La Grotta del Drago in località Mura Pregne
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La grotta del Drago uno dei più singolari esempi di cavità carsica del Palermitano, era un tempo situata lungo le balze di Monte Castellaccio. Oggi non esiste più, ma, rimane ancora impressa nell’immaginario collettivo la sua spettacolare configurazione: uno spacco trasversale e sovrastante l’entrata, un grande masso irregolare a guisa di architrave. Questa caratteristica morfologica affascinò non pochi studiosi che la immortalarono nei loro ricordi. La Grotta del Drago si scorgeva ancora nella sua interezza fino agli inizi degli anni Settanta del XX secolo. La cavità naturale era posta non lontano dal sito fortificato di Brucato (sulla cima di Monte Castellaccio), in territorio siciliano a cavaliere tra i comuni di Termini Imerese e Sciara in provincia di Palermo. A parlare della Grotta del Drago sulle prime furono nel 1908, l’Ing. Luigi Mauceri e il paletnologo Giuseppe Patiri. I due personaggi indubbiamente ebbero in comune la passione verso la storia e l’archeologia, dissomigliante, fu invece il modo di porsi ai lettori. Ambedue usarono dei linguaggi conformi ai loro studi, manifestando certe volte anche i loro stati d’animo. Il Mauceri si espresse applicando un metodo di descrizione specificatamente tecnico-scientifico, tipico della sua professione di ingegnere. Il Patiri, invece, dotato di versatilità ed estro letterario, impresse nelle sue narrazioni, anche riferimenti di velate suggestioni, che di primo acchito, leggendole, hanno fatto sorridere gli studiosi di archeologia. Ciò non toglie che il Patiri, non debba essere considerato da meno nel contesto bibliografico siciliano, infatti, con le sue descrizioni particolareggiate, studiosi, archeologi ed appassionati di cose antiche hanno potuto trarre utili informazioni intorno alle notizie storico-archeologiche del territorio Imerese. Ciò non di meno il Patiri così descrisse la Grotta del Drago nella suo lavoro: “Le mura e le costruzioni ciclopiche della contrada Cortevecchia in Termini Imerese” (Estratto dall’Archivio per l’Antropologia e la Etnologia Volume XXXVIII, fasc. 1° 1908) nel capitolo IV e nel paragrafo intitolato “La Grotta del Drago con un muro ciclopico interno”. “Quest’antro, molto lungo e profondo, è formato da una fenditura del monte castellaccio, la quale si apre ad oriente, al ridosso di una giogaia di ripido accesso. Questa fenditura e quest’antro vengono contraddistinti, sin dal primo ingresso, d’una caratteristica speciale, cioè a dire d’una sorta di grande architrave, un monolito bislungo, che sta in alto, e che trova il suo appoggio, nelle due estremità della sua lunghezza, ai due fianchi della stessa rupe. Entrando in questa spelonca si notano, a dritta ed a manca, delle insenature, dei giacigli e ripostigli naturali; e, camminando oltre, si arresta quindi il passo all’estremo limite d’un muro ciclopico, una specie di alto ciglione, che cala giù nel fondo della spelonca, ove c’è buio pesto e baratri inesplorati. Un sacro orrore di sogni e di leggende fantastiche pervade l’animo di chi si fa a visitare questa grotta, la quale rivela qua e là qualche traccia della vita primitiva dei popoli, che si confusero colla notte dei tempi. Per quanto mi sappia, niuno ha tentato finora degli scavi né in fondo alla spelonca, né sul limitare della stessa. Ma, di certo, ricordi importantissimi delle più remote età verranno in luce, quando la curiosità scientifica dell’antropologo cercherà di acuire lo sguardo fra le tenebre di quella grotta per scovrirne i segreti, che essa ci tiene ancora sepolti. Nelle tradizioni del luogo vive la leggenda che il Drago, abitatore della misteriosa caverna, uscisse nottetempo per le sue opere magiche; e segnatamente, per andare a costruire di sua mano le vicine mura ciclopiche, dette oggi Mura-Prene. E’ molto singolare poi, nel fatto, che quest’antro si trovi per l’appunto in diretta comunicazione sotterranea con tutte le costruzioni preistoriche del così detto quadrilatero e del dolmen, di sopra descritte. Una miriade di massi e blocchi calcari, infatti, i quali, l’abbiamo osservato, non sono a credersi tutti quanti cascati a caso dal monte soprastante, concorrono a dar luogo a quel tale segreto passaggio sotterraneo, lungo circa 160 metri; il quale, per quanto malagevole, permette tuttora d’esser percorso da un capo all’altro. Ciò posto, possiamo supporre, con buon fondamento, che dal luogo delle mura ciclopiche, ossia del quadrilatero, e dal luogo ove fu costruito il dolmen, non solo una via alta, dominante, di sopra alle rupi si aprisse, come dianzi fu detto, ma un’altra, del tutto nascosta e sotterranea, se ne fosse altresì praticata, onde congiungere alla suddetta spelonca quei luoghi, certo fra i più importanti della tribù preistorica. Nell’aspra giogaia, ove si apre la Grotta del Drago, si vedono le tracce d’un antico sentiero, che si va inerpicando sul monte Castellaccio e conduce nella parte più centrale dello stesso. Quivi, al riparo dei venti, e quasi di nascosto agli occhi di tutti, si distendono ampie spianate ed avvallamenti e meandri naturali, che, fra le rupi alte e pittoresche, potevan dar luogo a comodi e sicuri accampamenti alle tribù primitive, che in tempi antichissimi abitarono quel monte. E la Grotta del Drago, con le sue opere interne ed esterne, e le fortificazioni delle Mura-Prene, potevano, se non andiamo errati, farla benissimo da primi posti di guardia per la difesa di quell’importantissimo varco che menava al monte, fortificato così dalla mano dell’uomo come dall’opera della natura”. E’ anch’essa esaustiva la descrizione eseguita da Luigi Mauceri nella sua: “Cenni sulla topografia di Imera e sugli avanzi del Tempio di Bonfornello” Palermo 1908. Il Mauceri così scrisse sulla Grotta del Drago : “La gola di sinistra è più stretta ed è molto difficile a superarsi: quella di destra è più ampia, meno erta, sebbene frastagliata da massi, e permette di superare la balza alta circa 30 metri. Salendo questa gola si trova, sulla sinistra una spaccatura trasversale nella roccia, che si allarga in basso, così da formare una grotta a padiglione che i naturali del luogo chiamano grotta del Drago. Questa grotta ha la curiosa particolarità di avere all’ingresso un enorme masso informe, posto a guisa di architrave, allo scopo evidente di sostenere altri massi che chiudevano a guisa di timpano la parte superiore del vano. La grotta si stende alquanti metri in discesa, è ingombra di molti massi, e raccoglie in basso l’acqua piovana di un tratto della pendice. Superando l’erta si arriva al cacume che è alquanto spianato e porta i ruderi di una chiesa antica. Alcuni enormi massi lasciati sul posto dal popolo che livellò lo spianato formano come una discontinua muraglia su parte del ciglione…” . Negli anni Trenta, l’antro fu in parte esplorato dall’archeologa Jole Bovio Marconi a seguito della sua perlustrazione si convinse che il masso irregolare a guisa di architrave, posto al di sopra dell’entrata della Grotta del Drago, fosse opera di un evento naturale: cadendo dall’alto si sarebbe incastrato tra due sporgenze rocciose. In seguito verso la seconda metà degli anni Sessanta del XX secolo furono eseguiti altri saggi per conto della Soprintendenza di Palermo. Negli anni Settanta la missione francese dell’Ecole Pratique des Hautes Etudes en Sciences Sociales di Parigi diretta dal prof. Jean-Marie Pesez nel corso di uno studio svolto in Italia sulla “ricerca dei villaggi abbandonati nel medioevo” diresse le sue indagini sul sito archeologico di Brucato. L’esplorazione interessò anche l’area prospiciente la Grotta del Drago dove immancabilmente furono rinvenute altri interessanti reperti archeologici che furono conservati nel Museo Archeologico di Palermo. Negli anni seguenti, l’area archeologica purtroppo subì pesanti modifiche del suo assetto geomorfologico, per opera di una Cava di pietra oramai non più attiva. L’attività estrattiva distrusse la quasi totalità delle testimonianze archeologiche e la stessa Grotta del Drago un attrattivo antro naturale nelle adiacenze di una delle antiche vie di accesso che conduceva nel sito archeologico di Brucato.