ORDINI, VALUTAZIONI E CONSIGLI: IL REGGENTE, LA FIGURA DI UNO DEGLI ULTIMI PADRINI

LATTIVITÀ DI INTERCETTAZIONE ESEGUITE ALLINTERNO DELLABITAZIONE NELLA QUALE IL PADRINO È RISTRETTO AGLI ARRESTI DOMICILIARI DESCRIVONO LA PERSONALITÀ DI UN VECCHIO “UOMO DONORE”.

Le complesse indagini condotte dai militari del Comando Provinciale di Palermo hanno permesso di fornire una riproduzione a tutto tondo di PASSALACQUA Calogero, uno degli ultimi vecchi padrini di Cosa Nostra.

Il reggente, vertice strategico della consorteria mafiosa, stabilisce gli indirizzi che l’organizzazione criminale deve perseguire e risolve personalmente, in virtù del carisma che la sua figura esercita sugli affiliati, le situazioni di particolare delicatezza che riguardano l’organizzazione.

Ma la sua funzione non si esaurisce nella sola gestione del potere economico della famiglia, essa si intreccia con il tessuto sociale della comunità sulla quale il reggente estende il proprio potere dirimendo controversie, elargendo raccomandazioni e rendendosi disponibile ad ascoltare tutti coloro che lo richiedano, riesumando quindi la figura del “Patriarca mafioso”, ormai quasi scomparsa.

Le conversazioni intercettate tratteggiano la figura del PASSALACQUA come quella di un Boss che, al pari di altri reggenti del passato della sua stessa generazione (vedasi PIPITONE Giovan Battista, nella vicenda del presunto furto di capi di bestiame cui all’indagine “Occidente”) ricorre solo in caso di assoluta eccezionalità allo spargimento di sangue.

I lunghi mesi di indagini e di intercettazioni hanno permesso agli inquirenti di approfondire e studiare il carattere del padrino, in relazionane al peso delle decisioni assunte, al suo modo di esprimersi ed alla percezione della sua figura e dei suoi stessi ordini che traspare nelle conversazioni degli affiliati.

Al suo fianco si ergono la personalità e l’ascendente della figlia Margherita, unica dei due figli ancora in libertà, che con la sua forza e con la sua arroganza si candida prepotentemente alla successione dell’anziano padre.

La donna offre un esempio concreto di donna di mafia, donna con i pantaloni, che siede con merito tra gli uomini che costituiscono il vertice operativo della consorteria mafiosa.

 
 

Da sempre vicino ai “Corleonesi”, PASSALACQUA Calogero sin dai tempi del Maxiprocesso è considerato elemento di spicco negli articolati organigrammi di Cosa Nostra palermitana.

Storico reggente della famiglia mafiosa (i primi rapporti giudiziari redatti sul suo conto risalgono agli anni ’70), dopo una lunga latitanza viene catturato dai Carabinieri in Toscana, a Chianciano (SI), nel 1997, dove vengono tratti in arresto anche i suoi numerosi fiancheggiatori che ne favorivano l’irreperibilità.

Dopo dieci anni di reclusione, per motivi legati alle sue condizioni fisiche, il PASSALACQUA torna sul “suo territorio” in occasione della sottoposizione agli arresti domiciliari avvenuta alla fine del novembre 2007. 

Dopo le catture dei LO PICCOLO, di PULIZZI Gaspare ed infine di GALLINA Ferdinando, ha la possibilità, con l’avallo di RACCUGLIA Domenico, di tornare al comando del sodalizio.

Il PASSALACQUA, tanto distante dai LO PICCOLO nei modi di esercitare il potere mafioso, torna alla guida del territorio che sino alla data della loro cattura ha costituito la roccaforte dei capi di Cosa Nostra palermitana.

Il “Battista i Santi” ha richiamato a sé i suoi fedelissimi, elementi che nei suoi confronti nutrono rispetto assoluto che, nell’ultimo decennio, dopo averne favorito la latitanza, hanno trovato lavoro lontano dalla Sicilia o, tornati a Carini, si sono tenuti fuori da Cosa Nostra. 

L’anzianità, la lunga militanza nelle fila di “Cosa nostra” ed il carisma del padrino gli consentono di godere della protezione di una cortina quasi impenetrabile di soggetti che pur non potendo definire “Mafiosi”, di sicuro sono contigui a quello stesso ambiente, tanto da permettergli, pur recluso agli arresti domiciliari, di essere a conoscenza di tutto e di controllare il quartiere dove vive in maniera meticolosa, rendendo le indagini a suo carico difficoltose proprio per il contesto in cui si devono svolgere.

Ha immediatamente invertito la rotta: il pizzo sistematico che a cadenza periodica pagavano i commercianti, gli artigiani ed i piccoli imprenditori era solo vessazione esercitata nei confronti di chi produce, che originava malumore e dissenso. La messa a posto dei lavori pubblici è invece occasione per creare consenso: permette di avvicinare gli imprenditori, ai quali verranno promessi vantaggi in cambio di una tassa.

Gli affari si devono concludere senza fare “scrusciu”, in sordina, senza far ricorso al sostegno delle armi: tutto si deve svolgere in immersione, sott’acqua, la famiglia mafiosa deve d’ora in avanti navigare a quota periscopio.

La strategia dell’immersione seguita da PASSALACQUA Calogero appare in tutta la sua concretezza nella disamina dell’episodio centrale dell’attività di indagine: il danneggiamento dell’escavatore di LO DUCA Giacomo.

Nella vicenda emerge chiaramente che la sua benevolenza ed il suo equilibrio, sempre finalizzati a salvaguardare la cosiddetta pax mafiosa, sono spesso oggetto di critiche nelle conversazioni tra gli affiliati, ma la sua anzianità ed il suo carisma impongono a tutti gli appartenenti al sodalizio il rispetto assoluto delle disposizioni che impartisce.

Il PASSALACQUA è al vertice di un gruppo particolarmente impaziente: questo il commento di uno dei suoi gregari alla vicenda..“uno è buono, buono poi succede...” “..uno deve essere maligno… maligno a tutti gli effetti.. in senso perché.. appena c'è un po' di largo questo ti scappa.. non c'è nulla da fare...” “ …e se noi altri dobbiamo ripassare sempre... che ce li dobbiamo piangere noi.. no.. non dobbiamo piangere sempre noi altri.. e che minchia.. allora che  minchia ci devono.... non può essere.... noi gli dobbiamo dimostrare che..... non ci spaventiamo e nemmeno ci... ci fanno tremare..”.

Seppur caratterizzato da un’indole molto calma, il padrino non lascia alcuno spazio decisionale agli associati della propria famiglia.

I suoi affiliati hanno trascorso dieci anni ad osservare, dall’esterno, la frangia PIPITONE che teneva le redini della famiglia mafiosa, impotenti di fronte a tale supremazia in considerazione dell’assenza prolungata del patriarca mafioso “Battista i Santi”: un propellente pericolosissimo, che non attende altro che una scintilla per scatenare la faida: “questa volta dobbiamo cercare, lo sbaglio di dieci anni fa non si deve fare, non si fa questa volta lo sbaglio, se la cosa deve continuare.... appena …. dice eheh....subito....se no magari... gli si stringe il collo, perché questi appena hanno un po’ di largo... è fatta..”.

Non si deve più ripetere l’errore fatto dieci anni prima, quando in assenza del padrino si era permesso alla famiglia PIPITONE di prendere il sopravvento: “..giustamente vogliono prendere la poltrona capito?”  “..noi li dobbiamo fare piangere!”. 

Gli uomini del PASSALACQUA sanno che dall’altra parte la frangia avversaria prova la stessa rivalsa che per primi loro anni addietro hanno provato: “..che eheh...subito vengono per noi altri, non te lo scordare vedi ah? perché è così, ti fanno la bella faccia oggi, perché … ma appena c'è eheh... stai tranquillo...” “.. ma noi altri perché dobbiamo fare....noi altri” “.. siii, ascolta a me vedi, perché vedi che.... è una cosa che non se la scordano vedi, non te lo scordare, sia questa sia tante altre cose diciamo, capito? perché hanno visto che non hanno potuto mordere capito?” “..ci vengono a mordere questi ah!”.

La tensione è costante all’interno della famiglia mafiosa e pertanto il ruolo del padrino diventa di fondamentale importanza al fine di frenare lo slancio dei giovani uomini d’onore ed affinché i panni sporchi si lavino in famiglia

Ne è la riprova il fatto che storicamente il territorio di Carini, seppur connotato da una altissima pervasività della criminalità organizzata, di cui sono espressione le numerose famiglie di spicco, non ha mai conosciuto una vera e propria “guerra di mafia”.

Il PASSALACQUA nella vicenda del danneggiamento dell’escavatore, come sempre, pronuncia l’ultima parola: il padrino, pur comprendendo ed approvando la reazione energica della famiglia LO DUCA, si mostra quanto mai super partes.

Memore di quando, recluso, si era ritrovato nelle stesse condizioni degli uomini d’onore della famiglia PIPITONE, sapendo che suo figlio Giuseppe a Torretta veniva giudicato dal vertice di “Cosa Nostra” palermitana in merito al presunto furto di capi di bestiame, abbassa i toni della vicenda. 

Il padrino sdrammatizza sul gesto del MAIORANA: “..Un fanatico, li, un ragazzo…”, ed i suoi uomini immediatamente infoderano le sciabole, pur rimanendo comunque in stato di massima allerta: “c'è da stare con gli occhi aperti dico, dobbiamo stare attenti, i tragediatori per ora sono messi pari pari, capito? non è che ti pare che sono contenti, capito?” “..niervu!! l'invidia è cattiva!”.

I gregari nonostante tutto elogiano la saggezza del padrino e gli augurano di vivere ancora a lungo anche perché il giorno in cui verrà a mancare sarà difficile riempire il vuoto che lascerà: “..cento anni di salute a lui! se lui ha … subito uno si deve firriare!” “.. si deve firriare, non c'è niente da fare, ne prendi uno..... e allora si continua, se non si fa così....”.

 
 

Il quotidiano e diuturno controllo dell’abitazione del reggente ha permesso agli investigatori di documentare episodi che sono espressione dell’autorevolezza del padrino sul territorio di propria competenza.

Consigli e giudizi vengono chiesti al Padrino su conflitti che si protraggono anche da decenni. 

Agli investigatori capita così di ascoltare come il PASSALACQUA, sentiti i motivi di conflittualità, valuti nel complesso ragioni, prese di posizione ed atti ritorsivi e pronunci l’ultima parola nella vicenda.

È il caso di una società di costruzioni che operava a Carini con denaro proveniente da investimenti negli U.S.A.: uno dei soci, stabilmente trasferitosi oltreoceano, dopo anni nei quali ha fiduciosamente inviato a Carini ingenti somme di denaro per investimenti in campo immobiliare ritiene di aver scoperto che i proventi di tali attività non venivano equamente e correttamente suddivisi tra tutti. 

I suoi soci, a Carini, approfittando della sua assenza e della sua buona fede, facevano la “cresta”.

L’accusato si rivolge al padrino per essere tutelato dalle male lingue e gli riferisce della discussione avuta con la controparte: “”perché ti hanno sentito parlare a te e tuo fratello, sono amici nostri, … amici tuoi, tu poi ve ne siete usciti a dire che fregavo, … nel mondo, … nemmeno per milioni di dollari …” dice “no, non l’ho detto mai io, qualcuno l’ha detto…” “.. qualcuno l’ha detto…” “ . .. . gli ho detto, “io non lo voglio sapere. . . però. . . . però io, io ti faccio sapere che io questa cosa la so, però io me la tengo qua. . . però tutto quello che si …… io li esco…, quando li devo uscire?”.

Anche in questa vicenda l’ultima parola deve pronunciarla il reggente: “..quando mi dicono a me li devi uscire, io li esco, se un giorno quel cristiano mi dice “a me li devi uscire…” . . .” li esco. . .. . ma se prima … non mi dicono di uscirli, per me, nemmeno se mi tagliano il collo, non te lo scordare. . . e non te lo scordare, io sono sempre Vito, il numero uno e tu glielo puoi dire ai cristiani che io i soldi, per te e per la famiglia, non li ho trattati mai”, dice, “questo è vero”. . .”.

Dalla vicenda erano scaturiti atti intimidatori e danneggiamenti, incendi di autovetture e di abitazioni, pesci in putrefazione versati sull’autovettura di uno dei soci (chiara minaccia di morte secondo il codice d’onore della mafia statunitense): “non gli hanno bruciato pure la macchina qua?” “..l’hanno bruciata…si.” “...poi gli hanno messo i pesci fitusi…dentro la macchina per farla spaventare…gli tagliava la gomma, tutti e due, sempre e lui, tutti e due d’accordo andavano, tutti e due erano, ora dico io, queste cose qua sono da bambini..”.

I militari ricostruiscono tutto, rispolverando vecchi rapporti giudiziari negli archivi della locale Stazione Carabinieri e venendo a capo della vicenda. Il padrino, d’altra parte, media tra le opposte posizioni avvicinando gli ex soci ed indirizzandoli verso una soluzione delle pendenze tra le parti.

 
 

Al PASSALACQUA si rivolge anche un giovane carinese che si sta trasferendo negli U.S.A. alla ricerca di un lavoro. Il padrino detta alla figlia il testo di un pizzino che il giovane dovrà consegnare a chi di competenza una volta oltrepassato l’oceano.

La figlia Margherita domanda al patriarca cosa scrivere sul pizzino: “..che ci dobbiamo scrivere?...” ed il padrino inizia: “...caro... caro amico, caro nipote.. ..ti mando tanti... tanti abbracci e saluti, affettuosi......a te e famiglia.......ti prego questo....questo mio nipote, ha di bisogno...cercate di dargli una strada ....perchè ha bisogno....”.

La figlia non manca di dare suggerimenti al PASSALACQUA: “....e basta...” “..che abbia la strada giusta..” “...che mi interessa...” “... perché m’interessa... ” “.perché mi interessa...” “...perché mi interessa...” “...ah...va bene, ok....ok...poi?..” “ ...tuo Battista..”.

All’indicazione della firma da apporre a chiusura del bigliettino la figlia fa osservare al padrino che potrebbe rivelarsi inopportuno lasciare una firma su un pizzino che potrebbe finire in mani sbagliate: “...però è meglio se non c'è lo metti....” ”...ah...apposto...”.

“...gliela devo chiudere, gliela devo sigillare?..” “...dagliela così..”.      

 
 

Alle dirette dipendenze del padrino, tenuto conto dell’assenza del fratello, ristretto in forza di più provvedimenti, Margherita, unitamente al marito SGROI Salvatore e ai già citati FAILLA Vito, LO DUCA Giacomo e al cugino FRISELLA Croce, costituisce il vertice operativo della famiglia mafiosa di Carini.

La donna dimostra di essere in alcuni episodi la diretta referente delle strategie del PASSALACQUA; la stessa viene tenuta in grande considerazione all’interno della famiglia non solo perche figlia del “boss” ma soprattutto perché dimostra di avere le qualità per interagire all’interno del sodalizio criminale: “se tu pensi di prendere per il **** - gli ho detto -  un cristiano che ha due anni che agli arresti domiciliari - gli ho detto - tu hai sbagliato numero di casa…” “..ti vai ad impiccare gli ho detto, voglio tutti i soldi questa settimana, perché ti finisco, da femmina e buona ti alzo uno schiaffo ti sconzo …qua…”.

La stessa risulta inserita a pieno titolo all’interno della consorteria mafiosa, rivestendo non una qualifica di compartecipe ma di assoluta protagonista e diretta promanazione del padre: “.. se io devo decidere …le persone non devono capire …nie….lei arriva  e comanda lei, suo padre non passa e non conta più…” “…giusto a papà….giusto è…” “…oh…alle persone gli dico….senti qua prima…gli dico, voglio la risposta di mio padre io, perché è buono che la padrona sono io gli dico, però io senza… se non…ho il consiglio di mio padre…non me lo vado a fare”.

La figura di Margherita non prende consistenza non solo dalla fedele esecuzione degli ordini impartiti dal padre ma vive anche di luce propria.

Capita così di ascoltare il resoconto che la donna fa al padre di un incontro avuto con un imprenditore: “Dice “perche non vorrei, io non so come funziona, non vorrei che appena sono qua qualcuno mi viene a disturbare…” “…dice, se la signora gli dice che è tranquilla dice, ….che è tranquillo qua, lei può stare sicuro…” 

Margherita ha l’ardire e la forza di intimidazione mafiosa di un “uomo d’onore”: “..Ma papà, lo sai qual è il problema?....che noi ci facciamo troppa pietà degli altri….E gli altri pietà di noi non se ne sono fatti mai ed allora oggi rispondo al contrario, non ho pietà per nessuno…”.