La millenaria vita del  borgo di Brucato sul Monte Castellaccio

Il sito di Brucato, frequentato sin dalla Preistoria è collocato su una propaggine orientale di Monte San Calogero chiamata Monte Castellaccio, in una posizione dominante rispetto al sito archeologico di Mura Pregne. Sulla cima del Castellaccio sono ancora affioranti i resti di un fortilizio di epoca medievale associati a sporadici tratti di cinta muraria. Nell’area in oggetto si rinvengono, inoltre, una chiesa verosimilmente di epoca bizantina ed un’altra di età aragonese. Il borgo di Brucato la cui denominazione risale al nome arabo Burqad, latinizzato in Burcato o Brucato e a sua volta derivante dall’arabo wadi-abi-ruqqad dove wadi  , signica “fiume” e abi-ruqqad sta per “il dormiglione”, in relazione alle placide acque del meandreggiante fiume Torto. Brucato fu annoverato nel 970 d.C. fra i Castelli siciliani dal geogafo arabo al-Muqad-dasī, noto anche come Al-Maqdisi. Il borgo di epoca medievale con annesso Castello (da cui deriva poi l’attuale toponimo Castellaccio)  era posto su una rupe ad ovest di Monte San Calogero in una posizione di dominio sulla valle del Torto e sulla fascia costiera tirrenica del settore orientale del golfo di Termini. Il sito archeologico di Monte Castellaccio è ritenuto di grande rilevanza storica per le molteplici stratificazioni archeologiche. Le prime tracce di frequentazione rimontano alla preistoria e sono documentate da frammenti terracotta, reperti litici di selci ed ossidiana, macinelli, ornamenti d’ambra, ceramica rozza d’impasto acroma incisa o dipinta. Sin dal VII sec. a.C. il sito fu ellenizzato costituendo con tutta probabilità un presidio degli imeresi a controllo del territorio. Le prime indagini di scavo furono effettuate negli anni Trenta del secolo scorso ad opera dell’archeologa Jole Marconi Bovio che ebbe modo di individuare interessanti ritrovamenti anche nell’area del villaggio medievale di Brucato. Negli anni Settanta si intrapresero in Italia una serie di indagini di scavo connessi al periodo medievale: “ricerca dei villaggi abbandonati nel medioevo”. Questi villaggi medievali abitati principalmente da famiglie di contadini erano costituiti da vere e proprie capanne di pietra, fango e paglia mentre le suppellettili utilizzate erano piuttosto semplici. Da tutto ciò deriva che dopo il loro abbandono questi villaggi hanno lasciato tracce materiali alquanto modeste. Per tali motivi gli archeologi del medioevo applicarono a questi abitati delle tecniche di scavo proprie dell’archeologia preistorica. Del resto nella civiltà contadina l’uso di realizzare veri e propri pagliai affonda le sue radici proprio nel Neolitico con una persistenza di tecniche costruttive che si sono tramandate nel corso dei secoli sin agli inizi del XX secolo. I promotori di questa iniziativa furono gli archeologi delle Università di Francia e Gran Bretagna. Grazie all’allora Soprintendente agli Archivi di Palermo Carmelo Trasselli si riuscì ad entrare negli interessi dell’equipe di studio francese. Fu il prof. Jean-Marie Pesez della Ecole Pratique des Hautes Etudes di Parigi ad indirizzare le sue indagini italiane sul sito di Brucato, ricadente nel territorio del comune di Sciara in Sicilia. La scelta del sito archeologico di Brucato non fu una casualità bensì una nuova verifica basata su due conosciute pubblicazioni che descrivevano rispettivamente le vicende storiche di questo villaggio e i centri abitati lungo i fiumi Imera e Torto durante il Medioevo. Il periodo di scavo durò per ben due anni dal 1972 al 1976 aggregato all’equipe francese del prof. Jean Marie Pésez fu anche lo storico di archeologia medievale Franco D’Angelo. La prospezione effettuata della missione francese nel sito archeologico di Brucato confermò l’esatta collocazione dell’abitato in età Aragonese, facendoci inoltre conoscere anche la disposizione e l’assetto delle abitazioni dell’ultimo periodo di esistenza prima della distruzione degli Angioini avvenuta nel 1338. La ricerca altresì individuò per ogni abitazione oltre ad una svariata suppellettile:  tegami, pentole, piatti, brocche, boccali e lucerne, anche oggetti che testimoniano la vocazione degli abitanti del borgo verso il mondo agro-pastorale. Infatti,  durante gli scavi, in ogni singolo alloggio furono rinvenuti diverse quantità di oggetti metallici quali: falci, vanghe, campanacci di animali e ferri per muli e asini. L’abitato possedeva anche dei luoghi di culto come attestano le rovine di una chiesetta a pianta basilicale con attigua cisterna scavata nella roccia per raccogliere l’acqua piovana, nonché l’altra di età aragonese a pianta trilobata individuata dalla Bovio Marconi ed edita per la prima volta dalla Soprintendente alle Antichità di Palermo, Carmela Angela Di Stefano. Le quattro campagne di scavo dirette dal suddetto prof. Jean-Marie Pésez furono coadiuvate dalla prof.ssa Françoise Piponnier e da un nutrito staff di collaboratori. I finanziamenti principali per i lavori di esecuzione furono concessi dall’Ecole Française de Rome a cui si unirono quelle dell’Istituto di Storia Medievale dell’Università di Palermo presieduto dal prof. Francesco Giunta. Le complessive quattro campagne di scavo si svolsero sotto l’alta sorveglianza della Soprintendenza alle Antichità della Sicilia Occidentale diretta dal prof. Vincenzo Tusa.

Mi preme ringraziare il dott. Nino Ruffino per le notizie cortesemente fornitemi