DA GERACI AI BALCANI, SERAFINO SANFILIPPO CI RACCONTA LA II GUERRA MONDIALE

Serafino Sanfilippo è nato il 19 ottobre del 1923 a Geraci Siculo dove vive da sempre. Partì per la II guerra mondiale nel 1943 e presto si ritrovò prigioniero. Fortunatamente sfuggì alla fucilazione da parte dei partigiani di Tito, alla quale era destinato assieme ad altri italiani.

Quando parte per la Guerra?

Sono partito il 15 gennaio del 1943, nel pieno della guerra. Andai al Distretto di Palermo che mi assegnò al XII Genio. Rimanemmo a Palermo per due mesi. Dopodichè fui trasferito a Santa Maria Capua Vetere, in provincia di Napoli per sei mesi. Ero nel 180° reggimento Genio, mobilitati per l’Africa che nel frattempo fu occupata, Allora ci mandarono di battaglione di complemento nei Balcani. Partimmo in treno. Ci vollero ventidue giorni di treno per arrivare da Santa Maria al Montenegro, in Jugoslavia. Arrivammo lì e dopo un mese l’Italia firmò l’armistizio. Combattemmo coi tedeschi e diventammo da alleati a nemici dei tedeschi. Dopo un mese ci fecero prigionieri e ci portarono nel paese dove eravamo con la divisione italiana, a  Niksic, dove apprendemmo della fine della guerra, con l’8 settembre. Presto però ci rendemmo conto che la guerra non era affatto finita, anzi per noi cominciava. Eravamo migliaia gli italiani. Un tedesco salì su una cabina dicendo “Italiani quelli che vogliono andare a lavorare coi tedeschi da questa parte, gli altri dall’altra parte e saranno portati nei campi di concentramento in Germania.” Io ero con due compagni siciliani. Uno di Scicli, figlio di un maresciallo dei carabinieri, si chiamava Gaetano Reale che fu ammazzato dai tedeschi e un certo Filippo Cultrera di Siracusa, morto l’11 novembre scorso. Con Filippo, dopo 45 anni, ci rincontrammo. Venne con la sua famiglia a Geraci Siculo e pranzammo all’Hotel Ventimiglia. Insomma ci guardammo in faccia e decidemmo di andare a lavorare. Per sei mesi fummo prigionieri a Verano, dove vidi quel famoso  cimitero immenso, dove erano sepolti i morti del 41 e del 42 e del 43. Non si può immaginare quella distesa di morti! Dopo sei mesi ci portarono sull’isola di Viss. La sera di San Giuseppe del 1944, il 19 marzo, indimenticabile per me, siamo scappati dai tedeschi che avevano l’ordine di ritirarsi in terraferma in Jugoslavia. Dopo tre giorni di stare sulle montagne ci presentammo all’esercito di Tito. Questi ci portarono in un posto su uno scoglio, in attesa di fucilazione, ma a nostra insaputa. C’erano americani, inglesi, partigiani. No so come finimmo sull’isola, camminammo a piedi. Durante la strada c’era un croata che mi intimò di dargli le mie scarpe. Fui costretto a togliermele e dargliele. Così rimasi a piedi nudi.  Mi ricordai di avere in fondo allo zaino un paio di calze, ancora nuove, che mi aveva dato mia madre quando partii. Erano di lana e fatti a mano e li misi per camminare. Mentre eravamo sull’isola di Viss(in italiano Lissa n.d.r.), sotto coperta, sentimmo i bombardamenti. Un compagno torinese scassò uno sportello e uscimmo dal barcone per ripararci. Ricordo bene gli spari a destra e a manca. Ci fu il fuggi fuggi. Io andai a ripararmi sotto un albero di carrubo. Finito il bombardamento tornammo sulla barca. Appena sentimmo che il fuoco era cessato tornammo sulla barca. Se avessimo saputo a quali cose andavamo incontro, non saremmo certo tornati a bordo! Scoprimmo presto che andavamo incontro alla fucilazione. Ci portarono sulla terraferma, su uno scoglio, in una casa con la sola ossatura, cioè una “soletta”. C’era un buco per  guardare fuori, serviva per l’aria. Eravamo tanti  e per tre giorni rimanemmo abbandonati a noi stessi. Eravamo inconsapevoli del destino che ci aspettava. C’erano delle famiglie di Bari e noi avevamo buoni rapporti con tutti e d anche con i tedeschi. Dopo 23 giorni, la mattina del 12 aprile del 1944 arrivarono i partigiani. Noi eravamo accampati. Ci adunarono e presero sette di noi, tedeschi. Erano ragazzi, volontari nella marina, potevano avere 16-17 anni “ci curriva u latti na vucca!”(scorre intensa l’emozione nelle sue parole n.d.r.). Li portarono via e li fucilarono. Alcuni compagni, dal buco, videro la scena tremenda. Tornati, i partigiani ci dissero “Voi italiani siete liberi”. Io non so se furono gli alleati a salvarci o se fu il Santissimo Crocifisso, comunque fui salvo. Tuttavia ero moribondo perchè digiunavo da tempo, non ero in grado di stare all’impiedi. Arrivarono dei giovani volontari nell’isola a combattere contro i tedeschi. Formarono un battaglione battezzato “Antonio Gramsci”. A noi prigionieri ci aggregarono al battaglione Gramsci per circa due mesi. A Lesina(isola della Dalmazia) c’erano ancora i tedeschi. Erano fortificati sotto terra  e nessuno avrebbe potuto sventarli. Si sono arresi poi da soli coi propri piedi. Una sera andammo con le mitraglie, ma ci attaccarono coi mortai e io mi nascosi sotto una pietra. Dopo circa due mesi ci portarono in un altro paese. C’era un comandante che si rivolse a noi  dicendoci di dividerci scegliendo di andare a combattere o con la brigata Procomosca o andare in Italia. Io e il mio compagno Filippo ci guardammo per consultarci. Io gli chiesi cosa dovevamo fare e scegliemmo di metterci sul lato che ci avrebbe portato in Italia.  Ci portarono in un altro paese, sempre sull’isola di Lesina. Ci condussero lì gli americani che avevano portato 150  muli dalla Sicilia. Io riconobbi i marchi che si mettevano ai muli. Insomma noi avremmo dovuto addomesticare i muli, mettendoci il basto. Una mattina però protestammo perchè ci avevano promesso che ci avrebbero portati in Italia, ma non se ne vedeva l’ombra. Capimmo che era un inganno. Ci rifiutammo di ammaestrare i muli e in cambio ci lasciarono senza rancio. L’indomani mattina ci riunimmo e rassegnati pensammo che l’Italia ce la potevamo scordare e così riprendemmo la nostra opera di ammaestramento dei muli. Dopo un mese arrivò un partigiano con un foglio in mano e chiamò una lista di prigionieri, tra cui anche io e il mio compagno Cultreri. Ci dissero che avremmo dovuto scegliere i migliori muli per trasportare i cannoni sommeggiabili, che gli americani diedero ai partigiani che non avevano cannoni. Loro la guerra l’avevano fatta coi moschetti. Io allora scelsi una “eterna mula”, fastidiosa,faza(difficile da condurre), tanto che i miei compagni mi chiedevano come avrebbero fatto loro se io non avrei potuto badare alla mula. Li rassicurai dicendo che ci avrei pensato sempre io. Avevo un basto che portava la bocca di fuoco del cannone. Un altro compagno sempre siciliano, portava la testata del cannone. C’era chi portava munizioni, chi le ruote. In tutto eravamo con dodici muli per trasportare solo due cannoni. Ci portarono così di nuovo in terraferma, sbarcammo a Dubrovnik che Mussolini aveva ribattezzato Ragusa. Sbarcammo e trovammo la neve. Era il 4 ottobre del 1944. Combattemmo inseguendo i tedeschi da una collina all’altra. Arrivammo a 20 Km da Sarajevo. Il Natale del 1944 lo passammo coi partigiani di Tito ma non tutti potemmo partecipare. Dovettero fare il sorteggio perchè tutti e dodici non potevamo andare. Andammo in sei. Ci spostammo come da Castelbuono  a Geraci, in mezzo al bosco. Mangiammo una pagnotta di pane, frutta secca, vino e grappa. L’indomani andammo a prendere i muli. Nel mese di marzo del 1945 arrivò l’ordine che gli italiani dovevano essere rimpatriati. I partigiani non volevano cederci però perchè gli sarebbe mancato un grande appoggio, senza di noi. Partimmo comunque ad aprile.

Come è il viaggio di ritorno?

Da Sarajevo ci vollero tre giorni per imbarcarci a Dubrovnik(Ragusa) per l’Italia. Aspettammo   quindici giorni per raggruppare le persone da rimpatriare. Nel frattempo sbarcammo a Brindisi. Da lì ci portarono a Taranto e poi   a Bari. Ci vollero quattro giorni. Giunti lì siamo stati dieci giorni in contumacia dopodichè ci diedero la licenza per tornare a casa. Arrivai in treno a Cefalù, la mattina del 4 maggio 1945. Per arrivare dalla mia famiglia dovevo arrangiarmi. Non avevano mie notizie  dalla partenza da Santa Maria Capua a Vetere. Mi dissero che c’erano dei camion che trasportavano il frumento nei vari mulini e ce ne era uno che andava a Gangi. Andai a cercarlo e l’autista senza farselo dire mi fece salire sul camion. Ero coi vestiti strappati, venivo dalla guerra! Il camion mi lasciò sulla strada che viene da Castelbuono. Appena sceso dal camion mi vide un’anziana a ‘za Vicenza Spallina. Mi aprì le braccia e mi disse“T’arrudicisti Serafì! Ma niputi sapiddu su veni o un veni?” Purtroppo suo nipote non tornò dalla guerra. Andai a casa, ma non trovai mia madre. Erano in campagna lontano, vicino a San Mauro. Allora pensai di andare da mia zia. Ma nemmeno lei trovai poiché era morta durante la rivoluzione che fecero nel 1943 a Geraci, in cui morirono tantissime persone.(si commuove Serafino n.d.r.) Fu uno sciopero, violento, si ammazzarono! Svuotarono dei fusti di benzina per terra e qualcuno gli diede fuoco e ci fu il finimondo. Trovai mio zio e scoprii che non c’era più la zia Giovanna, ma una nuova zia,  Nunziata. Cercai di raggiungere la mia famiglia in campagna e appena giunto lì fu una gioia grandissima!  Dopo un anno mi portarono la medaglia!

L’intervista è stata raccolta il 13 novembre 2011. Un infinito grazie a Serafino Sanfilippo per il dono che mi ha fatto col suo racconto!

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