anche iconograficamente, e molte altre nelle chiese siciliane e madonite in particolare, pertanto la pianta interna di questa cappella viene ridisegnata a base quadrata, estromettendo dalla fruizione l’emiciclo dell’absidiola; l’unica che mantiene il suo impianto originale, almeno in planimetria, è proprio la cappella a sinistra del presbiterio, che però si adegua alle altre nell’aspetto.
Il compito di riqualificare la nostra cappella fu affidato al pittore collesanese Giovan Giacomo Lo Varchi, al quale Rosario Gallo riferisce anche la decorazione plastica a stucco. Il Lo Varchi distribuisce tutto l’apparato iconografico e decorativo in modo da rispecchiare specularmente quanto circa un decennio prima il binomio Salerno - Li Volsi aveva disposto nell’altra cappella absidale, quella dedicata al culto dell’Eucarestia. Qui però il tema centrale è quello della Passione di Cristo, per cui le statue in stucco ripropongono profeti e figure veterotestamentarie, che nei rispettivi cartigli prefigurano la sofferenza e la morte del “Servo di Jahvè”, mentre gli affreschi narravano gli eventi che hanno portato alla crocifissione del “Figlio di Dio”. Sul fondo dell’ambiente, al centro, veniva posto il Crocifisso, che oggi si trova appeso semi-dimenticato sulla parete della navata destra, opera che Rosario Gallo dice essere venuta da Roma e per la quale ho già proposto un’attribuzione a Giovan Paolo Del Duca, oriundo romano già attivo a Collesano.
Un episodio decisivo per le sorti della cappella avviene, com’è noto, nel 1846, quando il sito viene scelto per ospitare l’immagine della Madonna dei miracoli, patrona di Collesano. L’evento pone le basi per le modifiche successive dell’ambiente, infatti intorno al 1870 viene riadattato l’altare per meglio ospitare l’immagine della Madonna e contestualmente vengono rinnovati una prima volta gli stucchi, mentre più recentemente, nel 1965, un intervento ben più pesante da parte di Luigi Maniscalco reinventa quasi del tutto l’aspetto della cappella. Le indagini compiute in preparazione al restauro hanno infatti mostrato come pesanti, dannose e incongrue siano state le intromissioni del Maniscalco, e a queste si è cercato, per quanto possibile, di porre rimedio. Un restauro infatti non deve servire a rinnovare quanto si vede, ma, dopo un’attenta fase di studio, a cercare di ripristinare l’organicità dell’opera, il che non sempre vuol dire eliminare le stratificazioni storiche, quando queste sono però l’espressione del naturale evolversi degli eventi e dei linguaggi culturali che si integrano col passato e non quando appaiono come forzature estetiche incoerenti, come era e continua in parte ad essere il caso in oggetto. Ci si è chiesti a proposito se è meglio una parete bianca piuttosto che una dipinta. In questo contesto la risposta non può che essere affermativa, perché nel nostro caso i dipinti non erano espressione di una cultura specifica ma un tentativo poco riuscito di emulare un linguaggio popolaresco già di per sé discutibile, per di più realizzati con mezzi espressivi mediocri, in pratica poco più che dei “santini” ingranditi.
Ritornando ai risultati del recente intervento, dagli esami stratigrafici compiuti per l’occasione ci si è resi conto di come le pitture eseguite sulla parete sinistra della cappella da Maniscalco, giustamente rimosse, ostruissero in realtà una nicchia con affreschi originali addirittura precedenti all’intervento del Lo Varchi, coevi alla statua marmorea della Madonna che come detto qui era posta, e come sopra di essa vi fosse un’apertura poi occultata, come pure occultata dall’intervento di Maniscalco è risultata essere la finestra circolare che dava luce all’ambiente, sotto l’immagine in stucco dell’Eterno Padre, e per far ciò sono stati modificati e in parte distrutti alcuni decori lovarchiani. Per tanto si è provveduto a liberare il profilo della nicchia e a ristabilire idealmente la sagoma dell’apertura soprastante, cancellando le due immagini del Maniscalco lì sovrapposte. Per onor di cronaca e come ulteriore elogio del restauro, bisogna dire che la pittura superiore del Maniscalco è stata semplicemente coperta da un sottile strato di pittura bianca, che volendo in seguito potrebbe anche essere rimosso, questo perché una delle regole principali del restauro moderno prevede la reversibilità dell’intervento, ovviamente quando questo sia attuabile, come non lo è stato per la pittura in basso, dove correttamente si è preferito liberare la spazialità della nicchia soggiacente.
Ulteriori indagini stratigrafiche hanno anche mostrato che sotto le pitture della volta si nascondono altresì gli affreschi originali seicenteschi, che sono stati inopinatamente occultati dall’intervento del Maniscalco, il quale è andato anche oltre distruggendo probabilmente l’immagine del riquadro centrale per modificare la curvatura della volta.
Ma oltre alla restituzione di una piena leggibilità della spazialità dell’ambiente, degli affreschi superstiti del Lo Varchi e degli stucchi, anche questi ultimi pesantemente manomessi nel precedente intervento, il lavoro compiuto ha anche riportato alla luce un inedito dipinto murale di cui non si aveva conoscenza, infatti sulla parete di fondo, dietro l’altare della Madonna è stato rinvenuto un affresco lovarchiano che rappresenta il Calvario con i due “dolenti”, che doveva verosimilmente circondare il Crocifisso in rilievo. Purtroppo per mancanza di fondi non è stato possibile restaurare il dipinto scoperto, come pure per lo stesso motivo non è stato possibile rimuovere i restanti dipinti del Maniscalco sulle pareti absidali e nella volta, per far riemergere quelli originali del Lo Varchi, ripristinare i decori cinquecenteschi affrescati nella nicchia della parete sinistra e liberare l’apertura soprastante, riportando così la cappella nella quasi totalità alle sue forme seicentesche originali.
Si spera che in un prossimo futuro si possa ritornare a intervenire sulla cappella per portare a termine il recupero già egregiamente condotto fin qui a buon punto. Intanto è doveroso porgere dei ringraziamenti: innanzitutto alla gente di Collesano, che con tanta generosità ha reso concretamente possibile l’intervento e che con intelligenza saprà certamente apprezzare quanto è stato fatto; ai parroci che si sono succeduti nella parrocchia di San Pietro, don Pino prima e don Franco adesso, che con una sensibilità non comune hanno mostrato attenzione, e speriamo che continuino a farlo, per il patrimonio di arte, fede e cultura che è stato loro affidato; al maestro Gaetano Alagna e alla sua equipe, che già avevo avuto modo di apprezzare per il recupero della tela dello Spasimo di Sicilia di Marco La Vecchia nella stessa chiesa collesanese, per le competenze e le capacità, umane e professionali, dimostrate durante tutto il corso del cantiere.
Giuseppe Fazio