GUARDIANATO ED IMPOSIZIONE DELLE ASSUNZIONI:  ECCO COME FUNZIONA LA MAFIA IN PROVINCIA

LA FAMIGLIA MAFIOSA IMPONEVA ALLE AZIENDE ASSUNZIONI DI AFFILIATI SOGGETTI VICINI ALLA CONSORTERIA,  CHE SPESSO SVOLGEVANO IL COMPITO DI GUARDIANO.


Lo studio dei personaggi e della loro vita attraverso la lente di ingrandimento delle attività investigative ha consentito ai Carabinieri di analizzare un metodo di imposizione adottato dalla famiglia mafiosa per sostenere economicamente gli affiliati: ai grossi imprenditori locali è imposta l’assunzione di soggetti “indicati” dalla consorteria.

Le intercettazioni effettuate all’interno dell’abitazione di PASSALACQUA Calogero permettono di cogliere appieno la filosofia del sistema portato avanti dal “Battistuni”.

Il reggente, nei suoi colloqui con la figlia Margherita e con il genero SGROI Salvatore, indottrina le persone a lui più vicine su come debba essere imposto il pizzo.

Il PASSALACQUA, a differenza di quelli che c’erano prima di lui, risparmia il pagamento della messa a posto alle piccole attività commerciali o comunque alle attività economiche appena avviate: ritiene che non si debba aggiungere alle già gravose difficoltà economiche delle piccole imprese l’ulteriore peso delle richieste estorsive.

Di contro il padrino sostiene che il pizzo debba essere imposto alle grosse imprese, capaci di sostenere anche la famiglia mafiosa.

In tale contesto emerge come il guardianato costituisca ancora nel territorio di Carini una forma alternativa di messa a posto.

I titolari di imprese o di appalti ricadenti sul territorio della locale famiglia mafiosa sono tenuti ad assumere soggetti imposti dalla consorteria locale in qualità di guardiani notturni. 

Il tutto è orchestrato dal vertice della famiglia mafiosa, dal padrino, che interviene personalmente ogni qual volta sorgano situazioni di possibile contrasto. È lui che personalmente, indica ad un suo affiliato come avviene la scelta tra due persone da sistemare: “Perche ora gli ho detto che, gli ho detto, va bene, per tuo figlio va bene, ma tuo nipote se ne deve andare, gli ho detto, uno, no due, lui è venuto, gli ho detto, per tuo figlio va bene, uno, ma uno no, uno se ne deve andare, se ne deve andare tuo nipote, deve entrare suo figlio se ne deve andare suo nipote…

Gli inquirenti hanno potuto appurare come, in alcuni casi, le ditte che assumono il guardiano imposto dal sodalizio si avvalgono comunque, per la sicurezza dell’esercizio nelle ore notturne, di servizi di vigilanza, ad ulteriore riprova dell’inutilità del guardianato svolto dal dipendente suggerito dalla locale famiglia mafiosa.

Le imposizioni della famiglia non si limitano alle assunzioni dei guardiani notturni, nell’indagine emerge come gli interventi possano avere le finalità più disparate: dall’imposizione di un elettricista vicino al sodalizio per la realizzazione di impianti di una piccola lottizzazione alla costrizione all’assunzione della figlia di un consociato recluso.

In un caso l’intervento sarà invece mirato ad impedire il licenziamento di una persona vicina al sodalizio.

 
 

Parallelamente a tutto questo non mancano singole richieste estorsive, “una tantum”.

L’avvio ad uno studio del sistema è reso possibile dall’analisi della vita di uno dei più pericolosi gregari di PASSALACQUA Calogero: GRIGOLI Gianfranco.

GRIGOLI, tratto in arresto a Chianciano (SI) nel 1997 per favoreggiamento della latitanza del PASSALACQUA – è tornato per volontà di Calogero dalla Toscana, dove durante il periodo di reclusione del padrino si era stabilito lavorando come carpentiere. A lui viene assegnato dalla famiglia mafiosa un posto di lavoro di guardiano, come fonte di sostentamento.

I militari monitorando il GRIGOLI ricostruiscono il sistema di imposizione applicato dalla famiglia: per che... per che lavoro è?.. per fare la guardia.” 

Dallo studio delle vicende del GRIGOLI nei suoi cambi di lavoro l’analisi si è allargata a macchia di leopardo su tutto il territorio di competenza della famiglia di Carini, permettendo di analizzare casi analoghi a quello del figlioccio di PASSALACQUA.

“Gli ho detto, perché poi forse me ne devo andare, gli ho detto, dice "e quà?" no, ci metteranno ad un altro che gli interessa.... non lo so, gli ho detto,  poi si faranno sentire loro, io gli dico, gli ho detto, non sono sicuro se me ne devo andare o se non me ne devo andare, vi darò risposta in settimana..” la prospettiva delle dimissioni del GRIGOLI diventa per gli investigatori dell’Arma occasione per ricostruire le ipotesi formulate: “va be, a parte che io, glielo posso dire io, che me ne devo andare a fine mese, perché io allora... arriva... perché io ti dico questo, perché io allora gli ho detto..... io appena me ne devo andare te lo faccio sapere, però poi qua, a chi deve venire, poi se la sbrigano gli amici miei”

L’impiego di un gregario consente di dare autonomia economica agli affiliati del sodalizio, permettendo, inoltre, un costante monitoraggio delle attività economiche delle imprese e riducendo il ricorso alla classica messa a posto con il pagamento del pizzo che, in quanto monetizzata, espone malavitosi ed imprenditori a rischi maggiori.

L’attività investigativa condotta dai Carabinieri ha fatto emergere come sia costante il controllo della famiglia mafiosa sull’economia del carinese.

 
 

Una conversazione spiega in maniera chiara e sintetica come funzioni il sistema: PASSALACQUA Calogero, in previsione dell’avvio di una nuova attività economica indica alla figlia che vi sistemerà un guardiano: Franco. In tal senso è la frase che PASSALACQUA Calogero dice: “…chi sa … vuole una persona…per guardare, ci guadagniamo noi stesso, a papà…” e continua “tanto c’è Franco e se ci devo mettere una persona, ci guadagniamo noi altri….”.

Per il PASSALACQUA la “messa a posto” o l’assunzione di un affiliato è “la stessa cosa”, consente comunque un profitto all’organizzazione criminale nel suo complesso.

La figlia Margherita espone al padre le sue preoccupazioni suscitate da alcuni controlli da parte dei militari dell’Arma in alcune ditte, generalizzando i rispettivi guardiani.

Margherita riferisce che il fabbro, …quello dell’officina… è stato contattato dai Carabinieri per avere i documenti di tutti i dipendenti e soprattutto dei guardiani.

L’impiego quale guardiano, classico posto riservato agli affiliati al fine di permettergli il libero movimento durante l’arco diurno, consente di dare autonomia economica al gregario del sodalizio permettendo un costante monitoraggio delle attività economiche delle imprese. 

In tal senso di fondamentale importanza sullo stato di assoggettamento ed intimidazione che i personaggi incutono sulle ditte è una conversazione intercettata tra GRIGOLI Gianfranco e SGROI Pietro, impiegato presso il fabbro.

SGROI racconta al GRIGOLI del discorso avuto con il titolare dell’attività commerciale “minchia gli ho tastato i picciuli” ed egli stesso espone inconsciamente agli investigatori la reale funzione del guardiano.

“Gli faccio: vedi che non sono venuti per mezzo di me”: spiega ai fabbri che lavorando presso la loro azienda ha il controllo costante dell’andamento dell’impresa e se nessuno è andato a chiedergli la “messa a posto” è stato solo perché lui non lo ha ritenuto opportuno in considerazione del cattivo andamento degli affari: “siccome  lavorando, lavoro da te, sanno…  operai, sanno che hai lavorato e hai fatto i soldi, non sono venuti per mezzo di me, si mettono tutti in un posto, risponde uno, "io",dice, "vado in Caserma", e quando tu gliene fai arrestare uno.....  c'e n... c’e ne, minchia cinquantamila che te la vengono a mettere nel… allora Fra...,  fa l'altro fratello "è giusto, è giusto che gli si devono dare i soldi"...”.

Nella circostanza lo SGROI ha riferito ai fabbri che per questa volta la famiglia ha stabilito una “messa a posto” di 3000 euro ma attraverso la sua intercessione, operata dal sodalizio per non fare emergere altri affiliati, la somma è stata ridotta a 2000 euro: “ora gli faccio: ci sono padri di famiglia arrestati là.. mi raccontano che hanno problemi, mille euro duemila euro gli si devono dare, dice, fra due giorni, se loro non li vogliono dare a me perché gli dico che hanno mandato me, per non farsi riconoscere, gli dico, loro vogliono tremila euro dammene duemila, poi mi accordo io, gli dic… gli dico, se poi tu a me non mi credi gli faccio venire altri cristiani… e poi ti arrangi!” 

 
 

Dalle intercettazioni effettuate all’interno dell’abitazione di PASSALACQUA Calogero emerge in una circostanza come per la famiglia sia più semplice garantire un posto di lavoro alla figlia di un recluso che provvedere al mantenimento del nucleo familiare.

Il brano intercettato dai Carabinieri è indicativo dell’assoluto controllo dell’economia del territorio da parte della famiglia e di come i costi di gestione dell’associazione mafiosa siano “spalmati” imponendo l’assunzione di parenti di associati reclusi.

 “Giulio è arrabbiato, ..e a me mi ha chiamato..” esordisce il padrino con la figlia, che materialmente dispone dell’impiego dei soggetti vicini alla famiglia.

Il recluso, dal carcere, si lamenta del compenso mensile con il quale è retribuita la figlia, ritenuto troppo basso; il PASSALACQUA conviene che debba esserle aumentato lo stipendio Gli sembravano pochi a quella sicuramente 500 Euro al mese…....e gliene facciamo…gli facciamo dare 1000 Euro, …ma che vorrebbero ..”.

La figlia, la persona più vicina al padrino, non è d’accordo, e manifesta la sua disapprovazione “...Sicuramente, a sua figlia gli sono sembrati pochi 500 Euro al mese, senza diploma che cavolo starebbero pretendendo…”.

La figlia del boss, PASSALACQUA Margherita, componente del vertice operativo della famiglia mafiosa, ritiene che il compenso è adeguato ai titoli della figlia del detenuto “…senza diploma…” e che il recluso avrebbe piuttosto dovuto preoccuparsi dei debiti che ha lasciato alla sua famiglia.

Infatti, esprimendo la sua disapprovazione nei confronti del tenore di vita del passato e degli sprechi di denaro del recluso, quando era il libertà: “Giulio è arrabbiato? ….Giulio invece di lasciargli tutti questi debiti, che sapeva come era combinato…. A lui gli piaceva andarsene a giocare a carte? Perché non ci pensava prima…. Dopo che se li mangiava a carte…. Cambiare tre macchine ogni sei mesi… ogni sei mesi….Ultimamente aveva comprato la BMW serie 1, la mini cooper a Claudia ed il 125 a suo figlio…..La piscina….. a quante persone …. spesso è volentieri c’era la fila sabato e domenica, quanto gli costava non si sa…”.

 
 

Analoghi spunti giungono da una ulteriore conversazione: dei gregari del PASSALACQUA discutono di affari.

Nell’ultima parte del dialogo un elettricista ringrazia il FAILLA Vito per il lavoro che lo stesso gli ha procacciato. Riferisce al FAILLA che l’imprenditore in questione ha tenuto a precisargli che solo per l’intervento del FAILLA lui sta eseguendo tali lavori. Di contro il FAILLA, cercando di evitare qualsiasi fraintendimento, ordina all’elettricista di rispondere all’imprenditore che il proprio impiego non esclude gli ulteriori obblighi dell’imprenditore, che “deve farsi comunque vedere”.

 
 

I militari con opportuni riscontri documentali verificano puntualmente quanto emerge dalle intercettazioni.

Dagli atti rinvenuti presso le ditte giungono conferme delle ricostruzioni dei Carabinieri.

Assunzioni, licenziamenti, dimissioni delle pedine, eseguiti a comando dagli amministratori delle imprese secondo le indicazioni impartite dal vertice della famiglia mafiosa, dal padrino, che dalla sua abitazione dà disposizioni e indicazioni ai suoi diretti collaboratori.

La famiglia mafiosa interviene anche in caso di prospettive di licenziamento.

A seguito della minaccia indirizzata al responsabile di un’azienda da uno dei gregari del PASSALACQUA “Mondo con mondo non si toccano, le persone sì..” il licenziamento del dipendente viene sospeso.