Una misteriosa struttura Megalitica nell’area di Monte Castellaccio
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La misteriosa struttura megalitica, opera trilitica, che da oltre cento anni divide le opinioni degli studiosi che se ne sono interessati, si trova nell’area di Monte Castellaccio un’estrema propaggine del versante orientale di Monte San Calogero a cavaliere tra i comuni di Sciara e Termini Imerese prospettante sulla valle del Torto Una singolare struttura megalitica trilitica fu per la prima volta segnalata dal paletnologo termitano Giuseppe Patiri (1846-1917) nell’area di Monte Castellaccio lungo il limite territoriale tra i comuni di Termini Imerese e Sciara in provincia di Palermo. Il Patiri, inizialmente paragonò questa struttura trilitica ad una sorta di capanna o giaciglio che poteva servire come postazione di guardia relativa alle mura megalitiche che sorgono in quel sito che, per l’appunto, prende il nome di “Mura Pregne” Egli, nella sua opera “Termini Imerese Antica e Moderna” edita a Palermo nel 1899, scriveva (nel capitolo XVII - Dintorni delle Città e cose notevoli -) : ...Quivi e nei dintorni in fatti abbondano le tracce di abitazioni più o meno primitive; ed oltre agl’innumerevoli frammenti d’antica suppellettile e d’antica terracotta, ci è venuto fatto scovrire, a pie’ della roccia istessa, cui si eleva a picco (…) una piccola capanna, o luogo da giaciglio, ancora perfettamente in piedi nella sua forma rudimentale, il cui tettuccio molto basso, sostenuto da due grosse pietre, si compone di una sola enorme lastra calcarea rozzamente, ma visibilmente lavorata nella faccia interna. Questo genuino tegolone ciclopico, da noi osservato, raggiunge la lunghezza di metri 2, 15, e la larghezza di m. 1, 10. Né gli uomini, né i secoli hanno fin ora potuto scoperchiare siffatta capanna, o covile che vogliam dirlo; ond’essa, intatta ed incrollabile ancora, si appalesa in tutta la sua primitiva semplicità all’occhio curioso dell’osservatore. Dietro questa capanna, un altro pesante lastrone di pietra, simile al primo, china a terra uno dei suoi grossi lembi: e ragion vuole che altri se ne discoprano, in seguito, attorno a quel monte. In seguito agli inizi del XX sec. sempre il Patiri, nel suo studio: “Le mura e le costruzioni ciclopiche della contrada Cortevecchia in Termini Imerese” (Estratto dall’Archivio per l’Antropologia e la Etnologia Volume XXXVIII, fasc. 1° 1908) mutò opinione e ritenne, sia pure dubitativamente, che la misteriosa struttura megalitica fosse identificabile con un dolmen. Infatti, nel capitolo III e nel paragrafo intitolato “Piccolo Dolmen ?” si legge: “…A tutti gli esploratori delle campagne di Termini Imerese era passata fin oggi inosservata una solidissima costruzione preistorica, che arieggia il carattere megalitico, tuttora esistente in contrada Cortevecchia, sotto un’alta rupe, tagliata a picco, del monte Castellaccio e non guari (lontano n.d.r.) discosta dalle mura ciclopiche sopra descritte. L’antico monumento in parola; venga esso identificato per un tumulo, o per un posto di guardia o che so altro, attira pur sempre l’attenzione per la sua robusta quanto semplice struttura e per la gran mole specialmente di due sfaldoni di calcare compatto, ciascuno lungo due metri, che vi stanno a coperchio, a guisa di due tegoloni, adagiati sopra due bassi muretti di sostegno, costrutti, già s’intende, senza ombra di cemento. Non occorrevano forse meno venti persone per levar di peso e per ben collocare, su quei muretti senza cemento, ciascun odi quei tegoloni di pietra, lungo circa due metri, largo circa la metà e con uno spessore proporzionato alla lunghezza. Esso si vede sin oggi perfettamente in sito; l’altro gli sta ancora congiunto dietro; e solo da una estremità si trova crollato e poggia a terra. Dobbiamo alla loro pesante mole se questi due tegoloni ciclopici, diciamoli così, facenti parte d’un’opera più o meno megalitica, non comune in Sicilia, ci siano giunti, a traverso i secoli, tutti e due ancora bene appaiati e giacenti in sito, senza aver sofferto molto dell’opera edace del tempo e dalla mano devastante dei nostri villici…” Il dolmen era una sepolture in comune, rivestita da un tumulo per custodire la camera funeraria interna. In Sicilia, la tecnica costruttiva di tipo dolmenica si ritiene sia giunta probabilmente dalla Puglia e dalla Sardegna. La tecnica di realizzazione consisteva nella canonica struttura trilitica: i piedritti e una larga piattabanda. L’interessante resto archeologico fu studiato in dettaglio nel XX sec. anche dall’archeologa Jole Bovio Marconi, la quale, al fine di tentare di chiarire il reale utilizzo del manufatto, intraprese un saggio di scavo all’interno del monumento trilitico. Dal sondaggio effettuato non emerse nessun interessante indizio che facesse presupporre l’esistenza di tracce anche parziali di resti organici di tipo funerario, tali da avallare la tesi del Dolmen, ma soltanto una modesta quantità di residui fittili e litici probabilmente rotolati dalla vicina rupe. La Marconi Bovio, alla luce di tali risultati, si convinse perciò che la struttura di tipo dolmenica fosse da assegnare ad un probabile posto di osservazione. Da allora nessun altro studioso ha aggiunto nuovi dati e osservazioni capaci di porre la parola fine alle diverse interpretazioni di questo manufatto megalitico e di fornire una nuova lettura dell’interessante sito archeologico di Monte Castellaccio.